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Onu: la Cina eletta fra i custodi dei diritti umani

Un Paese grande violatore dei diritti umani viene eletto al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Martedì 13 la Repubblica Popolare Cinese è stata eletta fra i 15 nuovi Paesi che entrano a far parte del Consiglio per i diritti umani, assieme all'Uzbekistan (con i suoi schiavi) e al Pakistan (della legge nera). Difficilmente un regime repressivo disporrà indagini contro i suoi stessi crimini.

Manifestazione degli uiguri

Fareste spegnere un incendio a un piromane? Certamente no. Invece è normale che un Paese grande violatore dei diritti umani venga eletto al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Ebbene, martedì 13 la Repubblica Popolare Cinese è stata eletta fra i 15 nuovi Paesi che entrano a far parte del Consiglio per i diritti umani. Dunque difficilmente disporrà ispezioni o proporrà sanzioni contro i suoi stessi crimini.

Il regime comunista di Pechino, fra i Paesi dell’Asia assieme a quelli mediorientali, era in diretta competizione con l’Arabia Saudita, altro regime tutt’altro che rispettoso dei diritti. In una logica mediatica, oltre che politica, la monarchia di Riad è stata alla fine bocciata a causa delle obiezioni sollevate sul caso Jamal Khashoggi, il giornalista dell’opposizione (vicino ai Fratelli Musulmani) ucciso e fatto letteralmente a pezzi nel consolato saudita di Istanbul nel 2018. L’Arabia Saudita nega ogni responsabilità su quanto accaduto, ma il principe Mohammad bin Salman è il principale indiziato. La Cina ha quindi vinto la sua competizione asiatica per entrare nel prestigioso organismo con sede a Ginevra. Ma con quali credenziali?

La Cina sta commettendo un crimine di massa sempre meglio documentato: la deportazione massiccia degli uiguri e delle altre minoranze musulmane turcofone dello Xinjiang. Secondo le stime delle autorità cinesi stesse, la “rieducazione” dei cittadini della regione occidentale riguarda 1,3 milioni di persone all’anno. In Tibet, la popolazione è sottoposta ad un trattamento analogo, con deportazioni in campi di rieducazione (leggasi: lavoro forzato). Di questo sistema, in Tibet come nello Xinjiang, finiscono tutti quelli che sono considerati troppo fedeli alla loro cultura, o alla loro religione, che non si adattano ai costumi moderni cinesi e mantengono caratteristiche distinte rispetto a quelle della maggioranza han. Sono dunque considerati “retrogradi” e rieducati contro la loro volontà, con metodi da campo di concentramento di cui si hanno sempre più numerose testimonianze. Contemporaneamente al pugno duro sullo Xinjiang, è iniziata una vera persecuzione anche nella Mongolia Interna: la lingua mongola viene cancellata gradualmente dai programmi scolastici e le proteste sono represse con la forza. Può essere l’inizio dello stesso processo repressivo: i mongoli potrebbero essere i prossimi ad essere “rieducati”.

Oltre alle persecuzioni etniche di massa, la Cina non molla la presa sulla persecuzione religiosa, come questo giornale documenta da anni con cadenza quasi settimanale, perché tale è la frequenza degli episodi di persecuzione di cui si ha notizia anche in Occidente. Dal 2018, con l’introduzione della nuova Normativa per gli affari religiosi (che, curiosamente, ha anticipato di pochi mesi gli accordi fra Cina e Vaticano), Pechino ha lanciato una forte campagna di “sinizzazione” delle religioni, che include anche la distruzione sistematica di luoghi di culto non allineati, restrizioni di ogni tipo sulla libertà di religione (fra cui il divieto di attività religiosa per i minorenni) e il controllo sistematico di ogni comunità di fedeli, fino alla riscrittura dei sermoni e degli stessi testi sacri secondo le linee dettate dal Partito Comunista. Al di fuori delle religioni riconosciute, le confessioni non riconosciute, fra cui i cattolici “sotterranei” (fedeli al Papa e non al Partito) e il movimento del Falun Gong, subiscono una repressione ancor più brutale, con arresti arbitrari, torture, confessioni forzate di rinuncia al proprio credo e moltissimi morti.

