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MicroMega, cortocircuito sul Battesimo ai bimbi

Il periodico laicista rispolvera un vecchio stereotipo per cui battezzare i minori di 18 anni (o almeno di 12) ne limiterebbe la futura libertà. Una logica che allora andrebbe applicata a tutte le scelte educative, della famiglia e dello Stato, e che si smentisce nello stesso articolo con la proposta di un "battesimo laico". In realtà, solo Dio libera.

Attualità 01_02_2023

La rossa rivista MicroMega rispolvera un polveroso luogo comune: non battezziamo i bambini. Lasciamo che siano loro, una volta diventati grandicelli, a decidere. Nell’articolo del 24 gennaio scorso Perché bisognerebbe vietare il battesimo ai minori, l’autore, Alessandro Giacomini, così argomenta: «Il battesimo religioso dovrebbe essere vietato ai minori. Se non a diciotto anni almeno fino ai dodici. […] Molti lo fanno per tradizione e per soddisfare quei riti ancestrali di passaggio, altri per il condizionamento ambientale che la Chiesa cattolica ha introdotto nella società civile, costringendo in modo subdolo a battezzare per non essere discriminati nel contesto della propria comunità, ignorando il più delle volte che non si tratta di una semplice tradizione ma che comporta delle conseguenze per il battezzato».

Poi Giacomini ricorda, Catechismo alla mano, che il “pedobattesimo” – così battezzato, è proprio il caso dire, dall’autore forse perché ricorda per assonanza la pedofilia – comporta queste conseguenze: il dovere di obbedienza alla Chiesa, la liberazione dal peccato, l’incorporazione alla Chiesa, Corpo mistico di Cristo, la partecipazione alla missione di quest’ultima. Il Nostro si domanda come è possibile che un neonato diventi missionario e fa appello giustamente al mistero della fede, la quale però, per chi una volta battezzato non l’ha buttata poi nel cestino, richiamerebbe al passo citato proprio dal Giacomini: diventando membra di Cristo si partecipa alla sua missione. Curioso che si voglia giudicare un sacramento di fede senza usare la fede. È come tentare di capire l’algebra ricorrendo alle regole del calcio.

Ciò che soprattutto infastidisce il Nostro sta in quei doveri appioppati al bebè solo perché battezzato, tanto che la Chiesa può riprenderlo se sgarra. Giacomini si appella addirittura alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che così viene citata dallo stesso: «ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata deve salvaguardare l’interesse superiore del bambino» (la traduzione ufficiale è un po’ differente, ma poco importa). Nostra replica: essere liberati dal peccato originale e guadagnarsi un passaporto per il Paradiso ci sembra proprio confacente all’«interesse superiore del bambino». Se invece il battezzato non crede a questo significato del battesimo, che problema potrebbe mai fargli?

Inoltre la Convenzione si spiega con la Convenzione. Il Giacomini omette, sicuramente per laica dimenticanza, di citare l’art. 5 della stessa in cui si dichiara che «Gli Stati parti rispettano la responsabilità, il diritto e il dovere dei genitori di dare [al fanciullo], l’orientamento e i consigli adeguati all’esercizio dei diritti che gli sono riconosciuti dalla presente Convenzione». La Convenzione, quindi, rispetta il diritto-dovere dei genitori di imprimere un orientamento al figlio anche relativamente al diritto di espressione religiosa. Pare quindi un avallo al diritto dei genitori di battezzare il figlio, non certo un divieto.

Citando sempre la Convenzione, l’autore poi ricorda che «gli Stati rispettano il diritto del fanciullo alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione» (art. 14 comma 1). E Giacomini aggiunge con sicumera: «È palese che detto articolo è agli antipodi con i sopracitati articoli della Chiesa cattolica all’atto battesimale». Ma il fanciullo, aderendo inconsciamente alla Convenzione, nella sua libertà potrà sempre abbandonare la religione cattolica e con essa tutti i doveri ad essa legata: l’ateismo diffusissimo tra i battezzati lo prova al di là di ogni ragionevole dubbio e dovrebbe stemperare i timori anticlericali del Nostro.

