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escalation fuori controllo

Trump e Netanyahu senza piani scatenano l’inferno energetico globale

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Gli attacchi alle infrastrutture iraniane nel gigantesco giacimento di gas hanno spalancato le porte di un inferno energetico globale che condizionerà i rifornimenti di gas e petrolio di gran parte del mondo e soprattutto di Asia ed Europa. Escalation fuori controllo confermata anche dalle roboanti e confuse dichiarazioni che giungono dall’Amministrazione Trump. 
- Siria, regime in bilico sull'intervento di Elisa Gestri 

Esteri 20_03_2026

Gli attacchi alle infrastrutture iraniane nel gigantesco giacimento di gas hanno spalancato le porte di un inferno energetico globale che condizionerà i rifornimenti di gas e petrolio di gran parte del mondo e soprattutto di Asia ed Europa. L’obiettivo sono stati i serbatoi di stoccaggio gas, impianti petrolchimici e raffinerie associate ad Asaluyeh, oltre a strutture della South Pars Gas Field.

Sono state segnalate esplosioni multiple e incendi, con interruzione della produzione in due raffinerie (con capacità combinata di circa 100 milioni di metri cubi di gas al giorno). Si tratta del primo attacco diretto alle infrastrutture del gas iraniano e che sia stato effettuato da Israele col via libera degli USA o da forze congiunte israelo-statunitensi poco importa ai fini dei risultati.

Quello che appare evidente è che la guerra senza prospettive a lungo termine scatenata a fine febbraio da Tel Aviv e Gerusalemme non ha dato i risultati sperati. Il regime di Teheran non è crollato nonostante l’omicidio di molti suoi esponenti di spicco.

Inoltre, sul piano militare l’Iran resiste rispondendo colpo su colpo (ieri la 65a ondata di attacchi missilistici) devastando le basi americane nel Golfo e israeliane ma anche colpendo ora per rappresaglia le infrastrutture energetiche in Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, ma anche in Israele dove è stata colpita da un missile o da un suo frammento la raffineria di Haifa.

E questo nonostante l'aeronautica israeliana abbia sganciato in 19 giorni di guerra oltre 12mila bombe sull'Iran, di cui 3.600 solo su Teheran, in più di 8.500 raid.

Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha condannato il bombardamento iraniano al principale hub del gas del paese a Ras Laffani . «Questo attacco ha ripercussioni significative sulle forniture energetiche globali. Queste azioni non portano benefici diretti a nessun paese. Anzi, danneggiano e colpiscono direttamente le popolazioni», ha avvertito al Thani.

Il giacimento iraniano attaccato da USA e Israele è adiacente a quello qatarino di North Dome e il giorno precedente il portavoce del Ministero degli Esteri di Doha, Majed al-Ansari, ha affermato che «l’attacco israeliano a strutture collegate al giacimento South Pars dell'Iran, un'estensione del giacimento Nord del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile in mezzo all'attuale escalation militare nella regione. Colpire le infrastrutture energetiche costituisce una minaccia per la sicurezza energetica globale, così come per i popoli della regione e il suo ambiente», ha avvertito.

Che l’escalation sia fuori controllo lo confermano anche le roboanti quanto confuse dichiarazioni che giungono dall’Amministrazione Trump. 

Ieri il presidente ha dichiarato di aver chiesto al premier israeliano Benjamin Netanyahu di fermare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. «Gli ho detto: non farlo. E non lo farà», ha affermato Trump, spiegando di aver discusso direttamente con il leader israeliano. Il presidente ha sottolineato che, pur nel coordinamento tra i due paesi, restano margini di autonomia nelle decisioni operative. «Siamo indipendenti, anche se andiamo molto d'accordo. E' coordinato, ma a volte lui fa qualcosa e, se non mi piace, interveniamo», ha detto. Trump ha quindi aggiunto che, in questo caso, gli attacchi contro impianti petroliferi e del gas «non si faranno più».

Trump del resto aveva già annunciato in più occasioni la vittoria contro l’Iran nonostante i fatti dicano il contrario e le agenzie di intelligence statunitensi cerchino in ogni modo di smarcarsi dalla conduzione della guerra.

