• CRISI DI IDENTITà

Il Pd nasconde il suo volto nelle prossime elezioni

Persino il segretario Enrico Letta, candidato a Siena, nasconde il simbolo del Partito Democratico nelle prossime elezioni amministrative. Non vuole rischiare, perché i senesi vedono nel Pd il responsabile della rovina del Monte dei Paschi e perché la sinistra è divisa. C'è aria di crisi di identità, compreso il governatore Emiliano che elogia Salvini.

Enrico Letta

Fecero molto rumore, il 4 marzo scorso, le parole di Nicola Zingaretti, che annunciò le sue dimissioni da segretario del Partito Democratico: «Mi vergogno del mio partito, si parla solo di poltrone e primarie invece che del Covid. Mi dimetto, visto che il bersaglio sono io». E in effetti il governatore del Lazio fu di parola e non tornò sui suoi passi, tanto che i dem, per paura di scannarsi sul nome del successore, preferirono puntare sul “Papa straniero”, un Enrico Letta in esilio volontario a Parigi da sette anni, animato da istinti di rivalsa e desideroso di rientrare in Italia per togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

La storia si ripete, anzi il masochismo di certa sinistra è talmente spinto che la ciclicità di alcuni autogol appare davvero imbarazzante. E così proprio il “sereno” Enrico ha deciso di candidarsi alle elezioni suppletive nel collegio di Siena, per poter tornare in Parlamento e incidere sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Ma la conquista del seggio toscano non è affatto scontata, sia perché la sinistra presenta anche altri candidati (pare che Calenda e alcune voci critiche della sinistra vogliano puntare su un proprio “cavallo”), sia perché la cattiva gestione del Monte dei Paschi di Siena ha indispettito il popolo senese che potrebbe farla pagare al Pd, considerato il principale responsabile del disastro della più antica banca del mondo.

Proprio perché sente aria di disfatta, Letta non vuole rischiare di trascinare nel baratro l’intero partito e allora ha deciso di correre per un seggio in Parlamento ma senza il simbolo del Pd. Dunque, anche il neo segretario si vergogna un bel po' del suo partito e preferisce puntare su un logo apparentemente più inclusivo (ma siamo proprio sicuri che il nome di Letta possa esserlo?) e in grado di annacquare il probabile calo di consensi. I renziani fanno sommessamente notare che, all’epoca delle Leopolde d’assalto, furono proprio i lettiani a tuonare contro Matteo Renzi perché occultava le bandiere del partito in nome di un’idea di sinistra allargata a nuovi settori della società civile.

Letta ha fatto sapere che, in caso di sconfitta, lascerebbe anche la segreteria del Pd e il suo fallimento andrebbe ad aggiungersi a quello di tanti suoi predecessori, che sono addirittura dovuti uscire dal partito (Pierluigi Bersani, lo stesso Matteo Renzi e Guglielmo Epifani) o non si identificano da tempo nella linea dem, come Walter Veltroni e Maurizio Martina. Ma a prescindere dall’esito delle urne, il fallimento è già nei fatti: un segretario di un partito di governo non può chiedere il voto agli elettori nascondendo il simbolo della propria forza politica. E’ una palese manifestazione di debolezza, che peraltro trova riscontri anche nella presentazione delle liste per le prossime amministrative. La classe dirigente dem se ne sta ben alla larga da candidature ambiziose, consapevole della propria modestia, e preferisce puntare su altri candidati. A Milano, ad esempio, il primo cittadino uscente, Beppe Sala, ha aderito ai Verdi europei e il Pd lo appoggia insieme ad altre forze politiche, ma senza avere in alcun modo la golden share della coalizione.

E la crisi d’identità che attraversa la sinistra è visibile anche in altri contesti. Hanno scatenato le ire della base le parole del governatore pugliese, Michele Emiliano che, alcuni giorni fa, ha elogiato pubblicamente Matteo Salvini: «Salvini sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese, ed è uno sforzo che ha dei costi politici. Salvini è un politico che ha una sua onestà intellettuale». Sarcastiche le reazioni sui social. In tanti hanno tuonato contro Emiliano minacciando di non votare più il Pd qualora non avesse rettificato quella frase. Neppure il predecessore alla guida della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha apprezzato, anzi: «Emiliano ci ha abituati alle sue peregrinazioni in territori lontani e nemici dei nostri valori e della nostra storia». Il senatore dem, Dario Stefano, su Twitter, rincara la dose: «Il presidente Emiliano pian piano sta delineando la sua visione politica. Prima il sostegno al sindaco di CasaPound, ieri gli elogi a Matteo Salvini. In Puglia l'alleanza si sta allargando?». 

Ciliegina sulla torta: la sistematica tendenza dello stesso Letta e di molti suoi fedelissimi ad accodarsi alle frasi di Giuseppe Conte e ad appiattirsi sulle tesi grilline, ad esempio sul reddito di cittadinanza. Un partito senz’anima, che rinnega se stesso e svende simboli, bandiere e ideali in nome del potere a qualunque costo. Così appare oggi il Pd, al governo da sempre, anche quando perde le elezioni.

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