• REGNO UNITO

La grazia per Pippa Knight, appello alla regina Elisabetta

La Corte Suprema ha respinto il ricorso della famiglia di Pippa Knight, bambina inglese di quasi 6 anni gravemente ammalata, non concedendo quindi nemmeno un’udienza. La madre Paula Parfitt scrive a Elisabetta II, chiedendo la grazia per la figlia ingiustamente condannata a morte da medici e giudici. E un video della settimana scorsa mostra le attuali condizioni di Pippa.

Mentre la madre Paula Parfitt non si arrende, c’è da registrare un’altra possibilità legale sfumata (anzi, negata) per impedire il distacco del ventilatore a Pippa Knight, la bambina inglese di quasi sei anni affetta da encefalopatia necrotizzante acuta e in cura all’Evelina Children’s Hospital di Londra.

L’1 aprile, Giovedì Santo, la Corte Suprema ha rigettato la richiesta di concedere un’udienza per il caso di Pippa. Una decisione che è arrivata meno di 24 ore dopo - riferisce la madre - la presentazione delle ultime argomentazioni scritte da parte dei legali della famiglia. Una rapidità che «non ha senso», secondo Paula, visto che alla base c’è il benestare giudiziario all’interruzione della vita di una bambina.

Il Venerdì Santo, una portavoce della Corte Suprema ha dichiarato che i tre giudici del tribunale di terzo grado non hanno trovato «nessun punto di diritto discutibile» e quindi degno di trattazione da parte loro. Si tratta di Patrick Hodge, vicepresidente della Corte Suprema, Mary Arden e William Benjamin Stephens, i quali - nelle parole della portavoce - «considerano essenziale riconoscere non solo l’amore profuso a Pippa dalla madre, ma anche la sua dedizione disinteressata e totale a Pippa». Ma dopo aver analizzato le carte, ritengono appunto che la decisione del giudice di primo grado (vedi qui) e quella, nel medesimo solco, dei colleghi di appello (vedi qui) vadano bene così. In definitiva, i medici sono autorizzati a interrompere la ventilazione meccanica di Pippa e ciò è considerato essere nel suo «miglior interesse».

La Spuc (Society for the protection of unborn children), organizzazione pro-vita che ha sostenuto direttamente la battaglia legale dal secondo grado di giudizio, ha deplorato la decisione della Corte Suprema. E a caldo, l’1 aprile, ha accennato all’intenzione della famiglia di esplorare la possibilità di chiedere asilo in Canada «dove c’è una possibilità di trattamento», anche se tale eventualità appare realisticamente lontana.

Intanto, la madre ha fatto un altro tentativo, scrivendo una lettera a Elisabetta II, una vera e propria richiesta di grazia, che reca la data del 5 aprile. Nella missiva Paula fa notare che la pena di morte nel Regno Unito è stata abolita in campo penale, ma essa sopravvive in pratica nelle cause civili sotto forma di quello che è chiamato «giudizio o ordine, senza il beneficio di una giuria». La donna, che si è ritrovata a crescere Pippa senza il padre di lei (suicidatosi per la disperazione), sottolinea poi un altro punto: «Questo caso è discriminatorio in ragione della classe sociale di Pippa», afferma Paula, ritenendo che se la sua famiglia fosse stata benestante questa controversia legale non sarebbe probabilmente mai sorta. Se Pippa «fosse stata una dei figli di Sua Maestà, le sarebbe stato chiesto di spegnere la macchina e sarebbe finita in tribunale se avesse detto no?».

La quarantunenne lamenta la mancanza di un giusto processo, compresa la negazione di un’udienza davanti alla Corte Suprema. E poi, con tanto di particolare commovente, scrive che i giudici stanno togliendo la vita a «una bambina innocente di cinque anni che ha personalmente firmato questa richiesta di grazia (impronta del dito)…». Il via libera a estubarla «è contro la volontà di Dio», aggiunge Paula, che ricorda alla regina il suo ruolo come capo della Chiesa anglicana e i suoi poteri di intervento quale capo di Stato.

La lettera si conclude dicendo che «in tutto il mondo» ci sono persone - tra cristiani e membri di altre religioni - che stanno pregando per questa situazione. «Pippa e sua madre Paula le chiedono di onorare queste preghiere per la volontà di Dio e permettere che la sua vita continui».

Ricordiamo che la madre ha cercato, invano, di ottenere il trasferimento di Pippa a casa - dove godrebbe anzitutto dell’amore della famiglia al completo - con l’ausilio di un ventilatore portatile e un’équipe capace di assisterla. Non sarebbe una soluzione semplice, per il numero di operatori sanitari necessari (stimati in circa 12-15) a coprire i vari turni, le attrezzature e le complicazioni della malattia, più difficili da gestire fuori da un reparto di terapia intensiva. Tra le differenze con la situazione di Tafida Raqeeb, sia il giudice di primo grado che quelli di appello avevano sottolineato la mancanza di un piano ben finanziato per garantire la ventilazione in ambito domestico. Ma, in ogni caso, la soluzione non può essere l’interruzione della ventilazione che equivarrebbe, salvo miracoli, a morte certa per soffocamento. Semplicemente, l’ospedale dovrebbe continuare ad assicurare questa cura di base (che risulta proporzionata), fino alla morte naturale della bambina. Pippa continua tra l'altro a muovere gli arti, come mostra un video girato la settimana scorsa (vedi in basso).

La sua vita ha una dignità intrinseca, che prescinde dai giudizi umani di “qualità” o di “utilità”. E il tempo di Pasqua che stiamo vivendo ci aiuta a ricordare che proprio nella debolezza o malattia più inspiegabili, se accettate e offerte a Dio, si nasconde un mistero grande che è causa di redenzione. Pippa, insieme ad altri piccoli innocenti, circondati dall’affetto dei loro cari, partecipa a questo mistero.