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discorso

Il Papa al corpo diplomatico denuncia le derive orwelliane

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Non le ha mandate a dire Leone XIV agli ambasciatori nel tradizionale incontro di inizio anno. Difesa della vita, della famiglia e della libertà religiosa, ma anche la critica ai «cosiddetti nuovi diritti» e a un linguaggio così inclusivo da escludere chi non si adegua alle ideologie.

Ecclesia 10_01_2026

«La città di Dio» e la visione di sant'Agostino sul mondo del V secolo sono il punto di partenza di Leone XIV per la sua panoramica sulla situazione internazionale nel tradizionale discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Un discorso pronunciato in inglese con un breve passaggio in italiano.

Il Papa tira fuori temi e parole a cui è allergico il politicamente corretto. Chiesa e Stato non sono in antitesi e la corretta lettura dell'idea agostiniana di città di Dio e città terrena lo dimostrano. Il santo d'Ippona propone nella sua celebre opera degli allarmi che, secondo Prevost, sono ancora validi per la vita politica: le «false rappresentazioni della storia», «l’eccessivo nazionalismo» e la «distorsione dell’ideale dello statista». Il Papa lamenta la «debolezza del multilateralismo» ed è un punto di vista coerente con la tradizionale politica estera della Santa Sede. «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti – ha osservato Leone – si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Ciò succede in un contesto in cui «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» dal momento che «è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui».

Questa parte "diplomatica" è stata però seguita da una riflessione probabilmente meno gradita a molti governi e organismi internazionali. Prevost, infatti, se l'è presa con le Nazioni Unite che non solo devono sforzarsi di rispecchiare «la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra» ma le sprona a far sì che questi sforzi siano più orientati ed efficienti nel «perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli». Ideologia è una parola ripetuta spesso nel testo pronunciato ieri come quando il Papa ha contestato all'Occidente la riduzione degli «spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».

Leone XIV ha sollevato il problema della libertà di coscienza minacciata. A proposito di ciò, il Papa ha difeso l’obiezione di coscienza che «consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale». Il Papa ha citato i casi del «rifiuto del servizio militare in nome della non violenza» e del «diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari». Contro la tendenza a criminalizzarla, Prevost ha detto che «l'obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi» e che «in questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani».

Tra i diritti fondamentali minacciati oggigiorno, il discorso del Papa ha citato la libertà religiosa definita da Benedetto XVI il primo dei diritti umani. Prevost ha parlato di tutte le comunità religiose, ma ha anche precisato come «non si può tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede». Nel 2025 la situazione è peggiorata, ha ricordato il Pontefice, «a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso». Questo gli ha permesso di formulare un pensiero per le «numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico». In questo modo ha riconosciuto la connotazione religiosa delle persecuzioni e delle uccisioni che si registrano ai danni dei cristiani in quelle regioni.

Però il Pontefice non ha taciuto la «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».

Oltre a migranti, rifugiati e detenuti, il discorso del Papa si è soffermato sulla famiglia e sui nascituri. «La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo – ha affermato Prevost – impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità».

Un Papa pro-life che ha precisato come «la visione della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo». «Tra queste – ha detto – vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita». Per questo motivo il Papa ha ripetuto la posizione della Santa Sede che «esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie». In questo senso, in nome della protezione di ogni nascituro e di supporto effettivo alla donna, Prevost ha condannato anche l'utero in affitto dicendo che trasforma «la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia». Condanna anche per l'eutanasia ritenuta una forma di «illusoria compassione».

Il Papa ha ripetuto che «la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano» e dunque «una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla». Un passaggio ancora più indigesto a tanti è quello in cui Leone ha lamentato «un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani» in cui «il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti».

Soffermandosi sulle situazioni di crisi internazionale in corso, il Papa ha ricordato Ucraina, Terra Santa, Haiti, il Myanmar e il Venezuela con il suo «appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano». Il discorso ha ribadito le posizioni di sempre della Chiesa cattolica e la politica della Santa Sede all'insegna della difesa della pace e della Verità.  



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