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Malaysia, lapidazioni e uccisioni di apostati in arrivo

Malesia, una giornalista osa contestare un movimento islamico che vorrebbe imporre la versione più dura delle legge coranica in una regione settentrionale del paese. Il suo video fa il giro del web, ma lei riceve minacce di morte. E la polizia, invece di proteggerla, la indaga per blasfemia.

Aisyah Tajuddin col velo

La giornalista radiofonica Aisyah Tajuddin, in Malaysia, gira in proprio e diffonde su internet un piccolo video. Attraversa un’immaginaria linea rossa tracciata nell’aria. Prima è una ragazza vestita all’occidentale, ma dall’altra parte della linea diventa improvvisamente una donna islamica, chiusa nel suo velo. Alla fine del video, dopo aver spiegato quali siano i pericoli che si corrono se dovesse essere implementata la versione più dura della legge coranica (hudud), spacchetta la sua porzione di riso, ma dentro ci trova solo un sasso e lo butta via disgustata. Un modo simpatico per sensibilizzare la gente. Se veramente la legge coranica dovesse essere imposta, tornerebbe anche la lapidazione per le adultere. Ma quel minuto e mezzo di video fatto in casa le può costare anche la disoccupazione, la vita, o la galera. In Malaysia non sanno ridere su certe cose.

Aisyah Tajuddin è intervenuta nel dibattito aperto dal Movimento Pan Islamico malese, maggioritario nello stato settentrionale del Kelantan, una regione rurale della federazione malese. Come in Nigeria avviene da anni, i fondamentalisti islamici sanno trarre vantaggio dal decentramento del potere, chiedendo l’applicazione della legge coranica a livello locale. In questo modo si ritagliano un vero e proprio stato islamico dentro uno stato ancora parzialmente secolare. La legge che il Movimento Pan Islamico chiede per lo stato del Kelantan è simile a quella già in vigore nei regimi islamici più duri. Prevede la pena capitale per adulterio (tramite lapidazione), il taglio della mano destra per i ladri, la condanna a morte degli apostati e dei blasfemi, la segregazione totale delle donne, a partire dall’obbligo di portare il velo. Una donna giovane, dinamica, emancipata come Aisyah si sta sgolando per evitare che le sue conterranee finiscano come le donne dello Stato Islamico, dell’Arabia Saudita, dell’Afghanistan talebano. E allora ha deciso di passare all’azione. Mal gliene incolse, come si diceva. 

La radio per cui lavora, la BFM, ha subito fatto rimuovere il video dal suo sito. Troppo tardi: aveva già fatto il giro del web con oltre un milione di contatti. Fra cui anche le “persone sbagliate”. Il Movimento Pan Islamico malese ha subito risposto con un proprio video, fatto girare su YouTube. Ma altri, meno corretti, hanno inviato alla giornalista messaggi e commenti contenenti messaggi di morte e di violenza carnale. “Se qualcuno insulta le leggi islamiche, è lecito spargere il suo sangue”, giusto per fare un esempio delle minacce che ha ricevuto. La polizia protegge la vittima di questo stalking di massa? Nemmeno per idea.

La giovane giornalista è ora nel mirino della polizia malese e potrebbe essere processata per blasfemia. Perché, nonostante la legge hudud non sia ancora stata applicata in alcuna legge del paese, anche le norme già in vigore non scherzano. La prima a protestare per l’atteggiamento della polizia è stata un’altra giovane donna, l’avvocatessa e attivista democratica Michelle Yesudas. Si è limitata a chiedere, per email, al procuratore della polizia cosa stesse facendo per proteggere la vita di Aisyah. Per tutta risposta è stata arrestata per sedizione e interrogata. Il procuratore, Khalid Abu Bakar, ha poi avvertito che la polizia “prende sul serio ogni commento sull’islam” e dunque di “stare attenti a commentare liberamente”, con buona pace per la libertà di espressione o quel che ne resta. Questo atteggiamento dimostra, in modo inequivocabile, che la polizia è direttamente complice degli integralisti islamici e li sta aiutando a implementare il loro progetto di applicazione della legge coranica. 

La Malaysia è balzata agli onori della cronaca per aver imposto ai cristiani il divieto di scrivere la parola “Allah”, che è ora riservata ai soli musulmani ed è un paese sempre meno vivibile per la minoranza cristiana che ci abita. Benché si tratti di un paese formalmente democratico (è una strana monarchia costituzionale in cui il re viene eletto dagli stati ogni cinque anni), con un’economia prospera, città moderne e imponenti, noto in tutto il mondo per il gran premio di Formula 1, la Malaysia è un caso molto particolare di islamismo politico radicale. Un caso che demolisce una serie di luoghi comuni. Prima di tutto che la legge coranica sia applicata con durezza solo in realtà arretrate o imprigionate in una storia travagliate.

La Malaysia non è povera come l’Afghanistan, non è sperduta come le regioni tribali del Pakistan, non ha una tradizione tribale del deserto come la monarchia saudita o le altre monarchie del Golfo, non ha alle spalle una violenta rivoluzione islamica estremista come quella dell’Iran, non ha assistito alla crescita di un movimento fondamentalista islamico come reazione a una dittatura militare, come l’Algeria o l’Egitto. E’ dal capo opposto del mondo rispetto al mondo islamico che conosciamo bene, qui nel Mediterraneo. Però ha al suo interno un movimento popolare islamico che chiede la morte per gli apostati e la lapidazione delle adultere. E la polizia è ufficialmente d’accordo, se non altro per evitare maggiori disordini. Allora, questo “risveglio islamico”, come lo chiamava il politologo Samuel Huntington (quello de Lo Scontro delle Civiltà), è per caso un fenomeno in crescita a tutte le latitudini e in tutti i contesti sociali? Affermarlo con sicurezza è ancora “scorretto”, limitiamoci a porci questa domanda.