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Padre Fabrizio Calegari: Bangladesh, un paese tranquillo che si radicalizza

Padre Fabrizio Calegari, missionario del Pime, spiega alla NBQ il clima che si respira in Bangladesh, in questi giorni di violenza. L'escalation del terrorismo è visibile, ma il sentire comune è ancora quello musulmano moderato. "Prima o poi, anche in questo paese, dovrà essere seriamente affrontata l’autocritica. Capire che c’è un problema e che è inutile negarlo"

Manifestazione a Dacca

Il Bangladesh non è conosciuto nel mondo per il suo radicalismo islamico. Non è il Pakistan, né l’Afghanistan, l’Iraq o la Siria, il Sudan o la Somalia, nomi di paesi ormai associati ai movimenti jihadisti. Il sentire comune di questa nazione del subcontinente indiano, è quello dell’islam moderato. E i partiti più fondamentalisti non decollano. Eppure l’Isis è ormai una drammatica realtà radicata anche in quel paese musulmano. All’indomani della strage di Dacca, in cui sono morti anche 9 italiani, La Nuova Bussola Quotidiana ne ha parlato con padre Fabrizio Calegari, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), confratello di padre Piero Parolari, ferito in un agguato lo scorso 18 novembre 2015.

Padre Fabrizio, che è tornato in Italia dal Bangladesh in questi giorni, si dice “preoccupato anche per i miei confratelli, anche se questa è una violenza rivolta a tutti. Negli ultimi anni, nel paese, i terroristi hanno attaccato persone di tutte le appartenenze religiose, musulmani, indù, cristiani. Hanno ucciso musulmani sufi, musulmani liberali, blogger laici, persone di tutte le estrazioni sociali. Il massacro di Dacca è, numericamente parlando, l’attentato più grave. Non era mai capitata, da noi, una tragedia simile, una strage di questi livelli”. Il fenomeno lascia sbalorditi, perché “il Bangladesh – ribadisce padre Fabrizio – non è un paese fondamentalista”. Anche “L’agguato al nostro confratello ci ha veramente sorpreso. Normalmente non abbiamo mai avuto problemi. Da stranieri, missionari e cattolici, siamo sempre stati accolti bene, non soltanto dalla nostra comunità cristiana, ma anche dai musulmani. Possiamo costruire chiese, scuole, case, ospedali. Talvolta ci sono tensioni che sfociano anche in violenze contro le comunità cristiane, ma normalmente il problema non è religioso, quanto piuttosto fondato su contese di terreno, sgarbi personali e cause economiche. La religione si innesca su altre liti: i musulmani ci mettono poco ad organizzarsi e ad attaccare un villaggio. Negli ultimi anni, questo tipo di violenza è capitata raramente. Non siamo in presenza di una persecuzione contro i cristiani. Per fortuna non siamo ai livelli del Pakistan”. 

Nel corso degli ultimi anni, “il fondamentalismo è cresciuto, perché i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, compreso quello attualmente al potere, non si sono preoccupati troppo di controllare quello che veniva insegnato nelle madrasse (le scuole coraniche, ndr). Un po’ per dare un contentino, o favoreggiare apertamente, questo tipo di islam militante, hanno lasciato crescere la diffusione delle madrasse. E’ chiaro che i giovani che escono dalle scuole coraniche, con una sostanziale ignoranza su tutto il resto, sono le prede più facili per il reclutamento dei movimenti jihadisti. A prescindere dal pagamento loro promesso, il lavaggio del cervello è tale che sono pronti a sacrificare volentieri la vita”.

Gli attacchi dei radicali islamici a blogger e intellettuali laici sono crescenti negli ultimi tre anni. Dal 2013 ad oggi, una decina di loro sono stati assassinati, l’ultimo dei quali, Nazimuddin Samad, in aprile. Dal 2015, gli assassinii politici si sono estesi dai musulmani laici anche agli esponenti delle minoranze religiose e agli stranieri, fra cui Cesare Tavella, cooperante e il ferimento di padre Piero Parolari. E’ un chiaro indice di radicalizzazione. “E’ però difficile vedere cambiamenti nella società – spiega padre Fabrizio - Di sicuro si percepisce l’escalation della violenza, ma sul piano politico, i partiti fondamentalisti perdono. Non conquistano voti, dunque. La situazione può anche involvere. Non in tempi brevi, in ogni caso. Il sentimento prevalente resta quello moderato”. Tuttavia: “L’Isis non è da considerarsi un corpo estraneo: sono bengalesi e sono musulmani. Prima o poi, anche in questo paese, dovrà essere seriamente affrontata l’autocritica. Capire che c’è un problema e che è inutile negarlo. Anche la risposta della premier Sheikh Hasina, secondo la quale questi terroristi sono dei pessimi musulmani, non appartengono ad alcuna religione, lascia ben sperare. Finalmente si pongono questa domanda. Ciò che di positivo sta accadendo, è la fatwa contro i terroristi dell’Isis firmata da 100mila imam bengalesi”.

Nel corso del massacro di Dacca, le vittime sono state costrette a recitare il Corano e chi non lo sapeva è stato assassinato. “E nelle prossime settimane, probabilmente, vedremo affrontare il problema della strumentalizzazione del Corano. La premier ha promesso una risposta dura, sul piano dell’ordine interno. Ma qui si vedrà se la sua politica affronterà anche la questione del fondamentalismo sul piano culturale”. 

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