Nuovi attacchi al cappellano della Farnesina: è odio alla fede
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Dopo la Cgil e Il Fatto Quotidiano, stavolta è toccato al Sindacato Nazionale Ministero Affari Esteri attaccare il consigliere ecclesiastico della Farnesina, don Marco Malizia. Ma gli argomenti sono pretestuosi e rivelano l’odio contro la religione cattolica.
E tre. Prima ci fu l’attacco da parte dei fanti della Cgil, poi quello della cavalleria de Il Fatto quotidiano ed ora non poteva mancare l’artiglieria, ossia il Sindacato Nazionale Ministero Affari Esteri (Sndmae). La guerra è stata scagliata contro il consigliere ecclesiastico della Farnesina, don Marco Malizia e, di sponda, contro il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che lo ha voluto in quel ruolo. Il peccato originale, è proprio il caso di dirlo, di mons. Malizia sta nel fatto che è un sacerdote e come tale, strano a dirsi, all’interno del Ministero organizza iniziative di carattere spirituale. Fatto inaccettabile, forse perché i dipendenti del Ministero sono gli unici esseri umani sprovvisti d’anima.
Per tentare di mettere all’angolo il combattivo mons. Malizia, questa volta hanno tentato di attaccarlo soprattutto sotto il profilo amministrativo. Il Consiglio del sindacato di cui sopra, in una lettera aperta indirizzata al segretario generale e alla direttrice del personale e rilanciata da quel censore dei costumi che è Dagospia, muove quattro accuse. La prima attiene alla laicità dello Stato. La seconda riguarda «le ripetute iniziative di preghiera nonché le funzioni religiose svolte o annunciate in orario d’ufficio». La terza interessa i costi delle iniziative che sono a carico del Ministero. La quarta è infine relativa ad un pellegrinaggio in Terra Santa: l’agenzia di viaggio – domandano i sindacalisti – è stata individuata nel rispetto dei regolamenti interni?
Risponde punto per punto a queste critiche l’ambasciatore Giorgio Novello tramite lettera aperta: «La giurisprudenza costituzionale ha chiarito che la laicità non coincide con l’espulsione del fenomeno religioso dallo spazio pubblico, ma con il pluralismo, l’imparzialità e l’equidistanza. […] L’equidistanza si verifica nella disponibilità a garantire a tutti le stesse opportunità, non nell’eliminazione di ogni manifestazione religiosa». Aggiungiamo noi che in realtà la laicità della nostra Repubblica non comporta equidistanza da tutte le religioni, avendo lei siglato un concordato che è assente con gli altri credo religiosi, dato che è la religione cattolica e non altre confessioni ad aver plasmato la nostra cultura.
Prosegue l’ambasciatore: «Una laicità “inclusiva” garantisce a tutti libertà di espressione, purché non vi sia imposizione né discriminazione. Nel caso in esame non risulta che la partecipazione alle iniziative religiose sia stata obbligatoria o che vi sia stata una pressione, anche solo implicita, sui dipendenti. In assenza di tali elementi, faccio fatica a ravvisare una lesione del principio di laicità».
In merito alla presenza alle iniziative di mons. Malizia durante le ore di lavoro, così continua Novello: «In qualunque amministrazione esistono strumenti ordinari per disciplinare brevi assenze, flessibilità o recuperi. Analogamente, l’utilizzo di sale e strumenti audiovisivi per eventi non strettamente operativi (presentazioni, commemorazioni, incontri culturali) è prassi consolidata. Non vedo perché, in questo caso, tali aspetti non potessero essere affrontati con un semplice chiarimento amministrativo, senza elevarli a questione di principio. […] Questioni organizzative e tecniche potevano essere oggetto di interlocuzione interna senza assumere un tono che, inevitabilmente, si presta a una lettura più ampia e potenzialmente divisiva».
Riguardo poi agli oneri economici che tali iniziative comportano, l’ambasciatore così puntualizza: «La lettera evoca un possibile impiego improprio di risorse, ma non fornisce elementi concreti circa costi o oneri significativi. In assenza di dati, l’argomentazione rischia di apparire più suggestiva che dimostrata. Il criterio dovrebbe essere la proporzionalità: se il costo marginale è minimo e l’iniziativa è volontaria, la questione assume dimensioni molto contenute». A margine ma non troppo: mons. Malizia svolge a titolo gratuito il suo ministero dentro la Farnesina e fuori (di recente ha intrapreso una pericolosa missione per portare aiuti umanitari in Sudan, nazione dove è in atto da anni una sanguinosa guerra civile).
Relativamente infine al pellegrinaggio, l’ambasciatore Novello fa semplicemente notare che quest’ultimo non è una iniziativa del Ministero, ma meramente privata e quindi la scelta del tour operator è svincolata da qualsiasi bando pubblico.
A difendere l’operato di mons. Malizia sono poi scesi in campo altri due sindacati presenti anch’essi all’interno del Ministero. Si tratta della Confederazione dei dirigenti pubblici e privati, quadri e alte professionalità (Confedir) e della Confederazione Europea di Unità dei Quadri (Ceuq), i quali da una parte ricordano, sempre tramite lettera aperta, che «i diplomatici godono […] di un’esenzione dal rilevamento orario» e poi sfidano il sindacato a rendere «pubblici su Dagospia il numero complessivo dei diplomatici alle dirette dipendenze, i relativi stipendi netti annuali, l’importo dei premi netti di produzione. […] È necessario che venga spiegato chiaramente quali specifici servizi allo Stato giustifichino tali premi e quale sia l’effettiva operatività dell’ampio personale alle dirette dipendenze. […] Vediamo il coraggio!». Infine avvertono: gli estensori della lettera contro mons. Malizia «hanno creato un precedente pericoloso: ora chiunque, per ritorsione o per “parità di trattamento”, potrà chiedere di ogni minuto non timbrato e di ogni indennità percepita dai diplomatici». Noi, per soprammercato, rincariamo la dose e invitiamo Striscia la Notizia a girare con le proprie telecamere nascoste tra gli affollati cinque (sic!) bar del Ministero e contare quanto tempo in media i dipendenti del Ministero ci impieghino per bere un caffè.
Le critiche di carattere amministrativo alla fine, lo hanno capito tutti, sono pretestuose. «Hanno agito per ideologia», scrivono ancora Confedir e Ceuq; ossia, diciamolo apertamente, hanno agito in odio alla religione cattolica.
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