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Intervista

Matrimonio, il segreto è mettere Cristo al centro

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Qual è il senso della castità prematrimoniale? Cosa significa diventare una sola carne? E perché i figli sono da accogliere come un dono? La Bussola intervista i coniugi Cristina e Giorgio Epicoco, autori di Intimamente parlando.

Famiglia 21_02_2026

Parlare di sessualità e castità risulta difficile in un tempo dove a dilagare è la cultura usa e getta e del possesso. È la sfida che Giovanni Paolo II ha voluto affrontare con la sua “Teologia del Corpo” e che Paolo VI ha approfondito con l’enciclica Humanae Vitae. Comprendere la bellezza della sessualità vissuta per quello che è, nel suo significato profondo, aiuta a vedere l’altro come persona la cui dignità non può essere calpestata.

Cristina e Giorgio Epicoco, coppia umbra di riferimento per la pastorale familiare nella diocesi di Perugia (ne abbiamo già parlato qui), nel loro ultimo libro Intimamente parlando (Tau editrice), analizzano le numerose questioni che riguardano la sfera della sessualità, del fidanzamento e del matrimonio, evidenziandone la bellezza più profonda. La Bussola li ha intervistati.

Nel vostro ultimo libro approfondite vari aspetti della sessualità vissuta cristianamente. Quanto è importante per la coppia sposata partire dal “noi” prima di arrivare al dono dei figli?
Il primo figlio da generare è il “noi” coniugale: un conto è generare la vita, un altro è darne il senso. Se non si parte da questo essere coniugale neonato e non si diventa una sola voce, non si guarisce dalle proprie ferite e di conseguenza risulta difficile diventare genitori. È il comando di Dio: lasciare il padre e la madre, risolvere dentro quello che è importante, per ritornare uomini e donne e passare da essere figli ad essere marito e moglie. Diventare una sola carne è il “noi” che si costruisce piano piano. Per cui il primo figlio della coppia è la coppia stessa, e poi i figli che arriveranno in dono.

Parliamo di castità: cosa direste ai giovani che si preparano a vivere un cammino di fidanzamento in una società sempre più liberal e contraria ai valori dell’attesa e del rispetto?
Vivere la castità prematrimoniale significa costruire un terreno ben preparato per inoltrarsi in quella che sarà poi la sessualità vera dove si diventa una sola carne, così come Dio ha voluto. Ci viene in aiuto un esempio: non è lecito che un seminarista celebri Messa prima dell’ordinazione sacerdotale perché sarebbe una menzogna, oltre che un sacrilegio. Il fidanzamento è diverso dal matrimonio: avere rapporti prima del matrimonio significa vivere un gesto menzognero che costituisce anche un peccato di fornicazione. Solo il comando di Dio a diventare una sola carne certifica la sessualità vera in cui Lui è presente. Se non si conosce Cristo nel fidanzamento facendo un cammino nella verità, il rischio è che quando si diventa un progetto di Dio con il matrimonio arrivi il Nemico. Da una parte c’è Dio, dall’altra il nemico di Dio.

Una sola carne: perché nel rapporto tra marito e moglie non può mancare Dio?
Diventare una sola carne significa ricostruire la Trinità: «maschio e femmina li creò», separandoli per poi essere riuniti ad immagine e somiglianza di Dio. La differenza tra convivenza e matrimonio è che nel primo caso si parla di “compagno” (da cum panis, dividere il pane), mentre il secondo è chiesa domestica, è rispondere al comandamento di diventare una sola carne, è potenza di Dio che sugella e sigilla il sacramento del matrimonio. Il talamo nuziale è un altro altare dove c’è il dono totale di sé. L’amore, infatti, è un atto della volontà che permette di amarsi anche quando le cose non vanno. Ecco perché non può mancare Dio; se viene messo da parte si lascia spazio al nemico, da qui gli adulteri.

Nel vostro libro ricordate che il primo Sposo è sempre Cristo. Quanto è importante che vi sia una vita sacramentale alla base del matrimonio che aiuti ad amare e, di conseguenza, perdonare il coniuge con gli occhi di Cristo?
Se non sposi Cristo, come fai quando l’altro potrebbe tradirti, deluderti o essere diverso da quello che avevi immaginato? Dopo il matrimonio vengono a cadere le maschere o si attraversano situazioni difficili che cambiano, per cui i coniugi possono essere i primi nemici. Se non si sposa Cristo non si può amare o perdonare. La soluzione sta nel ripetersi la formula del rito del matrimonio; nel ripartire da Cristo – senza il quale non possiamo fare nulla – e nel ricorrere ai Sacramenti. L’Eucaristia è la prima medicina: ricevendo il Corpo e il Sangue di Cristo possiamo chiedere di essere guariti e liberati; con il sacramento del matrimonio, vivendo l’unione coniugale, chiediamo aiuto al Signore per noi e per il nostro coniuge. La nostra missione sta nell’accompagnare le coppie e consegnarle all’unica sorgente, Cristo, e ai Sacramenti che sono la salvezza del matrimonio. È attraverso questa “terapia spirituale” che le coppie rinascono e sciolgono i nodi.

I figli sono un dono, non un diritto. Oggi bisogna ricordare alle coppie che essere aperti alla vita non è un optional e che impedire la procreazione o volerla controllare con tecniche di fecondazione artificiale è un atto grave…
Il giorno del matrimonio affermiamo di voler accogliere i figli che Dio vorrà donarci, e spesso lo diciamo con la presunzione di averli sicuramente. Dire quel “sì” significa restare sempre aperti alla vita con quella responsabilità che risponde al senso della vocazione, nel generare prima il “noi” e poi i figli che vanno custoditi fin dal concepimento. Talvolta le coppie entrano in crisi arrivando anche alla separazione perché non considerano l’eventualità di non poter avere figli. Ma Dio non dona solo figli nella carne. Noi abbiamo ricevuto il dono di cinque figli, di cui uno nato al Cielo per un aborto spontaneo, ma abbiamo anche numerosissimi figliocci di battesimo. Ciò che non va è l’idea del figlio “a tutti i costi” che porta a seguire strade che esulano da quello che è il rapporto coniugale, a discapito della vita. Per questo è importante l’accompagnamento, per entrare nell’ottica del dono e non del diritto e del possesso.



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