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incoronazione di Carlo III

Il re vuole essere moderno, ma la regalità è senza tempo

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Malgrado le concessioni modaiole alla cerimonia di sabato scorso, l'unzione e la consegna dei simboli regali risalgono a ben prima dell'odierno politically correct e anche a prima della Riforma protestante. E ricordano che al di sopra dei governanti c'è un Re più grande di loro.
- GRANDE MUSICA A WESTMINSTER: RIPORTIAMOLA IN CASA CATTOLICA, di Aurelio Porfiri

Attualità 08_05_2023

Nell’incoronazione di re Carlo III, che ha avuto luogo sabato scorso a Westminster, pur caratterizzata da abbondanti dosi di “inclusività” e parole d'ordine mainstream (in parte per le idee del sovrano e in parte per le tendenze più generali dell’anglicanesimo), già illustrati qui su La Bussola, qualcosa va invece decisamente controcorrente, ed è un aspetto non secondario.

Non ci riferiamo alla “storica prima volta” dei due cardinali cattolici presenti, Nichols e Parolin: fatto comunque non trascurabile in un regno che fino all’altro ieri bollava spregiativamente i cosiddetti “papisti” e che nei primi due secoli della Riforma li spediva direttamente al patibolo. Nel pot-pourri multireligioso la presenza di due esponenti della Chiesa di Roma era praticamente scontata e forse anche meno ingombrante di quella del “principe ribelle” Harry (relegato in terza fila insieme ai parenti privi di titolo reale o declassati come il principe Andrea).

Piuttosto, a innalzarci dalle contingenze e dalle divergenze è qualcosa che ricollega l'evento di sabato scorso a un passato remoto, così remoto da rasentare l'eterno: sono i gesti dell’incoronazione in senso stretto, quel “rito nel rito”  denso di richiami simbolici, la cui sostanza risale a ben prima della Riforma protestante e di cui in casa cattolica si trovava ancora traccia nel Pontificale romano. Né più né meno che l’abbazia di Westminster sorta come ex voto a metà dell’XI secolo, in sostituzione di un pellegrinaggio a Roma, alle tombe degli apostoli, che il re sant’Edoardo il Confessore era impossibilitato a compiere. Ricostruito in stile gotico nel Duecento, quando Enrico VIII era ancora di là da venire, lo splendido edificio si ritrova “incolpevolmente” a essere luogo “iconico” della monarchia anglica e anglicana. Ammirarne l’architettura non è solo un fatto esteriore, poiché ogni edificio risente del clima spirituale in cui è stato innalzato, per cui potremmo tranquillamente sentirla “nostra”.

Così pure quel micro-rito scandito dall’unzione e dalla consegna delle insegne regali (accompagnate dalle relative formule) parla di una concezione della regalità e più in generale dell’esercizio del potere che si può sintetizzare nel celebre versetto del libro dei Proverbi: «Per me reges regnant» (8,15). È la Sapienza, cioè Dio stesso a parlare, ammonendo: «Per mezzo mio regnano i re». Ed è un monito innanzitutto per chi riceve il giogo del potere, che dovrà poi rendere conto a Dio di come lo ha amministrato. Tipico dell’età medievale quando qualsiasi sovrano sapeva di non disporre di un potere assoluto ma di avere dei vincoli ben precisi in basso e in alto: in basso dalla variopinta miriade di entità intra-statali e corpi intermedi; in alto dalle leggi divine. Simbolo di questo vincolo “dal basso” è il Riconoscimento (Recognition): Carlo III, come i suoi predecessori, è stato presentato al popolo e da questi riconosciuto come legittimo per quattro volte, in direzione dei quattro punti cardinali. Il sovrano assoluto, cioè sciolto da ogni vincolo, semmai è un’invenzione di età moderna, man mano che il legame con Dio si va allentando e i poteri statali si accentrano e si estendono.

