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Ora di dottrina / 113 – La trascrizione

Le virtù infuse – Il testo del video

Esistono virtù chiamate, teologicamente, virtù infuse. Vengono infuse per un dono di grazia e in particolare per infusione della carità. Il rapporto tra virtù acquisite e virtù infuse, ordine della natura e ordine della grazia.

Catechismo 28_04_2024

Proseguiamo le nostre riflessioni sulle virtù. Se ricordate, la scorsa volta, nell’ultima Ora di dottrina, abbiamo tematizzato il rapporto tra la carità e le virtù: la necessità delle virtù e, dall’altra parte, la necessità della carità che dà una nuova forma alle virtù, indirizzandole a quel fine che non gli è confacente, che non gli è proprio in quanto è un fine soprannaturale, il fine dell’unione con Dio.

Ora, potremmo pensare che – poste le virtù umane da una parte e, dall’altra l’intervento della carità, che dà nuova forma a queste virtù – il discorso sia concluso qui. E in effetti, nella riflessione teologica, per diversi teologi, il discorso si chiude effettivamente qui: cioè, da una parte, le virtù umane, quindi le virtù acquisite attraverso la messa in atto di atti virtuosi che permettono di acquisire ciascuna delle virtù secondo il proprio oggetto; e, dall’altra parte, le virtù teologali – in particolare la carità – che innalzano l’uomo alla vita teologale, alla vita divina.

Ma noi sappiamo che in realtà esistono delle virtù chiamate, teologicamente, virtù infuse. Su questo punto c’è stato ampio dibattito, non c’è stata una visione uniforme. Cerco qui di difendere la linea che si è imposta maggiormente, che a mio avviso è quella più ragionevole nell’argomentazione teologica, ossia l’esistenza di virtù infuse. Per capirci, pensiamo alle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Uno potrebbe dire: “Vediamo queste virtù dal punto di vista della loro razionalità naturale, che cosa sono, che cosa richiedono, qual è il loro oggetto”. Dall’altra parte abbiamo le virtù teologali, in particolare la carità; in mezzo non serve altro, non servirebbe altro.

Invece, noi sappiamo che le quattro virtù cardinali sono anche considerate virtù infuse, che vengono appunto infuse con l’infusione della grazia, in particolare con l’infusione della carità. Allora la domanda è: che cosa sono queste virtù infuse? In che cosa si differenziano rispetto alle virtù naturali e rispetto alla carità? E non rischiano di essere un doppione, in fondo, della carità? O di rendere inutili le virtù morali acquisite, le virtù naturali? Vediamo un attimo di collocarle, precisando la loro distinzione e da qui capiremo l’importanza, la necessità delle virtù infuse. Vediamo anzitutto come si suddividono rispetto all’oggetto formale.

L’oggetto formale è ciò che caratterizza una virtù. E potremmo dire che l’oggetto formale della virtù della fortezza, intesa come virtù morale acquisita, sia lo stesso della fortezza intesa come virtù morale infusa. Cioè, il dominio di quella parte, di quella sfera dell’uomo che è l’irascibile. Sembrerebbe identico, in parte lo è, però c’è una diversità profonda dell’oggetto formale. Perché possiamo dire questo? Che obiettivo ha la fortezza come virtù morale acquisita? Quello di portare l’uomo ad agire in una determinata sfera, in questo caso il dominio dell’irascibile, secondo ragione, secondo l’ordine di ragione. Quindi, in fondo si tratta di integrare questa dimensione dell’uomo – l’irascibile – nell’ordine di ragione. Questo è quello che abbiamo detto sulle virtù morali acquisite. Dunque, questo ordine di ragione è la corrispondenza di quell’ordine che è proprio della natura umana.

Ma attenzione: noi sappiamo che c’è un ordine propriamente cristiano e soprannaturale che invece è l’oggetto formale che costituisce la virtù infusa. Questo è quello che dobbiamo focalizzare. Perché la vita cristiana si chiama cristiana? Perché conforma a Cristo. Nel Battesimo, noi non abbiamo avuto semplicemente un ripristino delle nostre facoltà naturali ferite dalle conseguenze del peccato originale; c’è anche questo aspetto, ma noi siamo stati inseriti in Gesù Cristo, cioè abbiamo una vita nuova, che è la vita di Cristo stesso, e quindi è una vita cristiana in senso forte. È un’accezione che abbiamo un po’ perso, cioè per noi “vita cristiana” significa una persona che si comporta bene; e alla fine, se anche i non cristiani si comportano bene, tutti ci comportiamo bene e non c’è nessuna differenza tra l’uno e l’altro: non è così. Cioè, noi nel Battesimo veniamo innestati in Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo. È Lui che diventa la nuova misura del cristiano.