«Gli obiettivi che sono stati descritti dal presidente sono diversi da quelli descritti dal governo israeliano» ha detto ieri Tulsi Gabbard, direttore dell'Intelligence nazionale, durante un'audizione alla commissione ristretta permanente sull'Intelligence della Camera, confermando che i due alleati conducono guerre diverse perseguendo obiettivi diversi. Trump aveva parlato di una guerra della durata di poche settimane ma ieri il segretario alla Guerra, Pete Hegseth ha detto che non è stato fissato alcun limite di tempo per la conclusione dell'Operazione Furia Epica contro l’Iran.

«Stati Uniti sono sulla buona strada per raggiungere i propri obiettivi» ha detto Hegseth rifiutandosi di indicare una data di fine delle operazioni. «Sarà il presidente a scegliere il momento in cui diremo che abbiamo ottenuto ciò di cui avevamo bisogno per garantire la nostra sicurezza».

Hegseth, ha poi dichiarato che la richiesta di bilancio del Pentagono di 200 miliardi di dollari aggiuntivi per finanziare la guerra contro l'Iran «potrebbe subire delle modifiche. Ci vogliono soldi per uccidere i cattivi. Torneremo al Congresso per assicurarci di avere i fondi necessari» Insomma, anche le spese di guerra previste potrebbero rivelarsi insufficienti.

Tutti elementi che lasciano intendere l’assenza di piani per concludere la guerra e del resto gli Stati Uniti sono stati colti di sorpresa persino dalla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, iniziativa iraniana che poteva essere facilmente prevista anche solo ricordando le operazioni del 1980-88 durante la guerra Iran-Iraq. Anche la vana richiesta di Trump agli alleati di fornire navi per scortare le petroliere a Hormuz conferma come la guerra sia ormai entrata in un vicolo cieco per USA e Israele.

Senza ordini precisi i diversi ministri di Trump parlano in libertà e spesso sopra le righe. Il segretario al Tesoro non ha escluso ieri che l'isola iraniana di Kharg, cuore dell’export petrolifero con i terminal navali, possa passare sotto il controllo degli Stati Uniti.

«Vedremo se eventualmente diventerà o no un asset americano» ha detto a Fox News ricordando l'attacco con cui gli statunitensi hanno colpito e "distrutto" gli asset militari sull'isola da cui passa il 90% dell'esportazione di greggio iraniano.

Un’operazione di sbarco e conquista dell’isola che potrebbe coinvolgere i 2.200 marines della 31ª Unità di Spedizione dei Marines (MEU) con base a Okinawa, imbarcati sul gruppo navale anfibio in navigazione da Singapore verso il Golfo Persico guidato dalla portaelicotteri da assalto anfibio USS Tripoli. Penetrare con una flotta da sbarco nelle acque ristrette del Golfo e condurre uno sbarco sul territorio iraniano potrebbe rivelarsi un’operazione pericolosa sia per le navi sia per le truppe sbarcate.

Inoltre l’occupazione di una porzione di valore strategico del territorio iraniano porrebbe gli Stati Uniti in una condizione di grave isolamento internazionale ai margini di ogni contesto giuridico. Del resto, come sostiene The Economist, il fallimento della guerra lampo di Trump e Netanyahu contro l’Iran rende pericolante la posizione dei due leader favorendo azioni disperate e pericolose per la stabilità energetica globale ma anche per il rischio che la guerra possa allargarsi ulteriormente.   

D’altra parte l’attacco alle infrastrutture energetiche iraniane, con le inevitabili rappresaglie di Teheran, conferma come USA e Israele si disinteressino completamente delle priorità degli alleati europei e asiatici, alle prese col rischio di subire danni devastanti alle proprie economie. «Non abbiamo bisogno dello Stretto di Hormuz per la nostra energia qui a casa per il popolo americano» ha detto la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ricordando che gli Stati Uniti sono produttori e grandi esportatori di gas.

E’ il caso di sottolineare che anche Israele produce grandi quantità di gas dai giacimenti off-shore nel Mediterraneo per il fabbisogno interno e per l’esportazione in Egitto. I guai determinati dal blocco di Hormuz e dagli attacchi agli impianti iraniani non ricadono quindi su chi ha scatenato la guerra ma sul resto del mondo, incluse le nazioni che in Europa e Asia continuano a considerare USA e Israele amici e alleati.