Cristiani in Terrasanta, anello debole nella guerra globale
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La spirale di violenza in Medio Oriente spinge i cristiani della Palestina all’esilio e all’abbandono della loro terra; in Libano sono emarginati, in Iran perseguitati; In Siria trattati come pedine geopolitiche: la guerra non sta solo ridefinendo i confini geopolitici del Medio Oriente, ma sta ridisegnando anche la sua geografia religiosa. A danno dei cristiani con l'ipocrisia occidentale.
-La carità dal basso per il Libano di Elisa Gestri
«Il nostro cuore è profondamente addolorato nel sapere che non pochi fedeli cristiani della Palestina, colpiti dalle vicende della guerra, sono stati dispersi o costretti ad abbandonare le loro case». È il 15 aprile 1949. L’allora pontefice Pio XII, con queste parole, descrive nell’enciclica Redemptoris Nostri Cruciatus la tragedia dei cristiani palestinesi. Quelle parole sono ancora attuali: la spirale di violenza dei nostri giorni spinge ancora i cristiani della Palestina all’esilio e all’abbandono della loro terra. Nei luoghi dove è nato il Cristianesimo c’è il rischio che la presenza cristiana vada assottigliandosi in modo inarrestabile. Non è una questione marginale, anche se così viene trattata. È, invece, una realtà che contraddice molte narrazioni consolatorie. Non si tratta di un abbandono di massa, ma l’effetto inesorabile di guerre, crisi politiche, radicalizzazioni religiose e indifferenza internazionale.
«I cristiani qui non sono ospiti». Il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, lo ripete da tempo. Lo dice senza diplomazie. Senza giri di parole. I cristiani fanno parte della storia di questa terra. Da sempre. Sorge, quindi, naturale una domanda che molti preferiscono eludere: quanto potrà ancora resistere la comunità cristiana di Palestina? C’è una verità che spesso in Europa viene dimenticata. I cristiani del Medio Oriente non sono una presenza importata dall’Occidente. Sono i discendenti delle popolazioni più antiche della regione. Comunità radicate da secoli. Eppure oggi quella presenza si va assottigliando.
La guerra che attraversa il Medio Oriente, con Israele al centro di uno scontro sempre più vasto, che coinvolge Gaza, il Libano di Hezbollah, Iran e Siria, non è soltanto una guerra militare. Non è soltanto ideologia o geopolitica. È anche un lento svuotamento. Un processo che dura da anni. Silenzioso. Costante. Demografico prima ancora che politico. Intere comunità storiche lasciano la regione. Alcune per paura. Altre per stanchezza. Altre semplicemente perché non vedono più un futuro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il Medio Oriente perde pezzi della sua storia. E tra tutte le antiche minoranze della regione, i cristiani sono forse quella più vulnerabile. La più difficile da ignorare.
In Terra Santa, la situazione è sempre più paradossale. Nei luoghi, visitati ogni anno da milioni di pellegrini provenienti da tutto il mondo, le comunità cristiane locali si fanno sempre più irrilevanti. A Betlemme, come a Gerusalemme, e in molte città della Cisgiordania, il numero dei cristiani presenti si assottiglia a causa dell’emigrazione. Lo stesso Pizzaballa lo ha detto con parole molto dirette durante gli ultimi mesi di queste assurde guerre: «Il problema più grande non è solo la violenza. È la mancanza di futuro». E quando una comunità smette di immaginare il proprio futuro in un luogo, quel luogo prima o poi lo abbandona.