Dunque, comprendiamo che la virtù acquisita, secondo l’ordine di ragione e dunque buona, corrisponde a una natura creata dall’uomo, non riesce però a darmi quella nuova misura che non è più la misura del secondo ragione, ma è la misura del secondo Cristo, vivere conformemente alla vita stessa di Cristo, di cui – attenzione – abbiamo ricevuto partecipazione nel nostro Battesimo e la riceviamo ogni volta nella vita sacramentale. Dunque, non è semplicemente imitare Gesù Cristo come si potrebbe imitare qualsiasi altro personaggio della storia. Si tratta invece di riceverne la stessa vita che opera poi dentro di noi e quindi dentro tutte le nostre facoltà. La novità cristiana è proprio questa: Cristo diventa una nuova misura dell’uomo, una misura più alta, non conflittuale, di quel “secondo ragione” che caratterizza le virtù acquisite.

Va da sé che questo lo si comprende nella misura in cui non si riduce appunto Cristo a un buon uomo tra i tanti, per cui noi imitiamo Gesù Cristo, altri imitano qualcun altro. Chiaramente, se noi partiamo da questo punto di vista non possiamo capire che cosa sono le virtù infuse; e veramente non possiamo capire neanche che cosa sono le virtù teologali. Quando parliamo di Gesù Cristo, parliamo di Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, quindi un unicum nella storia dell’uomo. È Dio che interviene nella storia dell’uomo assumendone la natura e rendendo l’uomo partecipe di questa natura divina mediante la natura umana di Cristo: e da qui capite che prende senso tutta la vita sacramentale e tutta l’azione della Chiesa. Ne parleremo quando passeremo, tra non molto, al commento del lungo articolo del Credo dedicato appunto a Gesù Cristo.

Dunque, che rapporto c’è tra la virtù infusa e la virtù acquisita? Vediamo sotto due punti di vista.

1) Possiamo dire che le virtù infuse richiamano le virtù acquisite. In che senso le richiamano? Nel senso che non le sopprimono. La virtù infusa non è tutt’altro, come la vocazione soprannaturale, pur essendo altra, non è tutt’altro. Qui richiamo i rapporti tra l’ordine della natura e l’ordine della grazia, che non coincidono ma che non si oppongono. Le virtù infuse non sopprimono le virtù acquisite, in concreto non dispensano l’uomo dal fatto di porre quegli atti propri delle virtù acquisite. Il che è come dire che vivere secondo la misura di Cristo non esenta l’uomo dal vivere secondo l’ordine di ragione. Non è un aut-aut. E non è neanche un “se c’è l’uno, allora l’altro deve essere eliminato”. È di nuovo quella sinergia tra la natura e la grazia, una sinergia ordinata, che non confonde l’uno con l’altro, esattamente come in Gesù Cristo, in cui le due nature non sono confuse e una non assorbe l’altra: sono due nature reali, distinte, gerarchiche. Analogamente possiamo dire del rapporto tra natura e grazia in noi uomini e, dunque, tra virtù infuse e virtù acquisite, che è il tema che ci interessa adesso.

In più, le virtù infuse agiscono sulle virtù acquisite come un “medicamento”: è il concetto di gratia sanans. Cioè, la grazia ha anche questo aspetto di risanare la natura. Non solo la grazia non si oppone alla natura, ma la risana nelle sue debolezze, nelle sue ferite. Così, ciascuna delle virtù infuse risana la sua corrispondente virtù acquisita, naturale. Ancora, secondo altri autori, le virtù infuse avviano le virtù acquisite. In che senso? Nel senso che le virtù infuse sono un dono di Dio senza la nostra partecipazione; come la grazia, che è un dono. Chiaramente, la corrispondenza, per così dire, vi arriva, ma viene “dopo”: le virtù infuse restano un dono, non sono l’effetto di un atto dell’uomo, una sorta di ricompensa che Dio dà agli atti degli uomini. E dunque io posso ricevere, attraverso l’infusione della carità, il dono della temperanza come virtù cardinale infusa, senza avere (ancora) l’altra. Ma cosa vuol dire? Che allora vivrò una vita col dono della temperanza infusa senza la temperanza acquisita? No, ma la temperanza acquisita in qualche modo avvia il processo anche della virtù acquisita corrispondente.

