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ISRAELE

Caso Flotilla: dietro Ben Gvir la responsabilità di Netanyahu

Tutti contro il ministro israeliano protagonista dei maltrattamenti contro gli attivisti pro-Gaza. Dure proteste dei governi europei, ma si evita di riconoscere che il vero problema sta nel primo ministro, che sta portando Israele all'autodistruzione.

Editoriali 22_05_2026

Quale sia il nostro giudizio sulle varie “Flotilla” che salpano dai porti europei per raggiungere Gaza lo abbiamo già scritto in precedenti occasioni. Non sono veramente operazioni umanitarie a favore dei palestinesi come pretendono di essere, ma provocazioni politiche contro Israele cercando di sfondare il blocco navale intorno a Gaza. Il che può avere le sue ragioni ma è chiaro che entrare in una zona di guerra espone a rischi evidenti e sicuramente ci si aspetta – e anzi si cerca - lo stop da parte della Marina israeliana.

Detto questo però, non significa che allora qualsiasi azione israeliana nei confronti di questi attivisti sia giustificata. Un conto è fermare le barche nelle proprie acque territoriali, sequestrarle e rispedire nei Paesi di provenienza gli attivisti, come già accaduto in precedenza; altra cosa è un assalto in acque internazionali come quello a cui si è assistito nei giorni scorsi, con gli attivisti ammanettati, messi in ginocchio e bendati, e soprattutto con un ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir che li deride e li umilia invocandone una lunga detenzione nelle prigioni dei terroristi.

La Global Sumud Flotilla (GSF), con oltre 50 barche, era partita dalle coste turche giovedì 15 maggio con a bordo 430 persone di 40 Paesi diversi. Per Israele si tratta semplicemente di propaganda a favore dei terroristi di Hamas, così stavolta la Marina israeliana non li ha aspettati ma è andata loro incontro iniziando lunedì 18 maggio a fermare le barche della Flotilla in acque internazionali a ovest di Cipro, a ben 460 km di distanza dalle coste di Gaza. Il resto è nelle immagini scioccanti che hanno fatto il giro del mondo e che il ministro dell’ultra-destra Ben Gvir ci teneva a mostrare per mandare un messaggio anche al primo ministro Benjamin Netanyahu.

Scontata la fortissima condanna internazionale e lo sdegno e le proteste dei Paesi di provenienza degli attivisti, inclusa l’Italia. Quasi tutti gli ambasciatori israeliani sono stati convocati dai rispettivi governi per una protesta formale e con la richiesta di scuse. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha anche chiesto che l’Unione Europea decida delle sanzioni contro il ministro Ben Gvir, che peraltro è già stato dichiarato “persona non grata” dalla Polonia.

Grosso imbarazzo anche nel governo israeliano. Il più duro è stato il ministro degli Esteri Gideo Sa’ar, che in un post su X ha parlato di «spettacolo vergognoso» e ha accusato Ben Gvir di avere «causato danni intenzionali allo Stato» di Israele, per concludere «No, tu non sei il volto di Israele». E anche il primo ministro Netanyahu ha preso le distanze affermando in un comunicato che quanto fatto da Ben Gvir «non è in linea con i valori e le norme di Israele».

Prendersela con Itamar Ben Gvir è oggi fin troppo facile: seguace del rabbino estremista e anti-arabo Meir Kahane, è il leader del partito Otzma Yehudit (Potere ebraico) che nelle elezioni del 2022 ha conquistato sei seggi nel Parlamento israeliano (Knesset) divenendo fondamentale per costituire una maggioranza di governo sotto la guida di Netanyahu. Ben Gvir risiede nell’insediamento di Kiryat Arba, vicino a Hebron, da dove è partito nel 1995 Yigal Amir, l’assassino dell’allora primo ministro Yitzhak Rabin, colpevole di aver firmato nel 1993 gli accordi di Oslo con il leader palestinese Yasser Arafat. Proprio Ben Gvir pochi giorni prima dell’assassinio aveva minacciato Rabin in tv.

E da quando è al governo non si contano le provocazioni: le preferite sono le visite ai prigionieri palestinesi con relative umiliazioni davanti alle telecamere. Ma solo poche settimane fa aveva fatto il giro del mondo la foto della torta a tre piani per il suo 50esimo compleanno: sullo strato superiore un cappio dorato, a festeggiare anche l’approvazione della legge che introduce la pena di morte per i terroristi palestinesi, da lui fortemente voluta; e sul piano intermedio due pistole sulla mappa di Gaza e Cisgiordania con la scritta “A volte i sogni si avverano”. Ora che si avvicinano le elezioni, previste per novembre, si può scommettere sulla moltiplicazione di gesti simili o anche peggiori, convinto che la radicalizzazione porterà un aumento di consensi al suo partito.

Ovvio dunque che le proteste si concentrino su questo personaggio, ma si ha anche l’impressione che il “tiro a Ben Gvir” nasconda anche la volontà di evitare di riconoscere una realtà però ineludibile: cioè che la responsabilità vera è del premier Netanyahu. Davanti alle reazioni internazionali, il premier israeliano non poteva fare a meno di prendere le distanze dal suo ministro, ma davanti a un fatto così grave il minimo che ci si possa aspettare è la richiesta di dimissioni immediate.

E malgrado i mal di pancia nello stesso governo israeliano, c’è da scommettere che Ben Gvir rimarrà saldamente al suo posto, fondamentalmente per due motivi: anzitutto perché la sua uscita dal governo significherebbe far venir meno i voti necessari a mantenere in vita il governo; ma anche perché, seppur con modi e tempi diversi, Netanyahu sta dimostrando di perseguire gli stessi disegni politici di Ben Gvir, il controllo di Gaza e l’annessione della Cisgiordania prima di tutto.

È Netanyahu che davanti alle minacce dei nemici che vorrebbero l’eliminazione dello Stato di Israele, ha deciso di puntare tutto sulla forza militare aprendo almeno sei fronti di guerra (Libano, Siria, Gaza, Cisgiordania, Yemen, Iran) in un crescendo che sta sconvolgendo tutto il Medio Oriente e ha gravi ripercussioni in tutto il mondo. Ma pensare di garantire la sicurezza nazionale soltanto con le armi e seminando ancora più odio, è semplicemente una follia. Netanyahu sta portando Israele all’autodistruzione, sta diventando il primo nemico di Israele, e i leader europei che difendono il diritto all’esistenza dello Stato ebraico non dovrebbero aver paura di puntare il dito anche contro di lui. Perché Ben Gvir non è ministro della Sicurezza Nazionale per caso.

E anche perché è tutt’altro che certo che alle prossime elezioni l’attuale premier esca di scena. È vero, la realtà di Israele non è riducibile a Ben Gvir e a Netanyahu, ma si sa che in tempi di guerra e davanti alla minaccia (reale o meno) di essere spazzati via le posizioni estreme possono essere vincenti.



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