I figli no, c'è la crisi. Quante scuse dalla Gen "vorrei ma non posso"
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Istat certifica un nuovo record in negativo di natalitià: siamo a 1,14 figli per donna. E chi vorrebbe un figlio è frenato dalla situazione economica. Una motivazione insufficiente: non è povertà, ma un'idea di figlio al quale garantire standard quantitativi a cui i genitori per primi non rinuncerebbero.
Un’inarrestabile discesa verso gli abissi della denatalità. L’ennesimo rapporto Istat da bollino rosso ormai non dovrebbe più costituire una notizia, dato che lo scivolamento in basso degli italiani per natalità prosegue senza soste. Ieri l’Istat ha certificato un nuovo, impietoso, record negativo: nel 2025 il numero medio di figli per donna è calato nuovamente, passando da 1,18 del 2024 al minimo storico di 1,14. Il tasso di crescita della popolazione è dunque prossimo allo zero.
Basterebbe questo dato per fotografare la situazione tragica della denatalità italiana, che viene condita dall’Istituto Nazionale di Statistica da dati ancor più allarmanti. Il saldo naturale tra nascite e decessi, ad esempio, continua a essere negativo (-296 mila unità). Si tratta di dati impietosi che non possono essere derubricati a mera statistica e che il Governo non può utilizzare per illustrare un’inversione di rotta nei suoi tre anni di governo nonostante una campagna massiccia sulle poche politiche famigliari messe in campo.
Tra i dati emersi vale la pena concentrarsi in particolare su questo: 6,6 milioni di italiani dichiarano di aver rinunciato ad avere i bambini che desiderano. L'Istat segnala come tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l'intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte affermi che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita (il 5,5%).
Tre su dieci hanno già i figli che desiderano, mentre la quota più ampia ha rinunciato ad avere i figli desiderati (62,2%) per problematiche di varia natura, a partire dalla sfera economico-lavorativa. Significa che per quasi 2,8 milioni di persone, cioè oltre quattro su dieci tra coloro che non intendono diventare genitori o avere altri figli, il peso delle difficoltà economiche o la mancanza di certezze lavorative impediscono che il desiderio diventi intenzione (nel 32,7% per difficoltà economiche, nel 9% per mancanza di certezze lavorative).
Fermiamoci qui.
Dunque, c’è una percentuale maggioritaria di italiani in età fertile che desidera i figli, ma vi rinuncia. Una sorta di generazione del vorrei, ma non posso. Le cause che Istat mette avanti per giustificare questa rinuncia, al di là di qualche residuale motivazione, soprattutto per età over 35 di accudimento degli anziani genitori, sono di natura economico lavorativa.
Verrebbe da pensare, con una giustificazione siffatta, che tutti gli interpellati a campione, versino in condizioni economiche così critiche da essere indigenti o lavorative così precarie da essere inoccupati. Ma non sembra essere questo il busillis. I dati relativi al lavoro e all’aumento della povertà in termini macro, infatti, non sono tragici. È vero che il 18,6 per cento del totale, 11 milioni, vive in uno stato di indigenza, ma a guardare i dati si scopre che per lo più si tratta di famiglie già formate e con già dei figli, spesso numerose o monogenitoriali e questo dovrebbe indurre a riflessioni maggiori la compagine governativa sugli interventi assistenziali in loro favore, che invece mancano.
La povertà non riguarda perciò quelle famiglie che o non hanno ancora figli o ne hanno uno appena e non spiccano il volo verso il secondo o il terzo. La voce “povertà”, infatti, rimane sostanzialmente invariata rispetto agli anni scorsi. Tanto più che l’unica voce povertà critica è relativa alla povertà di tempo, che “affligge” il 49% della popolazione. Ma il 47% degli italiani, dato in crescita di 12 punti rispetto al 2015, addirittura esprime soddisfazione per la vita nel suo complesso, segno che lavoro e condizioni economiche non sono così tragiche.
Però c’è questo ostacolo ad avere il primo figlio o i seguenti dettato dalle difficili condizioni economiche. E qui veniamo al cuore della faccenda. Le condizioni economiche precarie che vengono lamentate non sono relative a problemi oggettivi, ma alla proiezione che si riversa sul concetto di figlio da crescere e mantenere. Un figlio costa, certo. Ma l’idea di sacrificio, rinuncia e standard da garantire ai nuovi nati sono un mix che alle nuove generazioni sembra invalicabile.
Il figlio, o meglio l’idea di figlio, diventa così un coronamento di un progetto di vita iniziato con la stabilizzazione lavorativa e proseguito con la sicurezza economica. Mancando entrambe, manca anche l’approdo del figlio. Non è più il dono di un’unione che inizia a percorrere il sentiero della vita insieme e insieme affronta giorno per giorno difficoltà, programmazioni eventuali e altrettanto eventuali “sprogrammazioni” dei piani.
Oggi il solo pensiero di mettere su famiglia con una situazione precaria lavorativa ed economica, unita alla altrettanto perniciosa precarietà dei rapporti affettivi che non fanno più credere al matrimonio come ad un’unione stabile e permanente nel tempo, tanto che le convivenze sono ormai predominanti, è un pensiero che blocca qualsiasi decisione. È stata proiettata l’idea che per avere un figlio si debba garantirgli tutti quegli standard economici a cui i genitori per primi non rinuncerebbero mai. Si tratta di standard quantitativi e qualitativi imposti da una società consumistica e materialistica, non da una fotografia reale dei bisogni e della situazione di ogni singola famiglia in formazione.
Del resto, in quanti oggi si sposano con un lavoro precario o senza un minimo di risparmi da parte? Sempre meno. E chi lo fa è considerato un irresponsabile. E in quanti sognerebbero un secondo bebè, ma sono frenati dalla casa troppo piccola o dal lavoro della mamma che non glielo consentirebbe? E non perché la povertà sia dilagante, ma perché si teme che il figlio possa cambiare quegli equilibri economici che tanto faticosamente si sta cercando di conservare. Fino a 20 anni fa, invece, non era infrequente lanciarsi verso il primo figlio senza quelle sicurezze economiche che oggi sembrano l'unico criterio accettabile per accettare il rischio. Perché il figlio veniva considerato comunque un valore, valore su cui investire. Oggi il figlio non è più un valore, o meglio, ha perso il titolo di valore per diventare semplicemente una risultanza di diverse condizioni, che, se vengono meno, fanno venire meno anche il bebè.
Eppure, c’è ancora chi lo fa e non è un caso che quel qualcuno abbia una visione della vita e della famiglia non come di approdo, ma come di inizio. Sono quelle famiglie cattoliche che credono ancora nella Provvidenza, le quali non si spaventano delle future difficoltà, che ci saranno, ma che sanno mettere al giusto posto e nella giusta priorità, tutte le caselle.
Guardare a loro, che pure sono giovani e non strutturati economicamente, fa pensare che non è la situazione economica a frenare la maggioranza, ma l'incapacità di speranza e di messa in discussione delle proprie certezze per affrontare un viaggio affascinante, naturale, necessario, ma paurosamente in perdita, dal punto di vista del portafoglio. È questo sacrificio che non si è disposti a correre che si cela dietro la fredda motivazione del vorrei ma non posso dettato da ragioni economiche.
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