• MEDIO ORIENTE

Israele il "governo del cambiamento" alla prova

Il nuovo governo israeliano, il primo senza Netanyahu da 12 anni, sta in piedi con un solo voto. Peggio ancora è sostenuto da forze politiche che fra loro non si capiscono neppure, arabi ed ebrei, religiosi e sinistra laica. Adesso sarà subito messo alla prova del conflitto con Gaza, che non è finito. E con una situazione mediorientale esplosiva.

Il nuovo governo israeliano, foto di gruppo

Una nuova prospettiva si è appena aperta sulla scena politica di Israele con la detronizzazione di Benjamin Netanyah, premier per 15 anni, 12 dei quali consecutivi. Riuscita per un soffio alla più incredibile coalizione parlamentare che si potesse prefigurare, composta da ben otto formazioni politiche – di destra, centro e sinistra –  e al limite della vivibilità. Si prevedeva che potesse contare sulla risicata maggioranza di un voto (61 su 120); al momento dello spoglio della fiducia, si è ridotta ancor più, reggendosi su 60 voti favorevoli ed un astenuto.     

Non lo immaginava nemmeno Yair Lapid, leader del secondo partito (Yesh Atid, centrista, uscito forte di 17 deputati dalle quarte elezioni in due anni) quando diede una risposta positiva al presidente dello Stato che gli aveva affidato l’incarico di formare quel governo (il 36.mo nella storia di Israele) al quale il vincitore Netanyahu, leader del Likud, pur disponendo di ben 30 deputati, non era riuscito a dare una base maggioritaria. Una risposta condizionata dalla rotazione dell’incarico di premier: Lapid lo avrebbe assunto nei due anni finali della legislatura, per i primi due in base alle trattative lo avrebbe esercitato Naftali Bennet, capo del partito di destra Yamina (sette deputati). Ex stretto collaboratore di Netanyahu, divenuto “ago della bilancia” in qualsiasi trattativa.

Un atto di nascita quindi tormentato. Ma ineludibile per un “governo del cambiamento” così definito dai partiti che lo compongono e l’hanno voluto per varie e “superiori” ragioni, non  soltanto per la ferma volontà di escludere Netanyahu e di porre fine alla sua egemonia (definita “amara”, “prepotente”, “scriteriata” da parecchi leader che in passato erano stati suoi collaboratori). La spartizione dei portafogli, e quindi delle responsabilità assunte, lascia intendere verso quali direzioni la coalizione intende orientarsi. Ma prima di tutto va evocato quel punto dell’intesa che ne dovrebbe impedire lo sfaldamento: consiste nell’impegno formale, ma non esplicitato, di ”evitare ciò che divide”.  

E a dividere sono molte “cose”, naturalmente. A cominciare dai problematici rapporti con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), della ripresa del dialogo di pace che gli Stati Uniti con l’amministrazione Biden auspica, dopo aver ad essa elargito quelle sovvenzioni che Donald Trump le aveva tagliato. Poi basti pensare che paradossalmente fa parte della coalizione, e per la prima volta nella storia di Israele, un partito della minoranza araba, il Ra’am, che professa quel fondamentalismo per cui è famoso il movimento islamico Hamas, avversato dall’ANP e al potere a Gaza.

C’è poi l’eredità degli “Accordi di Abramo” lasciata da Benjamin Netanyahu, ovvero la molteplice collaborazione che, grazie anche alle avviate relazioni diplomatiche, Israele ha stabilito con importanti nazioni arabe del Golfo, con il Marocco e il Sudan. Un legame in chiave anti Iran, nazione che rincorre freneticamente l’arma atomica e pertanto è considerata la principale nemica dell’esistenza stessa di Israele. 

C’è da ritenere quindi che la nuova coalizione di governo eviterà di affrontare “di petto” temi e problemi scottanti di politica estera. Dovrebbero bastare quelli, immanenti e provocatori, posti dai fondamentalisti di Gaza, con le continue aggressioni al territorio israeliano, attraverso lanci di ordigni incendiari e missili. L’ultima è avvenuta pochi giorni fa ed ha ricevuto una dura risposta aerea. E’ dunque un perenne conflitto sul confine meridionale, alimentato finanziariamente e militarmente dall’Iran, che avendo l’obiettivo di “aprire un fronte interno”, di aizzare cioè la minoranza arabo-israeliana contro lo Stato ebraico (è esploso in occasione della recente “guerra degli 11 giorni”), viene considerato attinente alla “sicurezza”.

Occorre comunque osservarne conseguenze e ripercussioni; come sarà necessario vedere quali saranno le reazioni ad eventi che hanno per scenario sia Paesi confinanti, come Siria e  Libano (ove si è consolidata la presenza armata dell’Iran e di milizie locali filo-iraniane) sia che vedono protagoniste o comprimarie “potenze” estranee, attive nella regione: Stati Uniti, Russia, Turchia, Cina. Insomma la politica estera della coalizione è tutta da monitorare.    

Alla stessa stregua della sua politica interna, che si  preannuncia molto attiva. Sembra che intenda stabilire innanzitutto un diverso rapporto dello Stato con i partiti religiosi ashkenaziti e sefarditi, tradizionali alleati di Netanyahu e per molti anni co-detentori del  potere governativo. Per conseguirlo sembra emblematica l’assegnazione del dicastero delle Finanze al russofono Avigdor Lieberman, leader del partito Yisrael Beitenu, di destra ma laico, loro dichiarato avversario per le esenzioni del servizio militare accordate agli alunni delle yeshivot (scuole rabbiniche) e per le elargizioni generose di fondi statali. Anche se il ministro per gli Affari religiosi Matan Kahana, di Yamina, ha dichiarato che tali fondi non saranno toccati.

Ma i deputati dei partiti confessionali sono inquieti, hanno coperto di insulti i loro colleghi della nuova coalizione. Invano il suo premier Naftali Bennet, fedele osservante, kippa sempre in testa, si è dichiarato protettore della tradizione religiosa. I suoi avversari non ci credono perché nei fatti la vedono sempre più insidiata o stravolta dai movimenti riformisti (non solo per il propagarsi di “loro” matrimoni)  e sanno che questi movimenti sono sostenuti dai partiti di sinistra. La presenza nella coalizione di ministri dell’estrema sinistra e il ritorno al governo del partito Meretz lasciano dunque prevedere novità nella politica interna e persino nell’indirizzo della politica economica, con l’abbandono di quella di impronta liberale finora seguita. 

Netanyahu ne ha rivendicato invece il grande successo. Nel primo discorso da leader dell’ opposizione ha evocato pure il merito di aver condotto una campagna anti-Covid invidiata da tutto il mondo e altri exploit, soprattutto nel promuovere il progresso tecnologico, nonché la sicurezza e la pace, in particolare ampliando l’amicizia tra il mondo arabo e il piccolo stato ebraico. Su queste ragioni, e su un curriculum politico costellato da trionfi, ha fondato la previsione di un vicino ritorno alla guida del governo.

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