Anche al di fuori delle persecuzioni politiche ai danni di minoranze e religioni, la Cina resta il Paese del record della pena capitale, prima al mondo per numero di esecuzioni, comminate per 46 tipi di reati, molti dei quali sono atti non violenti. Sono inoltre sempre nel mirino del regime gli avvocati dei diritti umani, i cittadini che esprimono dissenso (magari perché vittime delle numerosissime requisizioni di case e terreni) e ultimamente anche medici e giornalisti che non si sono adeguati alla narrativa di regime sull'epidemia di coronavirus. E poi resta il macro-problema di Hong Kong, che costituisce, oltre che una repressione dei diritti umani (la nuova Legge per la sicurezza nazionale è fuori da ogni standard giuridico accettabile) anche una violazione di un trattato internazionale, con il Regno Unito nello specifico, che prevedeva il rispetto della piena autonomia dell’ex colonia britannica.

Queste continue violazioni dei diritti sono sotto gli occhi di tutti, non sono un segreto. Grazie alle continue proteste di Hong Kong, la questione cinese ha anche attratto l’attenzione dei media occidentali. Anche i casi di repressione meno noti dal grande pubblico, sono certamente conosciuti in ambito Onu, specialmente nel Consiglio per i diritti umani. Eppure, tutto ciò non è stato sufficiente a far desistere una maggioranza di rappresentanti a eleggere la Cina, di nuovo, fra i nuovi membri del Consiglio per i diritti umani, con 139 voti. Unica nota positiva: sono meno voti di quelli presi dalla stessa Cina nel 2016 (erano 180). Il caso Cina non è unico: è stato eletto anche l’Uzbekistan, paese che batte il triste primato nel numero di schiavi, costretti a lavorare nei campi di cotone. E’ stato eletto il Pakistan, altro luogo di persecuzione diffusa dei cristiani, che non ha affatto abolito la “legge nera” con cui vengono puniti con pene anche capitali i reati di blasfemia, spesso solo un pretesto per incarcerare o linciare cristiani. Questo solo per restare in Asia. Per i rappresentanti degli altri continenti si riscontrano problemi analoghi: anche questa volta il regime comunista di Cuba è eletto nelle Americhe.

Almeno due riflessioni si impongono, dopo questa ennesima dimostrazione di insensibilità manifesta dell’Onu sul tema dei diritti umani. La prima riguarda il criterio di composizione del Consiglio. Per malintesi motivi di “rappresentanza democratica”, entrano in un organo, che dovrebbe vigilare sui diritti umani, Paesi scelti sulla base della loro mera collocazione geografica, a rotazione. A prescindere dal fatto che rispettino o meno i diritti umani. Se il criterio fosse meritocratico (vigila sui diritti umani chi, quei diritti, almeno li rispetta in casa propria), si scoprirebbe infatti che i rappresentanti sarebbero quasi tutti europei e americani, mentre Africa e Asia sarebbero sotto-rappresentate. Il secondo aspetto, ancor più curioso, è che la Cina si è distinta negli ultimi anni per la persecuzione degli uiguri, popolo musulmano. Ma in questo caso, non si è notata alcuna solidarietà islamica. La stessa motivazione che spinge i Paesi musulmani a far fronte comune contro la “islamofobia” occidentale, risulta stranamente assente quando si ha a che fare con un regime che rieduca all’ateismo milioni di musulmani, brucia centinaia di migliaia di copie del Corano (per una sola accusa di una sola copia bruciata, in Pakistan, scoppiano pogrom anti-cristiani), distrugge sistematicamente le moschee e sterilizza le donne uigure. Per questa persecuzione, autentica, dei musulmani nella Repubblica Popolare Cinese, la comunità islamica tace. L’accusa di islamofobia, evidentemente, è a corrente alternata vale solo per le democrazie occidentali e per i cristiani.