Raid pachistano su Kabul, scontro fratricida con i Talebani
Nella notte fra giovedì 26 e venerdì 27 febbraio, il Pakistan ha lanciato un attacco aereo su Kabul, colpendo centri di comando e controllo e sedi istituzioni del regime dei Talebani. Da protetti che erano i Talebani sono diventati nemici del governo di Islamabad.
Nella notte fra giovedì 26 e venerdì 27 febbraio, il Pakistan ha lanciato un attacco aereo su Kabul, colpendo centri di comando e controllo e sedi istituzioni del regime dei Talebani. Pakistan e Talebani sono stati a lungo l’uno il protettore degli altri, sin dagli anni ’90. Eppure il bombardamento di Kabul segna una nuova tappa di un conflitto che dura da ottobre scorso e rischia di diventare “guerra aperta”.
Oltre alla capitale dell’Afghanistan, altri obiettivi nel paese sono stati colpiti nelle province di Paktia e Kandahar, luogo di nascita del movimento talebano. “La nostra pazienza è finita e ora c'è una guerra aperta tra noi”, ha dichiarato il ministro della Difesa pachistano Khawaja Muhammad Asif in un post sui social media. L’episodio che ha definitivamente fatto perdere la pazienza al Pakistan è stato un attacco ai posti di frontiera.
All'inizio della notte, il regime talebano dell'Afghanistan aveva infatti rivendicato un'importante attacci contro le postazioni militari vicino al confine, affermando di aver conquistato diversi avamposti e di aver catturato e ucciso soldati pachistani. Secondo le autorità talebane, l'operazione ha interessato diverse province orientali dell'Afghanistan, tra cui Nangarhar, Nuristan, Kunar, Khost, Paktia e Paktika.
Il portavoce dell'esercito pachistano, Ahmed Sharif Chaudhry, ha dichiarato che 12 soldati pachistani sono morti negli ultimi combattimenti. Ha affermato che, nella rappresaglia aerea di ieri notte, il Pakistan ha colpito una ventina di obiettivi militari in Afghanistan, uccidendo “274 talebani”.
I talebani considerano la loro azione offensiva contro i posti di frontiera pachistani come una rappresaglia per il precedente attacco aereo contro l’Afghanistan, lanciato dal Pakistan lo scorso 21 febbraio. «Elementi militari pakistani hanno compiuto un'incursione nel territorio afgano, violando la sovranità afghana e causando la morte di diversi civili, tra cui donne e bambini». Fonti Onu affermano che in quegli attacchi aerei i morti civili in Afghanistan siano stati almeno tredici.
Il governo di Islamabad afferma che l’attacco aereo del 21 non avesse preso di mira i civili, ma piuttosto i rifugi dei guerriglieri del Tehreek-i-Taliban Pakistan (Ttp), il movimento dei Talebani pakistani, da sempre in guerra col governo. Il Pakistan afferma di avere “prove conclusive” che il Ttp sia responsabile di una serie di attentati nel Paese. Fra questi anche il sanguinoso attacco suicida a una moschea sciita di Islamabad: 32 persone sono state uccise e più di 160 ferite durante le preghiere del venerdì 6 febbraio. In quell’occasione, un attentatore suicida aveva fatto esplodere un ordigno dopo essersi avvicinato alla moschea sciita. Lo Stato Islamico aveva rivendicato l’attentato. Ma, ugualmente, il ministro della Difesa pachistano Khawaja Asif aveva suggerito che l’autore dell’attacco fosse il Ttp e che dietro l'attacco ci fossero l'India e l'Afghanistan.
Questo crescendo di botta-e-risposta segue mesi di fragile tregua, perché un primo conflitto era stato combattuto fra Pakistane e Talebani afgani nello scorso ottobre, durato giorni e costato centinaia di vittime. Il Qatar e la Turchia avevano mediato tra le due parti, con colloqui tenuti a Doha e Istanbul. E i combattimenti erano cessati, ma solo per pochi mesi.
Apparentemente si tratta di uno scontro fratricida, considerando che il movimento dei Talebani (“studenti coranici”), nato a Kandahar all’indomani della guerra contro l’Urss, era sempre stato sostenuto anche militarmente da Pakistan. Nel 1994, era stata sempre Islamabad a garantire agli americani, allora retti dall’amministrazione Clinton, che i Talebani sarebbero stati i più affidabili, fra le varie fazioni in lotta nell’Afghanistan appena liberato. Poi però, gli stessi Talebani avrebbero ospitato Osama bin Laden, in fuga dal Sudan e da lì, sotto la loro protezione, ha pianificato l’11 settembre. Dopo 20 anni di missione internazionale della Nato, i Talebani erano ancora in piedi e nel 2021 erano in grado di riprendere il potere, immediatamente dopo il ritiro degli ultimi soldati americani. Erano ancora in piedi, grazie al Pakistan sempre. Perché era soprattutto nelle regioni di confine che i guerriglieri talebani ricevevano appoggio e rifugio, complice l’Isi, il potente servizio segreto di Islamabad.
Il Pakistan, formalmente alleato degli Usa, ha sempre avuto un rapporto ambiguo con gli alleati. Prova ne è che, dopo la lunga caccia a bin Laden il leader di al Qaeda era stato trovato in Pakistan, ad Abbottabad, a due passi dall’accademia della polizia pachistana. Il raid di Abbotabad, in cui venne ucciso bin Laden nel 2011, è stato sempre considerato da Islamabad come un’invasione americana del suo territorio, un atto di aggressione e tradimento.
Quando i Talebani hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan e gli esausti americani si sono ritirati, il Pakistan era convinto di avere il controllo del paese. Ma i Talebani si sono mossi da regime indipendente, su più tavoli, trattando ben presto anche con l’arci-nemico di Islamabad: l’India. Risale a non più tardi del mese scorso la nomina del primo rappresentante diplomatico talebano a Nuova Delhi. Non per caso, la versione ufficiale pachistana per spiegare il sanguinoso attentato del 6 febbraio parla di una congiura “afgana e indiana”. Da protetti che erano, i Talebani dell’Afghanistan sono diventati nemici giurati.

