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La battaglia è vinta, Tafida a giorni in Italia

Il servizio sanitario britannico rinuncia al ricorso contro la sentenza dell’Alta Corte. Non c’è quindi più alcun ostacolo al trasferimento di Tafida Raqeeb al Gaslini, l’ospedale di Genova pronto ad accogliere la piccola inglese in stato di minima coscienza. La bimba partirà «presto», dice mamma Shelina. Questa battaglia è vinta, ma la guerra sulla vita fragile continuerà.

Non c’è più nessun ostacolo, né medico né legale, al trasferimento in Italia della piccola Tafida Raqeeb, che potrebbe arrivare nel nostro Paese nel giro di pochi giorni. Dopo la sentenza di giovedì del giudice Alistair MacDonald, che aveva ordinato di mantenere il supporto vitale alla bambina inglese in stato di minima coscienza e dato il via libera al suo trasferimento al Gaslini o ad altro ospedale, si temeva il ricorso del Royal London Hospital.

Ma ieri, piuttosto a sorpresa, è arrivata la seconda buona notizia: il Barts, cioè il trust del National Health Service (NHS) che ricomprende il nosocomio dov’è attualmente in cura Tafida, ha reso noto che non presenterà ricorso contro la decisione dell’Alta Corte. Come si legge nel comunicato del Barts: «L’Alta Corte ha soppesato le considerazioni cliniche ed etiche e ha deciso bilanciando le prove che il supporto vitale debba continuare. Dopo un’attenta valutazione delle implicazioni più ampie della sentenza, abbiamo deciso di non fare appello».

Il comunicato prosegue garantendo che medici e infermieri daranno a Tafida «la migliore cura possibile fino a quando continuerà a essere nostra paziente» e poi aggiunge: «Questa è una situazione difficile per tutti i soggetti coinvolti, e siamo grati al giudice per la sua guida su ciò che è meglio per Tafida nelle circostanze uniche e sfortunate esposte nella sua sentenza». Segue una nota finale in cui si ricorda la procedura osservata in presenza di un disaccordo tra famiglia e ospedale, disaccordo che il trust del servizio sanitario britannico limita a «rare situazioni»: può essere, ma le situazioni nel complesso emerse negli ultimi due anni nel Regno Unito (Charlie, Isaiah, Alfie e ora Tafida) sono gravi di per sé e sono venute alla luce solo grazie alla resistenza dei genitori rispetto a un sistema che voleva far morire anticipatamente (uccidere) i loro figli.

Per Charlie, Isaiah e Alfie c’era stato un comune sentire - una sorta di patto inscalfibile - tra NHS e sistema giudiziario britannico, dal primo all’ultimo grado, e a nulla erano valsi i ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Stavolta la battaglia si è fermata al primo grado di giudizio, perché il giudice MacDonald, lo stesso che aveva acconsentito all’eutanasia di fatto su Isaiah Haastrup, ha dato ragione ai genitori Shelina Begum e Mohammed, e l’NHS ha deciso appunto di non presentare ricorso.

Difficile stabilire se i vertici del trust sanitario abbiano deciso così per non danneggiare ulteriormente la reputazione del proprio ospedale, perché convinti della difficoltà a ribaltare una sentenza ben motivata nella parte riguardante i diritti di Tafida e della sua famiglia, o magari per non spezzare quella sinergia che NHS e giudici hanno avuto in questi anni su vicende simili. Del resto, l’Alta Corte ha reso chiaro che quello appena giudicato è un caso a sé e per i futuri contrasti si dovrà sempre tenere come «regola d’oro» quella del «miglior interesse del bambino», purtroppo applicata in modo arbitrario e malvagio nei casi dei tre bambini già ricordati e chissà di quanti altri.

Il quadro generale in cui valutare questo «miglior interesse» è, nella sentenza di MacDonald, sganciato dal diritto naturale e quindi molto relativista, poiché il giudice assume praticamente come necessaria l’assenza di dolore (come motivo di proseguimento delle cure) e, in tale contesto, suggerisce di bilanciare «fattori etici, morali o religiosi», nonché la «dignità, il significato della vita e il principio della santità della vita», specificando che questi fattori «significano cose diverse per persone diverse in una società varia, multiculturale e dalle molte fedi» (punto 191). Insomma, è stata vinta la battaglia, ma la guerra sulla vita fragile continuerà.

Per la piccola Tafida ha influito favorevolmente il consenso dei medici sui 10-20 anni di aspettativa di vita, sull’assenza di dolore e sulla sicurezza del trasporto in aero-ambulanza, nonché sulla possibilità di continuare tranquillamente a curare la bambina a casa dopo averle praticato una tracheostomia (prima promessa e poi negata nel Regno Unito). Il team legale della famiglia ha puntato molto sugli elementi citati - che nel complesso della comunque assurda trafila giudiziaria rendono differente la situazione di Tafida da quella di Charlie, Alfie e Isaiah, ferma restando l’ingiustizia subita - accanto ad altri elementi invece comuni (diritto alla vita, rispetto della vita privata e familiare, libertà di pensiero, coscienza e religione, libertà di circolazione, ecc.). E grazie a Dio stavolta è andata bene.

Dopo la sentenza, il direttore generale dell’ospedale pediatrico Gaslini, Paolo Petralia, ha fatto diffondere un comunicato ribadendo che «siamo felici di poter accogliere Tafida» e aggiungendo che «non sempre, purtroppo, è possibile guarire, ma sempre è doveroso prendersi cura».

Quando arriverà la bimba in Italia? «Presto», ci risponde in un messaggio mamma Shelina, ma non è certo che sia già la prossima settimana. L’aspettiamo a braccia aperte.