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L'incoronazione di Carlo III sarà a prova di mainstream

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Per la solenne cerimonia del 6 maggio non manca nulla, anzi non manca nessuno, nemmeno buddisti e zoroastriani. Con poche aggiunte la liturgia "multireligiosa" presieduta dal primate anglicano Welby, che incoronerà il sovrano britannico e la regina consorte, potrà fregiarsi di inclusività, quote rosa e una punta di ambientalismo. 

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Che l’Inghilterra non sia più quella di Sant’Alfredo il Grande o di Sant’Edoardo il Confessore è piuttosto chiaro. Il titolo di Defensor fidei, concesso al re Enrico VIII da Papa Leone X, durò ben poco, a motivo della rottura del sovrano inglese con la Chiesa di Roma. Ma in casa Windsor comincia ad andare stretto anche il titolo di Defender of the Faith (naturalmente “la” fede è quella anglicana, il cui capo è proprio il re) che nel 1544 il parlamento attribuì a Edoardo VI. La questione è stata oggetto dello studio di due accademici, Robert Hazell e Bob Morris (Swearing in the New King: The Accession and Coronation Oaths), che hanno proposto anche alcune possibili riformulazioni, subito dopo la morte di Elisabetta II e proprio in vista dell’incoronazione di Carlo III e della regina consorte Camilla, che avrà luogo sabato 6 maggio a Westminster Abbey.

Il futuro re già nel 1994 si era espresso in proposito, manifestando la preferenza per Defender of Faith piuttosto che Defender of the Faith: un articolo in meno che fa la differenza, a favore di una fede più indistinta. In anni più recenti ha poi precisato di non voler rinunciare a quel titolo ma di voler essere oltre che «difensore della fede», anche «protettore delle fedi» in quel Regno Unito così multireligioso che l’inquilino di Downing Street è induista e in Scozia c’è un premier musulmano. Bene la libertà religiosa, anche perché la svolta anglicana avvenne a caro prezzo di sangue cattolico per un secolo e mezzo. Ma il rito che avrà luogo a Westminster, più che da esigenze di libertà religiosa sembra dettato da quella voglia di mostrarsi “inclusivi” a ogni costo, tipica dell’odierno politically correct.

Ebrei, musulmani sunniti e sciiti, sikh, buddisti, indù, jainisti, bahai e zoroastriani prenderanno parte alla processione iniziale. «Multi-faith» e «inclusion» sono tra le prime parole che si possono leggere nel rituale del 6 maggio (The Authorised Liturgy for the Coronation Rite of His Majesty King Charles III), che reca l’“imprimatur” del primate anglicano Justin Welby. Cerimonia religiosa, non dimentichiamolo, all’interno di una funzione che ricalca la Messa cattolica (al netto dell’invalidità dei sacramenti anglicani). La presentazione della Bibbia sarà fatta dal moderatore generale della Chiesa di Scozia, anch’egli di confessione diversa, essendo presbiteriano – ma questa è una novità già introdotta all’incoronazione di Elisabetta II nel 1953. E veniamo al Giuramento, dove il riferimento alle «persone di tutte le fedi e credenze» è incluso nelle parole introduttive del primate Welby e poi nella preghiera del Re, appositamente composta per l’occasione.

Sarà l’induista Sunak a proclamare la Prima lettura: certo, in virtù del suo ruolo di primo ministro, ma è inevitabile chiedersi che senso abbia far dire: «This is the word of the Lord» («È la parola del Signore») a chi nel Signore non crede. Il Vangelo sarà invece affidato alla reverenda Sarah Mullah, “vescova” anglicana di Londra. Ci limitiamo qui a segnalare la “quota rosa”, senza addentrarci in questa sede nell’annosa questione del sacerdozio femminile (sulla quale rinviamo a una felice espressione dell'attuale pontefice per cui le donne «devono essere valorizzate, non clericalizzate»). Quota rosa anche per la moderatrice delle Free Churches, la reverenda Helen Cameron, che si assocerà per la benedizione con i “colleghi” anglicani (Stephen Cottrell, di York, e il primate Welby), greco-ortodosso (Nikitas Loulias), il segretario generale di  Churches Together in England (Mike Royal) e il cardinale arcivescovo cattolico di Westminster (Vincent Nichols).

Bipartisan anche il crisma con cui sarà unto il sovrano, proveniente da Gerusalemme, dove è stato consacrato congiuntamente dal patriarca ortodosso Teofilo III e dall’arcivescovo anglicano Hosam Naoum. È noto, peraltro, che il “pantheon” di Carlo III riserva un posto speciale all’ortodossia, anche per via delle origini greche (e quindi ortodosse) del padre Filippo. E come il padre, anche Carlo è un fervente ecologista: questo punto irrinunciabile della sua agenda si cela proprio nella piccola ampolla del crisma, confezionato – secondo la tradizione – con sesamo, rosa, gelsomino, cannella, neroli, benzoino, ambra e fiori d’arancio, ma questa volta senza i due ingredienti di origine animale, cioè lo zibetto e ambra grigia, derivanti rispettivamente da secrezioni dello zibetto e del capodoglio.

Unto col crisma “vegano”, Carlo III potrà dunque lasciarsi incoronare con la coscienza a posto al culmine di una cerimonia multireligiosa che pur senza stravolgere gli elementi sostanziali e plurisecolari, con poche aggiunte renderà l’Operation Golden Orb (nome in codice dell’incoronazione) a prova di mainstream. Va pur dato atto al sovrano britannico che, su altri fronti, ha saputo andare controcorrente, per esempio prodigandosi in favore di un’architettura e un’urbanistica rispettose della storia, dell’identità e della tradizione (andate a vedere lo splendido villaggio di Poundbury realizzato dall’architetto Leon Krier proprio su incarico di Carlo). O stroncando senza mezzi termini certi esempi di architettura brutalista come la  Birmingham Central Library («un luogo dove i libri non vengono custoditi ma inceneriti», disse l’allora principe di Galles). A maggior ragione: God save the King, Dio salvi il Re – anche dal politicamente corretto.
 

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