• INTERVISTA A BLANGIARDO (ISTAT)

"Non basta bonus di governo, serve fisco per la famiglia"

"I bonus non bastano, serve un Fisco a misura di Famiglia, Governo e società cambino mentalità perché rispetto al 2018 avremo altri 10mila nuovi nati in meno". La Nuova BQ parla con il presidente Istat Blangiardo di calo demografico e politiche famigliari. "Il 19% delle famiglie con più di cinque componenti è in povertà assoluta. Per l'ambiente tutti disposti a sacrifici, ma per le culle vuote no?". E il futuro non promette bene: "Tra 40 anni avremo oltre 2 milioni e mezzo di ultra novantenni. Invertire le dinamiche sulla natalità è irrinunciabile. Prendiamo esempio da Francia, Germania e Ungheria dove la tendenza si è ribaltata".

Giancarlo Blangiardo, presidente Istat

"Bonus famiglia insufficienti, si continua a chiamare politiche demografiche quelli che sono aiuti alla povertà". Alla vigilia della discussione parlamentare sulla manovra 2020 il presidente dell'Istat Giancarlo Blangiardo parla di natalità con la Nuova BQ. Nella sua carriera di demografo tra i più noti, Blangiardo ha sempre messo in guardia sull'assenza in Italia, con tutti i governi, di politiche famigliare strutturali per invertire l'inverno demografico. E anche all'Istat la sua attenzione non può che essere sull'invecchiamento della popolazione e sul drammatico calo di nascite, il cui record dell'anno scorso quest'anno è destinato ad essere battuto ancora una volta. 

Presidente Giancarlo Blangiardo, dal suo osservatorio dell'Istat, com’è il termometro? Ogni anno si annuncia che è peggiore del precedente come frequenza di nascite. Il bollettino del 2019 che cosa ci dirà?
I dati sulle nascite restano tuttora preoccupanti, in linea con le dinamiche che hanno caratterizzato quest'ultimo decennio. Il 2019, rispetto a cui Istat ha già diffuso i risultati del primo semestre, segna un ulteriore calo tendenziale che, su base annua, potrebbe significare circa 10 mila nati in meno, rispetto a un 2018 che già segnava un record al ribasso. È evidente che c'è da preoccuparsi e penso sia naturale aspettarsi azioni di politica che possano aiutare a frenare questo continuo calo della natalità.

Che cosa si può fare?
Quanto alle modalità con cui intervenire, penso che gli esperti abbiano già da tempo indicato sia alcune leve su cui agire, sia qualche modello - all'estero ma anche entro i nostri confini - cui fare riferimento.

Ha presente alcuni casi e buone pratiche di paesi esteri?
Il caso classico è la Francia, con il quoziente familiare ed altri interventi di natura fiscale: adesso ha 300.000 nati in più di quanti ne abbia l’Italia. Poi ci sono vari Paesi che si trovano in una situazione di crisi demografica, forse non grave come quella italiana, ma che con interventi di natura economica hanno leggermente invertito la tendenza. Penso all’Austria, alla Danimarca, alla Germania e all’Ungheria.  

Il 2020 si preannuncia come l’ennesima incompiuta sul versante delle politiche nataliste: dagli annunci del governo sulla Manovra sembra che non si andrà oltre una politica di bonus e incentivi. Il governo però sbandiera il tema della famiglia. Secondo lei il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?
La centralità della famiglia è assolutamente fuori discussione nel determinare le scelte che portano alla nascita di un figlio. Ne deriva che l'aiuto alle famiglie rappresenta un elemento irrinunciabile per una politica che aspira a invertire le dinamiche in atto. I contributi sotto forma di bonus - che però andrebbero garantiti con continuità - possono avere certamente un effetto positivo, ma servirebbe anche molto altro.

Noi ci siamo fatti un’idea, usiamo una metafora medica: serve ossigeno dall’esterno (assegno unico), ma anche fermare le emorragie (una tassazione a misura di famiglia). Che ne pensa?
Come detto, il bonus è una delle leve su cui agire, ma occorre essere consapevoli che ci sono anche altri interventi sul piano economico – la tassazione a misura di famiglia è certamente uno di questi – senza però dimenticare che siamo in una stagione in cui le risorse scarseggiano. Occorrere massimizzare l’effetto degli interventi di natura economica, almeno di quelli che ci si può permettere, con azioni su fronte delle norme, dell’organizzazione della società e della cultura dominante.

Per fare questo è chiaro che il governo deve cambiare mentalità.
Non solo il Governo, ma l’intera società dovrebbe farlo. Se è vero che stiamo maturando una crescente attenzione ai temi ambientali, e siamo disposti a fare i sacrifici che vengono richiesti per la sostenibilità ambientale, dovremmo fare la stessa cosa anche per garantire la sostenibilità demografica nel nostro Paese.

