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La decisione

Stop al multilateralismo mondialista, gli USA si ritirano da 66 enti

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Con un memorandum firmato dal presidente Trump, gli Stati Uniti hanno stabilito il ritiro da 66 organizzazioni internazionali, 31 delle quali legate all’Onu, che promuovono il wokismo, il catastrofismo climatico e altre ideologie.

- Tagliati i ponti con il Deep State planetario, di S. Fontana

Esteri 10_01_2026
Foto d'archivio - 2025 (Ap via LaPresse)

Detto, fatto. A un anno dall’annuncio della volontà di uscire da molti organismi internazionali, ormai divenuti un crogiolo di burocrazie dannose e incapaci di portare soluzioni rispettose delle identità nazionali, gli USA hanno tagliato finanziamenti e ponti con 66 organizzazioni, 31 delle quali legate all’Onu. Lo hanno fatto con un memorandum firmato dal presidente Donald Trump il 7 gennaio 2026 e che fa seguito all’ordine esecutivo del 4 febbraio 2025, n. 14199 (Ritiro degli Stati Uniti da alcune organizzazioni delle Nazioni Unite, cessazione dei finanziamenti alle stesse e revisione del sostegno degli Stati Uniti a tutte le organizzazioni internazionali). Una mossa decisa e chiara che dovrebbe indurre anche i Paesi europei a riflettere sull’urgente necessità di riformare drasticamente ed eliminare gran parte di questi organismi internazionali, in molti casi prede di lobby ideologicamente orientate e contrarie anche allo spirito e alla lettera della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1948.

La decisione del presidente Trump di ritirare gli Stati Uniti dalle suddette 66 organizzazioni segna uno dei cambiamenti più radicali nella politica estera statunitense degli ultimi decenni. Molti di questi enti sono agenzie, commissioni e comitati consultivi legati alle Nazioni Unite che si occupano di clima, lavoro, migrazione e altre questioni che l'amministrazione Trump ha classificato come iniziative a favore della “diversità” e del "woke". Altre organizzazioni, non appartenenti alle Nazioni Unite, presenti nell'elenco includono il Partenariato per la cooperazione atlantica, l'Istituto internazionale per la democrazia e l'assistenza elettorale, il Forum globale contro il terrorismo, la Commissione di Venezia. In tutti questi casi, l’amministrazione Trump «ha ritenuto che gli enti fossero ridondanti nella loro portata, mal gestiti, inutili, dispendiosi, mal amministrati, influenzati dagli interessi di attori che promuovono i propri programmi, contrari ai nostri, o una minaccia alla sovranità, alle libertà e alla prosperità generale della nostra nazione», come ha dichiarato il segretario di Stato, Marco Rubio, in una nota nella quale si avverte che «la revisione di ulteriori organizzazioni internazionali ai sensi dell'ordine esecutivo 14199 è ancora in corso». Il messaggio è chiaro: i giorni in cui miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi finivano a interessi stranieri sono finiti.

Al di là delle lamentele provenienti l’8 gennaio dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, la decisione di Washington è un salutare rifiuto del tipo di multilateralismo che ha plasmato gran parte dell'ordine globale dalla fine della Guerra Fredda. Il mondo è cambiato, Trump vuole esserne protagonista, l’Europa è invece preda di personalismi liberal-socialisti fuori tempo, oltreché dannosi. La Casa Bianca sostiene che queste organizzazioni non servono più gli interessi degli Stati Uniti e nemmeno l’ordine globale, piuttosto promuovono ideologie – dall’ambientalismo ai programmi Lgbt e pro aborto – sempre più distanti dagli interessi reali dei popoli.

Tra gli enti da cui gli Stati Uniti si sono ritirati figurano il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, UN Women e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), tutti manovrati da lobby internazionali che hanno imposto la propria ingegneria sociale a molte nazioni. In questo contesto, la decisione dei giorni scorsi è da intendersi come una difesa della libertà e responsabilità decisionale nazionale contro strutture che, nella pratica, operano senza una reale responsabilità nei confronti dei cittadini e spesso senza rendere conto nemmeno agli Stati.

Il memorandum presidenziale riflette anche un cambiamento nella strategia più ampia degli Stati Uniti. Washington ha preso atto che, anche a causa dell’inadeguatezza della presidenza Biden, il mondo è diventato sempre più diviso e che gli USA – prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca – contavano sempre meno rispetto alla Cina, alla Russia e in generale ai BRICS. In coerenza con gli impegni dell’America First, l’amministrazione Trump sta perseguendo un approccio bilaterale, transazionale e pragmatico, invece dell’indistinto multilateralismo e “tafazzismo” europeo.