Dunque, è un rapporto sinergico, ordinato; non sono virtù sullo stesso livello, non hanno lo stesso principio, perché appunto la virtù acquisita nasce dall’esercizio dell’uomo, mentre la virtù infusa nasce da un dono divino, ma, di nuovo, non si contrappongono ma s’intersecano in modo sinergico. Chiaramente, ripeto, non bisogna confondere l’una con l’altra finendo, poi, per azzerarne la distinzione.

2) Dall’altra parte, la virtù acquisita radica quella infusa. In che senso radica quella infusa? Cioè, fa sì che la virtù infusa divenga connaturale. In pratica, e torniamo al rapporto natura-grazia, la natura è il supporto della grazia e così la virtù acquisita fa da supporto alla virtù infusa e la radica nella persona, in modo tale che sia la persona concreta, nel suo ordine naturale, nella sua vocazione soprannaturale, ad essere temperante, giusta, prudente.

Dunque, non è che la virtù acquisita non ha nessun rapporto con la virtù infusa: al contrario, è proprio ciò che permette in qualche modo l’unificazione dell’uomo e quindi radica la virtù infusa, la quale a sua volta attiva, vivifica, risana quella acquisita. Di modo che c’è un’unica persona, che è virtuosa e lo è nella sinergia di queste due dimensioni: una sinergia, ripeto, che proprio perché tale implica due realtà tra loro distinte ma non separate e ancor meno contrapposte.

Proviamo a fare un esempio per capirci. Pensiamo alla temperanza. I due grandi ambiti della temperanza sono l’alimentazione dell’uomo e il suo aspetto unitivo-riproduttivo: in sostanza il cibo e la sessualità, dove viene coinvolta la sfera del concupiscibile. Consideriamo ora la temperanza relativamente alla virtù della castità. Io posso avere una virtù della castità esercitata secondo ragione come virtù acquisita. E dunque, essendo secondo ragione, potrò fare delle considerazioni importanti, utili, che nascono dal fatto dei danni che comporta una vita sessuale sregolata: danni fisici, danni nella relazione con il proprio coniuge, danni di ingiustizia, come per esempio nel caso dell’adulterio. Insomma, tutta una serie di problemi che attraverso la ragione possiamo comprendere a proposito dell’uso disordinato della sessualità.

Ma la stessa virtù può essere vissuta ed è vissuta dal cristiano nella sua dimensione soprannaturale, mediante la virtù infusa della temperanza che gli viene concessa. E dunque l’astinenza periodica dei coniugi non sarà motivata solo – ipotizzo – da un problema di salute, ma dalla conformazione a Cristo stesso. E dunque qui comprendete come mai è il cristianesimo che valorizza la castità perpetua, la verginità consacrata, dove invece nelle culture antiche questa non era ben considerata, se non parzialmente. L’idea di una castità perpetua, che dura tutta la vita, se uno la vede solo dal punto di vista della virtù morale acquisita, non si capisce perché debba essere secondo ragione; ma la si comprende molto bene se invece l’ordine che si considera non è più solamente l’ordine di ragione, ma è l’ordine cristiano o cristico, dunque della conformazione a Gesù Cristo, della donazione a Gesù Cristo. Il che non significa che sia contro ragione, ma supera la ragione.

Oppure, pensiamo alla gola: ci sono centinaia di considerazioni giuste e legittime che si possono e si devono fare nel regolare la gola in funzione della salute dell’uomo. L’intemperanza, sotto questo punto di vista, è all’origine delle grandi malattie alimentari del nostro tempo, sempre più diffuse. Una volta erano in qualche modo legate a un’alimentazione insufficiente, oggi nascono praticamente tutte, almeno nei Paesi cosiddetti più sviluppati, da eccessi, intemperanze e quant’altro. Dunque, ci sono mille ragioni per esercitare questa virtù acquisita naturalmente. C’è anche una certa capacità di provare sé stessi, tramite il digiuno: questo è tutto buono e tutto giusto.