Giacomini, poi, in un climax vertiginoso rincara la dose: «Lo stesso Papa Bergoglio nell’udienza generale dell’8 gennaio 2014 ha tenuto a precisare che: “un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato”. Nell’affermazione di Bergoglio c’è l’idea che in fondo il bambino non sia ancora un essere umano, ma lo diviene tale con il battesimo». Giacomini linka al giornale Tempi per citare Papa Francesco e la citazione trovata si ferma alle parole «non battezzato». Se avesse fatto un poco più di fatica e avesse rintracciato la fonte originale delle parole del Papa, ossia il portale vatican.va, avrebbe potuto leggere qualcosa in più: «Un bambino battezzato o un bambino non battezzato non è lo stesso. Non è lo stesso una persona battezzata o una persona non battezzata». Come si vede, per il Papa, anche chi non è battezzato rimane persona. Tra l’altro Giacomini non si riferisce nemmeno al termine persona, ma all’espressione “essere umano”. Appare di palmare evidenza che anche chi non è battezzato è essere umano e che la condizione di essere umano è requisito previo al battesimo, non effetto di questo. Sostenerlo è banalmente intuitivo.

L’autore si lagna del fatto che il battesimo sarebbe contrario alla libertà della persona, ma poi è lui stesso che informa il lettore della possibilità di esercitare il cosiddetto sbattezzo, ossia, così come spiegato dal Nostro, l’invio di una lettera al parroco per rendere nota la volontà di «non far più parte della Chiesa Cattolica». Dunque, la libertà sarebbe fatta salva. Inoltre, a suo dire «il parroco non può in alcun modo rifiutare lo sbattezzo». In realtà, il parroco, come qualsiasi altro, sebbene prenda atto della volontà di non far più parte della Chiesa Cattolica, non può sbattezzare il battezzato perché è impossibile farlo. Infatti, il battesimo imprime un carattere indelebile alla persona (n. 1280, Catechismo della Chiesa Cattolica).

Dicevamo che la critica al battesimo perché lesivo della libertà della persona è un antiquato stereotipo della propaganda laicista. Ad esempio, anche il filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) argomentava in modo analogo a quanto scritto dal meno noto articolista di MicroMega (cfr. L. Chiappetta [a cura di], Codice di diritto canonico, Edizioni Dehoniane, Roma, 1996, vol. II, p. 106, n. 3343). Come rispondere? Chi non vuole battezzare il figlio lo priva di una serie di tesori inestimabili, tra cui il primo è la salvezza dalla dannazione eterna. Si potrebbe però obiettare: anche i genitori consapevoli della preziosità di questo sacramento potrebbero sostenere che, nonostante la straordinaria utilità dello stesso, tale scelta deve essere effettuata dal figlio medesimo in modo consapevole e quindi solo in età adulta. Per rispondere, citiamo l’Istruzione sul battesimo dei bambini redatta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: «un tale comportamento [volto a non battezzare il bambino per non condizionarlo] è assolutamente illusorio: non esiste una libertà umana così pura, da poter essere immune da qualsiasi condizionamento. Già sul piano naturale, i genitori operano delle scelte indispensabili per la vita dei loro figli e li orientano verso i veri valori. Un comportamento della famiglia che pretendesse di essere neutrale per quanto riguarda la vita religiosa del bambino, in pratica risulterebbe una scelta negativa, che lo priverebbe di un bene essenziale» (n. 22).

