• L'UE E NOI

La politica dei Pass ecologici, il nuovo paternalismo

Nel nome di ecosostenibilità e digitalizzazione, si stanno introducendo sempre più forme di "pass", lasciapassare ad uso interno. Come la proposta della Commissione Ue (che si discute oggi) che mira a rendere invendibili le case che non rispettano le classi ecologiche più alte. Idem per i veicoli. Un nuovo rapporto fra Stato e cittadino.

Ursula von der Leyen e Mario Draghi

Ecosostenibilità e digitalizzazione sono categorie in forte espansione nel dibattito pubblico e nelle politiche delle istituzioni e dei privati. Sono innegabilmente un segno dei tempi e la pandemia le ha certamente valorizzate. L’emergenza sanitaria ha incentivato l’uso massiccio della Rete, l’emergenza ambientale potrebbe spingere quelle soluzioni ecologiche tanto pubblicizzate in sede europea e mondiale.

Nell’aria ci sono già elementi inequivocabili di un salto culturale di questo tipo. E’ di qualche giorno fa l’annuncio di quello che potremmo già battezzare come il “pass ecologico”. Dal 2030 o dal 2033 gli immobili in classe energetica bassa non potranno essere né venduti né affittati. Per ora è solo una proposta, e a formularla è la Commissione europea, impegnata sul fronte della riduzione delle emissioni di gas serra. La direttiva potrebbe entrare in vigore entro il 2027 e produrre effetti negli anni successivi. Per darle attuazione pratica, si dovrebbero efficientare gli immobili nelle classi più basse, F e G, a seguire quelli in classe E e quelli in classe D, mentre dal 2050 tutti gli edifici dovranno essere a emissione zero. Quindi, in nome dell’ideologia green, si mettono in discussione diritti considerati fin qui inalienabili, come la proprietà privata e la libertà di iniziativa economica. Scaricando sui cittadini, come ultimamente accade in maniera sistematica, le responsabilità di chi non è stato in grado di affrontare con serietà e trasparenza la lotta alla pandemia (leggi Ue) e ora pretende di orientare il corso della vita dei suoi cittadini nei prossimi venti o trent’anni.

Va detto subito che una iniziativa del genere, se andasse a regime, metterebbe in ginocchio un Paese come l’Italia, dove la metà degli immobili risale al secondo dopoguerra. Ci vorrebbero massicci incentivi e non è detto che l’Europa sia in grado di concederne. Ma in ogni caso si riprodurrebbe l’attuale dinamica che muove il Pnrr: soldi si, ma in larga parte in prestito e vincolati a una precisa destinazione d’uso, che ha tanto a che fare con sostenibilità, efficientamento energetico, digitalizzazione di attività. Non si tratta di essere contrari alle trasformazioni in atto nelle società occidentali. Il nodo cruciale è quello della difesa delle libertà, minacciate da azioni che idolatrano il green e puntano a far dipendere da una certificazione energetica il godimento di un bene e l’esercizio di diritti costituzionalmente sanciti.

Si sa che senza certificazione energetica il rogito di una casa non si può fare e che quel documento riporta tutte le informazioni su come è stato costruito un edificio sotto il profilo dell’isolamento termico e del consumo energetico. Ma un conto è ammodernare gli edifici, anche per ragioni di sicurezza, altra cosa è imporre con scadenze precise una trasformazione ecologica per la quale non esistono le condizioni materiali e neppure culturali.

Con i tempi della burocrazia italiana, quanti anni ci vorrebbero per rivedere i regolamenti su edilizia, materiali e altro? E come fare a realizzare questo nuovo scenario senza gravare sulle tasche dei cittadini, che per comprare una casa hanno fatto sacrifici per una vita intera? Come reagirebbe il mercato immobiliare se la riforma prospettata nelle ultime ore in sede europea prendesse forma? Aumenterebbero, con ogni probabilità, i costi di vendita e i canoni di affitto degli immobili in regola con la riqualificazione energetica perché i proprietari scaricherebbero sugli acquirenti e sugli inquilini le spese sostenute per adeguare gli immobili stessi ai nuovi standard normativi.

Ma la rivoluzione green non si ferma agli immobili. Il Ministero della transizione ecologica del Governo Draghi ha annunciato che entro il 2035 dovrà avvenire l’eliminazione delle automobili con motore a combustione interna. Altro pass ecologico, quindi, in nome della decarbonizzazione dei trasporti. Nella logica della neutralità tecnologica, si valorizzeranno i veicoli elettrici ma anche le potenzialità dell’idrogeno, riconoscendo il ruolo imprescindibile dei biocarburanti. Anche in questo caso un terremoto in vista, che potrebbe sconvolgere il settore della produzione automobilistica, già in grave crisi a causa della pandemia.

Il discorso, però, come detto, non è soltanto di natura economica. Presenta preoccupanti risvolti sociali e va a impattare direttamente sulla qualità delle nostre democrazie. Più che altro, è il susseguirsi dei “pass” a dover far riflettere sul progressivo deterioramento del rapporto tra cittadino (sempre più suddito) e Stato (sempre più paternalista).

Dona Ora