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Repubblica Islamica, l'ascesa del giudice Raisi

Oggi si vota in Iran per scegliere il nuovo presidente. L’unica figura politica che veramente conta nella Repubblica Islamica è la Guida Suprema, ma il presidente è importante in politica economica e interna. Il favorito è Raisi, giudice supremo, khomeinista rivoluzionario della prima ora, responsabile della liquidazione del dissenso. 

Manifestazione per Ebrahim Raisi

Oggi si vota in Iran per scegliere il nuovo presidente. L’unica figura politica che veramente conta nella Repubblica Islamica è la Guida Suprema, dunque l’ayatollah Alì Khamenei, successore di Khomeini. Ma il presidente, alla testa del governo, è importante per stabilire la politica interna ed economica, oltre che per rappresentare l’Iran all’estero. Anche se non è l’artefice principale della politica estera, è quello che la caratterizza maggiormente.

L’Iran non è una democrazia. Il voto per suffragio universale è solo l’ultima tappa di un lungo percorso di selezione effettuata in base a criteri ideologici e religiosi. Su 600 candidature, le domande accolte dal Consiglio dei Guardiani sono sette. Mercoledì si è ritirato uno dei due esponenti cosiddetti “moderati”, Mohsen Mehralizadeh. Resta dunque un solo moderato, Abdolnaser Hemmati, ex governatore della banca centrale, accusato dai suoi rivali di essere il responsabile del crollo del valore della valuta locale, il rial. In un periodo di forte crisi economica e povertà diffusa, ha poche chance di successo. Gli oppositori non puntano sulla sua vittoria, piuttosto sull’astensionismo come forma di protesta. Gli altri cinque candidati sono tutti “falchi” della rivoluzione.

Fra di essi, una figura sta emergendo come il più probabile presidente dell’Iran khomeinista: Ebrahim Raisi. Giudice supremo (a capo della magistratura), fedelissimo di Khamenei, ben introdotto anche fra i vertici della Guardia Rivoluzionaria, Raisi è considerato un papabile anche per il prossimo ruolo di Guida Suprema, come successore dell’82enne ayatollah. La sua storia è caratterizzata da uno dei capitoli più bui della Repubblica Islamica: ha partecipato, a seguito di un editto di Khomeini, ad una delle più vaste esecuzioni di massa di oppositori politici, nel 1988, alla fine della guerra contro l’Iraq. Era infatti vice-procuratore generale e faceva parte di una commissione di quattro giudici che comminava le pene capitali, senza alcun regolare processo. Le esecuzioni furono talmente arbitrarie che non esiste alcuna contabilità ufficiale. Le stime parlano di un numero che va dai 2800 ai 3800 impiccati, fra i membri dei movimenti di opposizione, soprattutto dei Mujaheddin del Popolo (islamo-marxisti), Fedaian (estrema sinistra), Tudeh (comunisti).

In tempi molto più recenti, Raisi è stato accusato dai rivali più moderati di aver oscurato l’opposizione su Internet e di non aver più scarcerato i manifestanti arrestati nel 2019, nel corso delle ultime proteste di massa contro il regime. Quanto alla prima accusa, Raisi ha sicuramente bloccato Signal, la app di messaggistica che compete con Whatsapp in tutto il mondo. Secondo Masha Alimardani, ricercatrice iraniana all’Oxford Internet Institute, è su iniziativa di Raisi che sono avvenuti «arresti degli amministratori dei canali Telegram e di Instagram che hanno postato contenuti sui diritti delle minoranze», come la ricercatrice dichiara alla BBC. Quanto ai manifestanti arrestati nel 2019, Raisi non ha concesso la grazia a nessuno. Nell’ultimo dibattito televisivo, si è difeso sostenendo che la maggior parte dei prigionieri sia già stata graziata dall’ayatollah Khamenei, ma non ha fatto distinzioni fra prigionieri per crimini comuni e politici. Mentre il numero di questi ultimi resta un mistero.

Nella sua “campagna elettorale”, Raisi ha usato toni molto populisti per promuovere il suo programma economico e sociale. Per far uscire il Paese dalla profonda crisi in cui è finito, non solo per le sanzioni internazionali (sul programma nucleare), ma anche per la cattiva gestione degli ultimi anni, Raisi promette un “governo del popolo”. Sottolinea il suo passato di orfano di padre che si è fatto da solo, dopo la rivoluzione: «Io ho vissuto la povertà, non ne ho solo sentito parlare». Di politica estera parla poco, promette di riportare l’Iran nell’accordo sul nucleare di Vienna, così da farlo uscire dalle sanzioni. E’ molto probabile che rifletta più fedelmente la linea di Khamenei, che è comunque profondamente ostile all’Occidente.

Il giudice supremo aveva partecipato anche alle elezioni del 2017, come rivale conservatore di Rouhani, attuale presidente uscente, riconosciuto come “riformatore”. Allora le opposizioni, pur di non far vincere Raisi, si erano mobilitate a favore di Rouhani. Nella tornata elettorale di oggi, invece, mancando un punto di riferimento, gli oppositori dovranno optare fra il khomeinista duro, altri “falchi” della rivoluzione (fra cui un ex comandante della Guardia Rivoluzionaria), votare Hemmati, oppure astenersi. Pare veramente che queste elezioni siano state organizzate apposta per far vincere Raisi. Anche a giudicare dai suoi legami stretti con l’ayatollah Khamenei: nel 2016, gli affidò una delle maggiori fondazioni religiose del Paese e nel 2019 lo nominò giudice supremo. È anche vicepresidente dell’Assemblea degli Esperti, l’organo che sceglie la Guida Suprema. Secondo Saeid Golkar, ricercatore iraniano presso il Chicago Council on Global Affairs, si starebbe preparando la successione alla massima carica dello Stato. «Se Raisi venisse eletto presidente, Khamenei avrebbe idee più chiare su quanto possa fidarsi di lui. Khamenei sta cercando un assistente per gestire la politica quotidiana, ma non un politico indipendente che possa sfidare la sua politica o la sua persona».

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