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Macron ci ripensa sull'Ucraina e avvia il ritiro dall'Africa

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A pochi mesi dal "sorpasso" che aveva irritato molti alleati retromarcia a tempo di record sul fronte ucraino da parte del presidente francese. Che passerà alla storia anche per la perdita di credibilità nella cosiddetta "Françafrique", dove la presenza militare della Francia viene via via sfrattata.

Esteri 26_06_2024
ANDREA CALANDRA imagoeconomica

Sarà stata la batosta elettorale subita alle elezioni europee e quella ancor più sonora che si preannuncia nel voto del 30 giugno, ma il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato il 24 giugno di non ritenere che l'esercito francese «si impegnerà domani sul territorio ucraino». In una intervista ha risposto ai timori di un ascoltatore che il conflitto in Ucraina possa aggravarsi e coinvolgere la Francia affermando: «non credo che ci sia una guerra in arrivo sul nostro territorio, voglio rassicurarlo. Voglio anche rassicurarlo sul fatto che domani non ci impegneremo sul territorio ucraino», ha aggiunto. «Ma la posta in gioco in Ucraina, che dista 1.500 chilometri dal nostro confine, non è la fine del mondo, ma il futuro dell'Europa e della nostra sicurezza. Perché se non facciamo quello che stiamo facendo collettivamente (...) stiamo effettivamente permettendo alla legge del più forte di prevalere, e non c'è motivo per cui la Russia debba fermarsi qui. Nessuno», ha avvertito.

A febbraio, il presidente francese aveva sorpreso e irritato molti dei suoi alleati occidentali (Italia in testa) affermando di non escludere l'invio di truppe in Ucraina: truppe che secondo diverse fonti sarebbero peraltro già in Ucraina con compiti di addestramento dopo il via libera ottenuto alcune settimane or sono dal vertice delle forze armate di Kiev, il generale Aleksander Syrsky. Il presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, il cui partito è in testa nei sondaggi in vista delle elezioni parlamentari anticipate indette da Macron dopo la netta sconfitta alle europee, ha dichiarato che «l'invio di truppe in Ucraina» è una delle sue «linee rosse molto chiare».

Macron verrà forse ricordato per la marcia indietro sull’invio delle truppe in Ucraina, ma di certo resterà nella Storia per la rapidità con cui, sotto il suo mandato presidenziale, Parigi si è bruciata la presenza militare e la pesante influenza nell’Africa centro-occidentale e nel Sahel. Nella cosiddetta “Françafrique” che aveva resistito alla decolonizzazione degli anni ’60 e alla Guerra Fredda ma non è sopravvissuta agli errori di Macron (primo tra tutti la supponenza con cui ha trattato molti leader africani) che in Africa ha bruciato la residua credibilità francese.
Un cambiamento di atteggiamento che in Africa è percepibile fin da dopo la guerra contro la Libia del 2011 – fortemente voluta da USA, Gran Bretagna e Francia (all’epoca il presidente era Nicolas Sarkozy), guerra che ha destabilizzato l’intera regione del Sahel – ma che si è rafforzato negli ultimi anni e soprattutto dopo l’inizio del conflitto in Ucraina in cui l’Occidente puntava a isolare la Russia ma sta rischiando di trovarsi isolato.

Dopo che il governo della Repubblica Centrafricana e in seguito le giunte militari che hanno preso il potere in Mali, Burkina Faso e Niger hanno letteralmente cacciato i militari francesi e gli interessi di Parigi (ma anche gli statunitensi e gli altri europei) aprendo le porte a russi, turchi e cinesi, oggi Parigi è costretta a ridurre al minimo anche le guarnigioni militari presenti in altre nazioni africane.
Secondo informazioni fatte circolare dagli organi di stampa la presenza militare verrà sensibilmente ridotta in Ciad (sede del comando dell’Operation Barkhane contro le milizie jihadiste) da mille a 700 militari, mentre in Costa d’Avorio resteranno solo un centinaio dei 900 militari presenti fino a pochi mesi or sono, e in Senegal e Gabon permarranno solo cento dei 350 presenti attualmente.

Solo Gibuti, postazione strategica all’imbocco meridionale del Mar Rosso, resterà come caposaldo francese in Africa dove permarranno gli attuali 1.500 militari in una nazione che ha ceduto basi anche a Stati Uniti, Cina e Italia.
In Africa resteranno quindi appena 2000 militari francesi, per tre quarti a Gibuti, quando nel giugno 2021 Parigi ne schierava solo nel Sahel 5.100 assegnati all’Operation Barkhane contro gli insorti jihadisti insieme ad altri 500 militari europei posti sotto comando francese e quasi altri 5.000 tra Gibuti, Senegal, Costa d’Avorio e Gabon.

Secondo diverse fonti di sicurezza citate dal quotidiano Le Monde, Parigi potrebbe anche rivedere la propria strategia se i Paesi africani dovessero chiederlo. La Francia aveva preso in esame anche l’opzione di condividere basi con le forze statunitensi, anch’esse però in procinto di lasciare Niger e Ciad, ipotesi auspicata anche dal capo di Stato maggiore francese, generale Thierry Burkhard. Del resto gli americani non godono oggi di grande popolarità in Africa: basti pensare che il comando statunitense per le operazioni in Africa (AFRICOM) continua a restare dislocato in Germania poiché non ha mai trovato una nazione africana disposta ad ospitarlo.

L’ostilità alla presenza francese sta crescendo in Africa anche in nazioni che non hanno ancora brutalmente “sfrattato” le basi militari di Parigi, come il Senegal. «A più di sessant’anni dalla nostra indipendenza, dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui l’esercito francese, ad esempio, beneficia ancora di numerose basi militari nei nostri Paesi, e sull’impatto di questa presenza sulla nostra sovranità nazionale e sulla nostra autonomia strategica», ha dichiarato il nuovo premier senegalese Sonko il 17 maggio in occasione di un incontro a Dakar con il leader della sinistra francese Jean-Luc Melenchon.
Sonko ha ribadito «il desiderio del Senegal di avere un proprio controllo» e quest’auspicio «è incompatibile con la presenza duratura di basi militari straniere in Senegal», ma ha precisato di non voler interrompere gli accordi di difesa esistenti con la Francia.

In Costa D’Avorio invece il ritiro francese sembra mirare ad aiutare il presidente Alassane Ouattara, amico di Pasrigi, a gestire la campagna elettorale in vista del voto del prossimo anno al riparo dalle accuse di farsi proteggere da una robusta presenza militare francese.
Nel Sahel intanto Parigi continua a subire smacchi e non solo per l’afflusso di militari russi in Mali, Niger e Burkina Faso. La giunta militare del Niger ha ritirato il permesso di sfruttamento del giacimento di uranio di Imouraren, nel nord del Paese, alla società francese Orano (ex Areva). Imouraren è uno dei più grandi giacimenti di uranio del mondo, con riserve stimate in 200 mila tonnellate. Il suo sfruttamento sarebbe dovuto iniziare nel 2015, ma il crollo dei prezzi dell’uranio sul mercato mondiale, dopo il disastro nucleare di Fukushima nel 2011, aveva congelato le attività di Orano.



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