Eppure, proprio i cristiani palestinesi sono stati storicamente una componente importante della società locale: istruiti, urbanizzati, spesso protagonisti della vita culturale e politica. Oggi restano, soprattutto, come custodi dei santuari e delle tradizioni liturgiche. Una presenza simbolica più che una comunità con un peso reale. Israele, dal canto suo, rivendica spesso la tutela delle minoranze religiose all’interno del proprio Stato. Ed è vero che i cittadini israeliani di religione cristiana godono di libertà civili sconosciute in molti paesi della regione, tranne che in Giordania. Ma questo non cancella una tensione crescente: la radicalizzazione del conflitto e l’ascesa di settori ultranazionalisti rendono la convivenza sempre più difficile anche lì. I coloni sono fuori controllo, liberi di agire contro i palestinesi, consapevoli che non saranno mai puniti. Nessuno può negare che tutto ciò accada.
Se la Terra Santa rappresenta il declino demografico del Cristianesimo mediorientale, il Libano disegna invece il suo laboratorio politico. O meglio: il suo campo di battaglia storico. Per decenni il Paese dei cedri è stato l’unico paese arabo dove i cristiani non erano semplicemente una minoranza, ma uno dei pilastri dello Stato. La presidenza della Repubblica affidata a un cristiano maronita, il sistema politico costruito su un delicato equilibrio confessionale, e la cultura libanese portano ancora i segni profondi di questa presenza. La crisi economica che ha devastato il paese, l’ascesa di Hezbollah e il conflitto permanente con Israele hanno drasticamente ridotto lo spazio politico delle forze cristiane. In altre parole, i cristiani libanesi non sono più l’asse del sistema: sono uno dei tanti attori che cerca di non essere travolto.
In Iran, dove la situazione si è drammaticamente aggravata in questi ultimi giorni per il conflitto in corso, il governo ha colto il pretesto per intensificare arresti e persecuzioni, anche contro i convertiti dall’Islam. Gli arresti sono aumentati, così come le pene detentive, mentre la propaganda ufficiale ha dipinto i cristiani come una minaccia interna, etichettandoli come “sionisti” o agenti stranieri. Le condanne colpiscono chi possiede una Bibbia o si battezza. Molti fuggono verso la frontiera armena, mentre la comunità dei convertiti continua a crescere, anche se costretta alla clandestinità. Il “momento nero” dei cristiani iraniani si consuma tra repressione, guerra e necessità di nascondere la propria fede.
La guerra civile in Siria, ha trasformato i cristiani in pedine geopolitiche: il regime di Damasco, per anni, li ha elevati a simbolo della sua narrativa autoritaria, presentando lo Stato come unico baluardo contro il caos jihadista. I cristiani, più che protagonisti, sono stati la prova vivente della protezione delle minoranze, spesso tollerate per necessità o per paura quando i jihadisti conquistavano intere regioni. Il messaggio era chiaro: senza questo potere, la sopravvivenza delle minoranze sarebbe a rischio. Una protezione che però si è rivelata anche come una forma di sequestro politico.
Nel Medio Oriente, le famiglie vendono le case. I giovani emigrano. Le chiese restano, ma i quartieri si svuotano. È una trasformazione lenta ma radicale. Nel giro di un secolo, il Cristianesimo, in questi luoghi, è passato dall’essere una presenza diffusa e radicata, a ridursi ad una costellazione di minoranze sempre più irrilevanti. Il patriarca Pizzaballa insiste spesso su un punto, che in Europa si fatica a comprendere: la presenza dei cristiani non è solo una questione religiosa, ma anche politica e culturale. «Se i cristiani scompaiono», ha avvertito, «scomparirà anche una parte essenziale dell’identità di questa terra».
E qui emerge l’ipocrisia dell’Occidente. L’Occidente perbenista che parla spesso dei cristiani del Medio Oriente come di un patrimonio culturale da proteggere. Sono citati nei discorsi, dimenticati nelle decisioni. Gerusalemme, Betlemme, Antiochia, Damasco, città dove si è sviluppata la fede delle origini, potrebbero diventare luoghi visitati dai pellegrini, ma abitati quasi esclusivamente da comunità non cristiane.
In sostanza, la nuova guerra non sta solo ridefinendo i confini geopolitici del Medio Oriente, sta ridisegnando anche la sua geografia religiosa. A danno dei cristiani.