La logica sottesa alle argomentazioni di Giacomini per coerenza dovrebbe essere applicata a tutte le scelte educative dei genitori verso i figli neonati. E così i genitori non dovrebbero decidere come vestire il figlio, come nutrirlo, se curarlo quando si ammala, quali ninne nanne cantargli, a quali parenti e amici darlo in braccio, etc. perché potrebbero condizionarlo. Anzi, già il fatto di farlo crescere nella loro famiglia e non in un’altra sarebbe un condizionamento alla sua libertà. Per non parlare delle imposizioni dello Stato che gravano anche sui minori, come la scuola, appunto, dell’obbligo. L’autore, a questo proposito, propone un «battesimo laico» (sic) il quale certifica che è entrato a far parte di una comunità e di una famiglia. Ma anche questo non è una imposizione? Non potrebbe egli desiderare di far parte di un’altra comunità e/o di un’altra famiglia?

Torniamo ai signori Torquemada che impongono al figlio il battesimo. La logica della neutralità nell’educazione dovrebbe essere spinta fino alle sue naturali conseguenze e quindi i genitori si dovrebbero astenere dal vestire il proprio figlio neonato, dal nutrirlo, dal tenerlo al caldo, dal curarlo, dal farlo dormire, etc. Ma anche decidere di non decidere è una scelta, appunto una scelta non commissiva, ma omissiva. È impossibile quindi non scegliere. Non solo, ma anche non decidere comporta delle conseguenze che incidono sulla libertà della persona. E dunque anche la decisione di non battezzare influenzerà il figlio: non solo a lui verranno tolte tutte quelle grazie prima indicate che magari avrebbe voluto avere sin da infante, ma pure sul piano sociale il figlio potrebbe percepirsi diverso da tutti i bambini della sua classe dove la maggior parte è battezzata, forse si sentirebbe anche discriminato per questo, etc.

Dunque, dato che i genitori hanno il dovere naturale di educare i figli è impossibile che questi non compiano delle scelte. Ma se è inevitabile scegliere, occorre scegliere al meglio per il figlio. Questo comporta che i genitori si interroghino sul significato del battesimo. Se ne comprenderanno il senso e lo apprezzeranno, decidendo di battezzare il figlio, faranno un grande dono a quest’ultimo. Ciò non comprometterà il libero arbitrio del figlio perché quest’ultimo, una volta diventato maturo, potrà sempre sbarazzarsi del dono fattogli dai genitori e convertirsi ad altra religione oppure diventare ateo o agnostico. Allo stesso modo, se i genitori donassero al figlio una grossa somma di denaro alla sua nascita, il figlio una volta adulto potrebbe anche decidere di bruciare tutti i contanti, di regalarli. Infatti, il seme della fede nel battesimo è stato piantato nell’anima del neonato non contro la sua volontà ma senza la sua volontà, però starà alla sua libertà di persona matura far spuntare da quel seme il germoglio e farlo diventare una pianta.

C’è infine da aggiungere che battezzare il figlio non solo è una possibilità, ma anche un dovere. In prima battuta osserviamo che chi è preoccupato della libertà dei figli dovrebbe farli battezzare. Infatti, la libertà autentica è connessa al bene e al vero: «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Solo dall’adesione al bene scaturisce l’autentica libertà. In secondo luogo citiamo nuovamente l’Istruzione sul battesimo dei bambini: «Quando si pretende che il sacramento del battesimo comprometta la libertà del bambino, si dimentica soprattutto che ogni uomo, anche non battezzato, in quanto è creatura, ha verso Dio degli obblighi imprescrittibili, che il battesimo ratifica ed eleva con l’adozione filiale. Si dimentica inoltre che il Nuovo Testamento ci presenta l’ingresso nella vita cristiana non come una servitù o una costrizione, ma come l’accesso alla vera libertà» (n. 22). Non si può essere liberati dagli obblighi verso Dio senza assolverli. Ogni persona nel momento in cui viene all’esistenza è debitore a Dio della vita ricevuta, della chiamata alla vita eterna e di molti altri doni. Per tentare di assolvere a questi obblighi al meglio – consci che rimarremo sempre debitori verso Dio – il battesimo è strumento efficacissimo. Privare del battesimo il figlio lo imprigiona in questi doveri e dunque non lo rende di certo più libero.