L’unzione dei re è un retaggio dell’Antico Testamento, tramandato da Saul e Davide – che furono unti dal profeta Samuele – e da Salomone fino ai re cristiani. Simbolo del regno dei Franchi era la “santa Ampolla” con cui fu unto il re Clodoveo. Custodita per secoli a Reims, fu distrutta nel corso della Rivoluzione francese. In sintesi, essa invoca sul re la forza e la grazia di stato per governare. «Zadok il sacerdote e Natan il profeta unsero re Salomone», ha intonato il coro mentre alcuni pannelli schermavano il momento (l’unico momento segreto della cerimonia) in cui Carlo III veniva unto sulle mani, sul petto e sul capo e in tal modo «consacrato re sui popoli che il Signore tuo Dio ti ha affidato perché li governi». A quel punto il sovrano è stato rivestito del colobium sindonis e della supertunica dorata, paramento quasi liturgico (a metà tra reminiscenze bizantine e le dalmatiche dei diaconi) che gli ricorda di essere al servizio di Dio.

Spada e speroni richiamano invece all’investitura cavalleresca. Riferimento peraltro esplicitato da un mutamento rispetto alla formula prevista («Ricevi questi speroni, simbolo di onore e di coraggio. Difendi coraggiosamente quanti sono nel bisogno»), dove il primate anglicano invece di «coraggio» (courage) ha pronunciato «cavalleria» (chivalry). Tradizionalmente la cavalleria era intesa come servizio ai più deboli, a chi non poteva difendersi da sé. «Viduas, pupillos, pauperes, ac debiles ab omni oppressione defende» («Difendi le vedove, gli orfani, i poveri e i deboli da ogni oppressione»), recitava infatti il Pontificale cattolico all’atto di consegnare la spada al nuovo re. A questo si associa il simbolismo paolino della «spada dello Spirito» (Ef 6,17). Duplice senso, ricordato nel consegnare la spada a Carlo III.

«Non confidare nel tuo potere, ma nella misericordia di Dio che ti ha scelto», è il monito che ha accompagnato la consegna del guanto (invito a esercitare l’autorità con gentilezza e grazia, a trattare il suo popolo “con i guanti”, come si suol dire). Il re ha appena ricevuto il globo sormontato dalla croce, a ricordare che «i regni di questo mondo», compreso il suo, «sono divenuti regni di Nostro Signore». E l’anello, oltre alla «dignità regale» è segno «dell’alleanza tra Dio e il re e tra il re e il popolo». È il momento di completare il tutto con scettro e corona, anch’essi entrambi sormontati dalla croce (un secondo scettro, peculiarità inglese, è sormontato da una colomba a simboleggiare «equità e misericordia», laddove il primo è simbolo di «potere regale e giustizia»). Tutto è compiuto e il re del terzo millennio, unto, incoronato e bardato come un monarca medievale, può sedere sul trono e assistere alla più breve unzione e incoronazione della regina Camilla.

Sotto il peso della corona e sotto gli ingombranti paludamenti regali sparisce – deve sparire – la coppia al centro del gossip degli anni Novanta per lasciar spazio a qualcosa di più grande: la regalità, appunto, a prescindere da chi la incarna in quel dato Paese e in quel preciso momento storico. E al netto delle concessioni (già discusse) allo Zeitgeist o mainstream che dir si voglia e pure di qualche momento più “modaiolo”, tipo l’immancabile coro Gospel. La sostanza e la simbologia di quello che abbiamo definito “rito nel rito” non è farina del sacco anglicano né di casa Windsor, ma qualcosa che i Windsor stessi hanno ricevuto dai secoli, e dai secoli dei secoli. Qualcosa – ci si consenta la ripetizione – di “nostro”, patrimonio della vecchia Europa che davvero era sormontata dalla croce; che anche nel giorno stesso del loro trionfo ammoniva re e governanti di dover rendere conto a un Re più grande di loro.