Ma la stessa virtù può essere e viene vissuta dal cristiano anche in un’altra dimensione, cioè la conformazione alla mortificazione di Cristo, al digiuno di Cristo, al riposizionamento nell’ordine gerarchico tra le necessità della natura e quelle della grazia. Per esempio, il digiuno quaresimale non è semplicemente una dieta di purificazione, è molto di più. Ma non vuol dire che non sia anche quello. Vedete come, nella pratica, questi due ordini interagiscono e intervengono.

Quello che a me preme sottolineare è proprio l’esistenza di una morale propriamente cristiana. A furia di voler giustamente dialogare anche con chi non ha la fede cattolica, il rischio enorme è quello di ridurre la morale solo a una questione di virtù acquisite e quindi di vivere solo secondo ragione; c’è invece una morale squisitamente cristiana, tipicamente cristiana, che non deve essere dimenticata in questo sforzo lodevole di voler parlare con tutti e ragionare con tutti. Questo è un aspetto molto importante.

Dunque, torniamo alla distinzione tra virtù acquisite e virtù infuse. Se noi guardiamo la natura che viene considerata, le virtù acquisite ci dicono che cosa? Un’inclinazione della natura umana. La virtù segue l’inclinazione buona della natura umana; dunque, il vizio, in fondo, è contro natura. Sempre il vizio è contro la natura, perché è contro l’ordine di ragione. Ma dall’altra parte abbiamo le esigenze di un’altra natura, che è la natura divina che ci è stata partecipata. E dunque è necessario che vi siano altre virtù infuse che ci permettono di vivere non solo secondo l’ordine di natura, secondo l’ordine di ragione, ma anche secondo l’ordine di questa natura divina partecipata.

Ora, questo ha delle ripercussioni importantissime sulle cosiddette “virtù politiche”. Pensiamo per esempio alla virtù politica per eccellenza che è la giustizia, una virtù cardinale. Perché questo rilievo? Perché in fondo l’uomo, il cristiano, appartiene a due città: appartiene sicuramente alla città degli uomini e appartiene alla città dei santi o città di Dio, la Gerusalemme celeste. Sono due città che hanno obiettivi diversi, non necessariamente opposti. È chiaro che quando la città degli uomini decade allora sì che c’è una contrapposizione; stiamo parlando della città degli uomini per loro natura, pensiamola nella migliore delle realizzazioni possibili. Ora, ciascuna di queste due città ha chiaramente il proprio fine, il proprio bene comune, che non è sovrapponibile: il bene comune della città dei santi è superiore e diverso rispetto al bene comune della città degli uomini, che non per questo non ha senso. Intendiamoci: di nuovo, c’è un ordine, l’uno non scalza l’altro.

Ogni città ha il suo bene comune, ha le sue relazioni interpersonali che richiedono la giustizia, ha delle logiche diverse. Pensiamo a un esempio molto pratico. Il principio democratico, relativo per esempio alle elezioni, alla scelta dei candidati, ha un senso, può avere un senso; uno potrà dire i pro e contro, ma ha un senso all’interno della città degli uomini. Ma se io prendo questo principio e lo sposto all’interno della città di Dio, della città dei santi, non funziona più, perché la città dei santi è strutturata su una base gerarchica, cioè su un principio divino che istituisce i pastori e non un’elezione. Quante volte ritornano queste mode, del tipo “bisogna che ogni diocesi elegga il suo vescovo”: non ha senso, vuol dire non aver capito la distinzione tra i due ordini e la distinzione tra le due città; sono due ordini di giustizia differenti. È una tentazione enorme leggere la Chiesa secondo logiche umane, è una tentazione molto più diffusa di quanto non si pensi.

