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Iran, la rivolta continua. E il regime non la capisce

La Repubblica islamica è entrata nel terzo mese di proteste, a seguito della morte di Mahsa Amini legata all’obbligo del velo. Il governo accusa i manifestanti di complicità con i servizi segreti occidentali. Ma la crisi ha radici lontane ed è aggravata da un’economia in declino.

La nuova onda di proteste iraniane scatenate in seguito all’uccisione di Mahsa Amini - colpevole di mal velo - sembrano non vedere una fine imminente. Sono da pochi giorni entrate nel terzo mese e non hanno fatto che intensificarsi in occasione della commemorazione del famoso Novembre di sangue, quello del 2019, innescato dal vertiginoso aumento della benzina: in circa 1500 morirono nella repressione delle manifestazioni.

Hossein Amir-Abdollahian, il ministro degli Esteri, s’è fatto sentire, nei giorni scorsi, con una serie di tweet che recitavano così: “I servizi di sicurezza, il regime fantoccio israeliano e i politici occidentali che hanno elaborato piani per una guerra civile, la distruzione e la disintegrazione dell’Iran, devono sapere che l’Iran non è la Libia o il Sudan”. La propaganda del regime ha, infatti, etichettato i manifestanti come complici delle agenzie di spionaggio straniere, con Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti in testa: sarebbero loro a sostenere le proteste. Ma ha anche accusato gli Stati arabi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, di sfruttare la ribellione della minoranza sunnita iraniana. Sulla stessa falsa riga non s’è fatto attendere neanche il commento del presidente Raisi: “L’Iran sta affrontando una guerra mediatica che punta a modificare la percezione dei problemi da parte del pubblico ingigantendo i punti deboli del Paese. Coloro che diffondono bugie sono ritenuti infedeli e ipocriti”.

Solo nelle ultime settimane sono stati incriminati più di duemila manifestanti, quasi la metà dei quali a Teheran. Stando alle stime sommarie delle organizzazioni che si occupano di diritti civili, le persone arrestate durante le proteste sarebbero, finora, circa 15 mila. E l’età media dei manifestanti sarebbe bassissima. Per il New York Times è 15 anni. Vuol dire che molti dei ragazzi e delle ragazze che dal 16 settembre, giorno in cui è stata uccisa la ventiduenne Mahsa, si danno appuntamento nelle strade iraniane senza paura di quel che il regime islamico di Khamenei potrebbe far loro, sono nati intorno al 2007. Anche il ministro dell’Istruzione Yousef Nouri ha riconosciuto l’enorme partecipazione degli studenti giovanissimi alle proteste e ha anche fatto sapere che il governo, in alcuni casi, ha deciso di mandarli in strutture per la salute mentale per “guarire” i loro comportamenti. Sempre il NYT registra 23 irruzioni del regime nelle scuole e aggiunge che in una scuola elementare di Teheran le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni nel cortile, durante la ricreazione, “perché i bambini avrebbero intonato slogan antigovernativi”.

Il Corriere della sera ha riportato le parole della giornalista anglo-iraniana, Rana Rahimpour, rilasciate alla Bbc: “Ogni volta che il governo uccide un manifestante, viene avviato un timer di quaranta giorni e ogni volta il timer riparte. Uccidendo dozzine di ragazze e ragazzi, il governo si è intrappolato in un circolo vizioso. I giovani sono elettrizzati dalla protesta senza precedenti di mercoledì. Ora sono tornati in strada per celebrare il 40° giorno di Nika Shakarami. Il prossimo sarà quello di Sarina Esmailizadeh, e così via”. È tradizione, infatti, nel mondo islamico, commemorare i morti allo scoccare del quarantesimo giorno dopo la sepoltura. Questo perché gli sciiti celebrano il quarantesimo giorno (numero mistico per la tradizione islamica) della morte dell’imam Hussein - quello che è considerato dagli sciiti gli sciiti il legittimo erede del Profeta. Storicamente, per le iraniane, questa è sempre stata l’occasione per uscire di casa.

