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Giudici cattolici nella Consulta, c'è un problema

Da quanto riportato da alcuni organi di informazione, la sentenza della Corte Costituzionale che ha legittimato il suicidio assistito, sarebbe stata decisa all'unanimità. Compresi, quindi, i giudici cattolici, che non possono essere considerati al di sopra dell'etica naturale e dell'etica cattolica. Sarebbe il caso che i vescovi chiarissero che certi giudizi riguardano anche i giudici, non solo i politici.

La Corte Costituzionale

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera e da altre fonti di informazione la recente sentenza della Corte Costituzionale a proposito della liceità in alcuni casi dell’aiuto al suicidio sarebbe stata adottata all’unanimità. Siccome è noto che nella Corte siedono giudici che si sono sempre detti cattolici, un problema si pone. Ed è doppio: da una parte c’è la questione dei vincoli etici che devono valere anche per un giudice cattolico come per ogni fedele, e dall’altro c’è che tali vincoli etici vengono spesso ricordati dai vertici ecclesiastici ai politici - in modo particolare ai parlamentari cattolici - ma meno spesso, anzi quasi mai, ai giudici. La Corte costituzionale non può essere sottratta alla regola aurea “non fare il male, scegli il bene” che impegna ogni uomo e in particolare ogni fedele in Cristo.

In occasione della discussione parlamentare di proposte di legge sovversive rispetto all’ordine naturale, come per esempio il suicidio assistito e l’eutanasia di cui dovrà occuparsi nell’immediato il Parlamento, le indicazioni dei pastori ai parlamentari cattolici di solito non si fanno mancare. Nei giorni scorsi il cardinale Bassetti ha implicitamente negato la possibilità che un parlamentare cattolico voti a favore di una legge che ammetta l’assistenza al suicidio e l’eutanasia. (Semmai bisogna notare che, una volta avvenuto il voto, non si esprima nessuna valutazione negativa per i parlamentari dichiaratamente cattolici che non hanno rispettato le indicazioni del magistero, cosa che ormai capita sistematicamente). Non ho memoria, invece, di richiami di questo genere rivolti ai giudici, e meno che meno a giudici che siedono sugli scranni più alti del sistema giudiziario italiano, quelli della Corte Costituzionale. Da tempo la Chiesa italiana dimostra nei confronti della Costituzione e della Corte un ossequio pressoché assoluto e un “patriottismo costituzionale” eccessivo. Non dovrebbero avere timore – i vescovi – di guardare anche al Palazzo della Consulta e non solo a Montecitorio.

Se fosse confermato che i giudici della Corte hanno votato quella sentenza all’unanimità, compresi quindi i giudici cattolici, si aprirebbe un profilo molto grave. Significherebbe che il “teorema D’Agostino” o  “Scaraffia”, che abbiamo illustrato (leggi qui), sarebbe condiviso anche dai “giudici delle leggi” cattolici ed anche la presenza cattolica ai vertici del sistema sarebbe poco cattolica. Il “modello D’Agostino” dice che lo sviluppo della tecnologia medica è così avanzato da creare situazioni completamente nuove rispetto al passato, tali da non permettere più di considerare reato l’aiuto al suicidio.

Le nuove tecnologie, in alcuni casi, farebbero perdere i confini tra sostegni vitali e cure, con la possibilità di sospendere i primi, equiparati alle seconde. Quindi l’unica cosa da fare sarebbe mettere dei paletti, per poter così bilanciare “nuovi diritti”, emersi a seguito dello sviluppo della tecnologia medica, e il diritto alla vita. L’etica, quindi, come bilanciamento di beni. La qual cosa è in assoluto contrasto sia con l’etica naturale che con l’etica cattolica, come ha ricordato, oltre naturalmente alla Veritatis splendor, Benedetto XVI nelle sue Note dell’aprile scorso sulla Chiesa e gli abusi sessuali.

Da molto tempo stiamo assistendo ad un protagonismo ideologico dei giudici a tutti i livelli. A cominciare dal caso Englaro è stato tutto un crescendo di “sentenze creative” con le quali i giudici si sono sostituiti sia ai politici che ai parlamentari. Proprio questo sta facendo anche la Corte costituzionale, compresa la sentenza di cui stiamo parlando, che è una invasione nel campo legislativo.  Per ampliare poi il discorso al piano politico, l’inchiesta relativa al giudice Palamara ha messo recentemente in luce i legami tra nomine di giudici da parte del Consiglio superiore della magistratura e il mondo politico del progressismo post-etico e dei nuovi diritti. Il potere giudiziario ha dimostrato di essere un vero “potere”, non nel senso istituzionale del termine, ma nel senso della forza politica. L’offensiva dei giudici in campi di frontiera come la vita e la famiglia dà l’idea di essere pianificata e la sostituzione del giudiziario al legislativo programmata.

Il 4 ottobre 1991, i vescovi italiani, tramite la loro Commissione Giustizia e Pace, avevano emanato il documento “Educare alla legalità”. Questa Nota pastorale cadeva in un momento di decomposizione del sistema politico italiano, alla vigilia della cosiddetta operazione “mani pulite”, iniziata formalmente l’anno successivo. Il testo si occupava della criminalità, chiedeva meno leggi e più legge, trattava dell’obiezione di coscienza, ne faceva un problema di formazione, e poi lanciava un appello … a chi? Ai cristiani impegnati in politica. Non ai giudici.

Oggi i principali problemi della giustizia nell’ambito della vita, del matrimonio e della procreazione nascono dai giudici. Sarebbe certamente utile un nuovo documento come quello del 1991, ma di documenti si è anche un po’ stanchi. Basterebbe dire con chiarezza che nemmeno un giudice della Corte Costituzionale è esente dagli obblighi morali nei confronti di quelle azioni che non possono mai diventare buone perché intrinsecamente cattive: “Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno” (Veritatis eplendor, 96).