Forse non è un problema di risorse, ma di dove metto le risorse?
Proprio perché sono limitate, le risorse vanno spese bene. E quando dico “spese bene” intendo in linea con le finalità per cui sono state pensate. Spesso sono state considerate politiche demografiche quelle che in realtà erano sostanzialmente interventi di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale.

Da anni ormai si parla di piano famiglia...
Eppure un progetto per un Piano Famiglia da cui si potrebbe partire è su carta da quasi dieci anni. E’ stato messo a punto – e condiviso da un ampio spettro di soggetti autorevoli – nell’ambito dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia. Contiene alcune misure costose e altre a “buon mercato” o persino a costo nullo. Bisognerebbe riprenderlo in mano e iniziare a fare ciò che si può. Con sano realismo e buona volontà.

L’impressione è che la Famiglia sia sempre una scusa per attaccare politicamente l’altro.
Diciamo che proprio perché la coperta è corta, per “coprire” la famiglia ognuno tira da una parte diversa. Ma torno a dire: qualcosa si potrebbe fare anche senza penalizzare nessuno. Si potrebbe cercare ad esempio di attivare nuove alleanze, magari con il mondo produttivo. Ci sono certamente imprenditori sensibili, e forse anche interessati, ad assumere un ruolo da protagonisti nel contribuire al rilancio della istituzione familiare e della natalità. Rispetto alla cura (asili) e alla conciliazione (maternità e lavoro) penso ci siano importanti margini di accordo. 

Nel mondo associazionistico famigliare si sente spesso dire che oggi i poveri sono le famiglie, specie quelle numerose. Ci sono anche dei dati che lo comprovano?
I dati ci sono, basta vedere il dettaglio dei Report sulla povertà che Istat produce regolarmente. Nel 2018, é confermata un’incidenza di povertà assoluta dell’8,9% tra le famiglie con quattro componenti, una percentuale che raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; va tenuto presente che tra le famiglie di 3 componenti è del 7% , in linea con il dato medio. Ma il fatto è che se si vuole invertire la tendenza al continuo calo delle nascite non si tratta di agire sulla povertà in presenza di più figli, che pure va combattuta, ma di intervenire a supporto delle famiglie del “ceto medio”. Solo così i numeri potranno significativamente cambiare.

Che cosa dice l’Istat sulla tenuta del sistema Paese? 
Non si tratta di drammatizzare, ma è ovvio che l’assenza di ricambio generazionale provoca alterazioni negli equilibri tra le generazioni. In ogni società c’è chi studia, chi lavora e chi si riposa. Ci sono tempi per fare tutto ciò e ci deve essere il giusto equilibrio tra il numero di soggetti che, dopo aver studiato, sono produttivi e consentono di mantenere chi studia e chi è in pensione. Se i numeri dei tre gruppi si modificano sensibilmente, come sta avvenendo in Italia, qualche problema è facile immaginarlo. Non è solo questione di pensioni, io guardo con più preoccupazione al fronte della sanità: oggi ci sono circa 800.000 persone con 90 e più anni, tra quattro decenni ce ne saranno 2,5 milioni! Non ci vuole molta fantasia per immaginare quali costi saranno necessari per garantire loro una vita dignitosa.

E' ragionevole pensare di correggere il saldo nascite negativo con l’immissione di migranti economici? 
Le migrazioni offrono un contributo importante sul piano dell’immissione di popolazione giovane - che però, ricordiamocelo, non resterà sempre tale – e del contributo di nascite. Va comunque tenuto presente che anche gli immigrati vivono le difficoltà nel mettere al mondo i loro figli e quindi si adeguano al modello nostrano. Non a caso dal 2012 in poi il numero di nati stranieri è andato calando.

A proposito, che cosa dice l’Istat sui migranti che arrivano in Italia?
I dati Istat sui flussi si riferiscono sia alle iscrizioni anagrafiche sia – per i soli extracomunitari - ai nuovi permessi di soggiorno. Entrambe le fonti segnalano il forte rilievo tanto della componente che si muove per motivi familiari, spesso si tratta di ricongiungimenti, quanto per quella legata agli “sbarchi” e alle richieste di protezione internazionale. Il fatto che per quest’ultima componente gli esiti delle domande siano per più di due terzi un respingimento fa capire la massiccia presenza di flussi verosimilmente “economici”. In ogni caso, va ricordato che alla luce dei nuovi permessi di soggiorno, gli immigrati che vengono autorizzati per motivo di lavoro sono ormai una ristretta minoranza.