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Maldive: golpe e contro-golpe nel "paradiso" islamico

Scena da “repubblica delle banane” nelle Maldive. La Corte Suprema vota all’unanimità per la scarcerazione di prigionieri politici e la riabilitazione dell'ex presidente Nasheed, il nuovo presidente Yameen fa arrestare due giudici e i tre ancora liberi annullano tutto. Ma il problema è molto più profondo di questo "golpe".

Il presidente Yameen

Scena da “repubblica delle banane” nelle Maldive. La Corte Suprema vota all’unanimità per la scarcerazione di 9 prigionieri politici e il reinsediamento di 12 parlamentari destituiti, oltre che per l’annullamento della condanna comminata all’ex presidente Mohammed Nasheed. Il presidente in carica, Abdullah Yameen, al potere dal 2013, fa arrestare il giudice supremo Abdullah Saeed e un altro membro della Corte. I tre giudici rimasti in libertà annullano il precedente ordine. Tutto come prima, i prigionieri politici restano in galera, il presidente è di nuovo al sicuro. Almeno finora.

Sembra una sceneggiatura grottesca, ma è una realtà drammatica quella delle Maldive, meta paradisiaca dei turisti di tutto il mondo in cerca di scenari esotici e romantici nel bel mezzo dell’Oceano Indiano. Teoricamente una repubblica democratica, l’arcipelago, a Sud dell’India, è stato governato per trent’anni da Mahmoon Abdul Gayoom, dal 1978 al 2008, eletto per sei mandati di fila dal Majlis (parlamento) quale candidato unico, con percentuali sempre superiori al 90%. Era sia capo di Stato che di governo, oltre che comandante in capo delle forze armate. Nel 2008, le prime elezioni dirette del presidente sono state vinte da Mohammed Nasheed, leader del Partito Democratico delle Maldive, con un programma di riforme e difesa dei diritti umani.

In quattro anni di governo, tuttavia non ha realizzato le riforme promesse. Si è distinto come campione internazionale della lotta al riscaldamento globale, con un costosissimo programma di introduzione nelle isole delle fonti rinnovabili, organizzando una simbolica seduta del governo subacquea e fondando un’associazione di paesi insulari che potrebbero sparire con il presunto innalzamento delle acque. Tuttavia, nel suo paese, è stato contestato sempre più, anche dai suoi stessi ex sostenitori, per mancanza di trasparenza nella gestione del governo e per scarso rispetto della costituzione. La ribellione popolare è scoppiata contro il nuovo presidente dopo l’arresto del giudice penale Abdullah Mohammed, che aveva ordinato la scarcerazione di un oppositore politico. Quando la polizia ha ricevuto l’ordine di disperdere la folla, si è unita alla protesta e con essa si è sollevato anche l’esercito. Dopo settimane di disordini, Nasheed è stato deposto. Poi, dopo due anni di processi, con accuse e capi di imputazioni poco chiari, nel 2015 è stato condannato a 13 anni di carcere per il rapimento di Abdullah Mohammed, in base alla nuova legge anti-terrorismo. Un anno dopo, nel 2016, per sottoporsi a un intervento delicato alla spina dorsale, ha ottenuto il permesso di recarsi nel Regno Unito. Dove è rimasto, ottenendo lo status di rifugiato politico.

Nel frattempo la vita politica delle Maldive iniziava ad essere dominata dal presidente Abdullah Yameen, fratellastro di Mahmoud Abdul Gayoom eletto a stragrande maggioranza come “protettore dell’islam” nelle isole. Le Maldive, da sempre uno Stato islamico, appaiono sempre più come un regime radicale. Ha fatto scalpore la scomparsa del giornalista Ahmed Rilwan Abdulla, rapito dai membri di una gang jihadista della capitale Malè. Lo scorso aprile è toccato a un altro giornalista, il blogger Yameen Rasheed, essere pugnalato a morte sulle scale di casa sua da radicali islamici. Nel suo giornale online denunciava la progressiva islamizzazione delle isole. Fra le sue inchieste anche quella sulla condanna per apostasia di Aishath Velezinee, ex membro della Commissione giudiziaria. Cresce anche la preoccupazione per i foreign fighters. In rapporto alla loro esigua popolazione, le Maldive hanno battuto il record di volontari jihadisti che sono andati a combattere nelle file dell’Isis. E che potrebbero tornare a fare attentati in patria. E’ teoricamente contro di loro che è stata promulgata la legge anti-terrorismo del 2015. Che però è stata subito applicata politicamente, per condannare l’ex presidente Nasheed.

E’ in questo clima esasperato che si arriva al “golpe” giudiziario e al controgolpe del presidente Yameen. Gli oppositori chiedono l’intervento internazionale. Ma non ci si deve far distrarre troppo dalle lotte politiche del momento, né sulle singole azioni violente. Il problema delle Maldive è ben più profondo ed è la progressiva islamizzazione delle isole.

Se già nel 2008 erano state introdotte nuove leggi costituzionali più conformi alla sharia (da quell’anno nessun non musulmano può chiedere la cittadinanza), nel 2013 il nuovo presidente Yameen ha dato una stretta ulteriore. La pena di morte è prevista per peccati e reati quali l’apostasia e l’adulterio. La responsabilità penale, in base al nuovo codice, viene estesa a partire dai 10 anni di età. Per alcuni peccati e reati, come furto, “fornicazione” e consumo di alcolici, la responsabilità penale parte dai 7 anni. E’ ancora proibito eseguire una condanna capitale su un minorenne, ma questo vuol dire solo che il bambino che ha commesso il peccato/reato a sette anni deve restare in carcere fino al raggiungimento della maggiore età. Poi può essere ucciso dallo Stato.

Non si tratta di una politica imposta dall’ultimo presidente, ma di una tendenza sempre crescente nella popolazione. E in tutta la regione dell’Asia meridionale, non solo nelle Maldive. Basti pensare all'involuzione di paesi un tempo moderati come il Bangladesh, o alla "talebanizzazione" del Pakistan, alla progressiva radicalizzazione della Malaysia e alla crescita di movimenti radicali islamici in tutto il Sudest asiatico per rendersene conto.