Per esempio, all’interno della Chiesa si fa a volte un discorso di “destra” o di “sinistra”, ma non ha senso questa distinzione nella Chiesa. È una distinzione che forse ha senso nella città degli uomini, ma sicuramente non ce l’ha nella città di Dio, nella città dei santi. Applicare modelli politici alla Chiesa vuol dire non capire la realtà della Chiesa. Pensiamo a un presidente del Consiglio che agisce non per il bene del suo Paese, della sua patria: giustamente può essere deposto o tramite elezioni o tramite altre modalità. Non funziona così nella Chiesa, per esempio, con il Papa: nessuno lo può deporre, perché è un altro principio, è un’altra città.

Allora, il rapporto tra queste due città – c’è una relazione, non sono separate – è un ordine e, di nuovo, è un ordine gerarchico, che rispecchia in modo analogico l’ordine tra natura e sopra-natura, tra natura e grazia.

Dunque, ci sono due errori da evitare, che sono due errori analoghi a quelli che potremmo avere rispetto alla natura e alla grazia. Il primo è il soprannaturalismo, che a dire il vero oggi è quasi inesistente, e che vorrebbe assorbire l’ordine naturale nel soprannaturale, pensando che non ci sia più un bene comune proprio degli uomini in quanto tali, nella loro natura, ma che tutto viene assorbito dall’ordine della grazia, dalle leggi divine e addirittura da autorità che diventano le stesse autorità della città dei santi. E questa è una deviazione nell’ordine di una sopra-natura, di una grazia che elimina, assorbe, scalza la natura.

Molto più diffuso, molto più pericoloso, almeno oggi, è il naturalismo, cioè quella prospettiva secondo la quale è la città degli uomini che assorbe in sé la città dei santi. E dunque non riconosce, per esempio, un’autentica libertà della Chiesa: al più vede una Chiesa libera, come diceva Cavour, in libero Stato; e dunque non è libera. È una deviazione che non riconosce più che esiste un ordine superiore a quello della natura. Nega questo ordine o lo relativizza; e si pone appunto una situazione di assorbimento o di negazione di questo ordine soprannaturale. Questo è un discorso importante perché è collegato a quello delle virtù acquisite, in quanto le une e le altre ci rendono buoni cittadini dell’una e dell’altra città, ciascuna nel proprio ordine. Non si tratta di scegliere o l’una o l’altra. Si tratta di comprendere sia l’una che l’altra attraverso un ordine ben preciso.

Cerchiamo di capire brevemente l’importanza delle virtù infuse anche nella vita concreta. Le virtù infuse permettono una penetrazione del principio divino, del principio cristologico in tutti gli atti degli uomini. Noi non avremo più degli atti puramente umani, noi avremo degli atti cristiani, cioè l’atto di temperanza, l’atto di fortezza, etc., non saranno più solamente secondo l’ordine di ragione, ma saranno, grazie alle virtù infuse, secondo l’ordine di Cristo. Secondo questa vocazione a cui noi come cristiani partecipiamo e ci adoperiamo attraverso la preghiera e la vita missionaria affinché possa essere sempre più compartecipata da sempre più persone, quelli che non conosco, quelli che non conoscono Cristo, che l’hanno abbandonato. Ma, di nuovo, è un ordine proprio che queste virtù infuse ci permettono di vivere.

Le virtù ci sono sempre nella vita, siamo sempre chiamati a vivere in modo virtuoso, non esistono ambiti neutri. Le virtù infuse permettono questa continua chiamata dell’uomo ad agire secondo virtù, secondo l’ordine della ragione e secondo l’ordine di Gesù Cristo, secondo la conformazione a Cristo che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che riceviamo nella vita sacramentale, che alimentiamo nella vita sacramentale.

Spero di avere dato un’idea un po’ più chiara. Mi preme moltissimo ribadire questo: esiste una virtù morale propriamente cristiana, altrimenti non capiremmo tante cose, come per esempio la verginità consacrata, il celibato, il martirio stesso, che non è una semplice coerenza con i propri principi – cosa lodevolissima, pensiamo a Socrate – ma è di più, è il dono della propria vita in conformazione al dono di Cristo stesso: è un altro livello. È un livello che però sussume, richiede le virtù acquisite, proprio perché non c’è una dicotomia tra l’ordine della natura e l’ordine della grazia.

La prossima volta vedremo un po’ più da vicino le virtù cardinali, ricordandoci sempre di questo duplice aspetto della virtù infusa e della virtù acquisita.



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