I video pubblicati sull’account Twitter “1500Tasvir, che funge da aggregatore di notizie di attivisti iraniani con grande seguito, mostrano i negozi chiusi del Grand Bazaar di Teheran, il più grande alleato finanziario dell’establishment clericale con i negozianti che intonano: “Questo è un anno sanguinoso in cui Khamenei sarà rovesciato”. Ma i video mostrano anche i tentativi violenti di repressione delle rivolte, il sangue per le strade, le manifestazioni frequentate sempre più numerosamente, i giovani protagonisti senza paura. Domenica scorsa, sarebbe arrivata anche la prima condanna a morte per uno degli arrestati coinvolti nelle proteste.

Sono tanti gli analisti che ritengono che questa volta le rivolte sono tali da esser capaci di mettere in discussione la sopravvivenza del regime. E lo si intuisce anche dal fatto che, data la perseveranza e la partecipazione, la leadership del regime astutamente non ha tentato di reprimere neanche le primissime proteste guidate dalle donne con i consueti massicci dispiegamenti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Una tale risposta avrebbe, infatti, potuto correre il rischio di galvanizzare ancor di più uomini e donne. Invece, Teheran ha inviato l'unità di polizia locale Basij, la “Forza di resistenza e di mobilitazione”, una forza paramilitare iraniana fondata su ordine di Khomeini nel novembre del 1979. Il Basij riceve ordini dall’Esercito dei guardiani della rivoluzione islamica iraniana (i cosiddetti pasdaran) e, spesso in borghese, brandisce manganelli e catene e lancia lacrimogeni, ma spara anche sulla folla.

Le autorità iraniane hanno concentrato le loro operazioni di repressione interna, inizialmente, in province non persiane come Kurdistan, Khuzestan (arabo-iraniani) e Sistan e Baluchistan (musulmani sunniti) per reprimere le minoranze. Ma le sacche di resistenza in cui l’attività anti-regime è rimasta più pronunciata si trovano nei campus universitari, in particolare a Teheran.

Il regime islamico presieduto da Ebrahim Raisi, sotto la Guida Suprema di Ali Khamenei, non ha aperto, finora, a nessuna possibilità di dialogo con chi protesta. Cosa che ha una certa rilevanza perché la protesta nata al femminile e contro il velo islamico, ormai, s’è spostata in una condanna in toto del regime, e i vertici lo sanno bene. L’Iran da mesi vive una gravissima crisi che ha limitato il potere d’acquisto della popolazione. Tra il 2021 e il 2022, un calo delle entrate petrolifere e un aumento delle spese hanno portato il governo ad affrontare un periodo di deficit fiscale che non accenna a scemare. Ogni aspetto dell’economia è in regressione, i prezzi di carne, pesce, farina e riso sono saliti alle stelle scatenando la collera di classi povere e medie. Il governo ha, inoltre, ridimensionato i sussidi per grano e farina. Secondo la World Bank, il PIL reale del 2020-2021 è tornato quello del 2010-2011, mentre quello pro capite è sceso al livello del 2004.

Eppure la crisi ha radici lontane, da quando, nel 2018, Trump ritirò l’accordo sul nucleare voluto da Obama perché, sostenne l’ex presidente, “il regime iraniano può portarci sull’orlo di una guerra nucleare”. E introdusse nuove sanzioni. Da quel momento la valuta nazionale, il toman, ha perso l’82% del suo valore e l’inflazione è salita dal 30% a oltre il 40%.

Il fatto che, la settimana scorsa, i manifestanti abbiano dato alle fiamme sia la casa natale del padre della rivoluzione iraniana, Ruhollah Khomeini (da trent’anni diventata museo), che il seminario religioso di Izeh, dice non poco sul carattere delle rivolte. La radice delle stesse sta disorientando la Repubblica islamica, che si regge su una classe dirigente che non vuole leggere le ragioni profonde delle proteste: l’insofferenza alle imposizioni islamiche per leggi che invadono ogni aspetto della vita della società e una gestione del potere che non lascia spiragli per un futuro che dia agio alle nuove generazioni.

 

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