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Covid a Wuhan da ottobre 2019, l'ipotesi taciuta

E se il Covid-19 stesse circolando nella Cina centrale già dall'ottobre 2019? È solo un'ipotesi, ma la squadra di esperti inviata dall'Oms a Wuhan, luogo di origine della pandemia, sta pensandoci anche se non ha ancora prove sufficienti a dimostrarla. La Cina fa di tutto per negarlo. E in un anno potrebbe aver celato tutte le prove utili. 

Peter Ben Embarek, a capo della squadra di ispettori dell'Oms

L’Oms sta ispezionando Wuhan, la più probabile origine della pandemia di Covid-19, dove tutto è partito. E sta iniziando a formulare delle ipotesi scomode anche per il regime cinese, nonostante l’ispezione sia partita con un ritardo esagerato e i cinesi guidino letteralmente per mano la squadra di esperti internazionali, suggerendo loro tesi e conclusioni conformi alla linea di Pechino.

L’ipotesi dell’Oms invisa alla Cina è che i primi casi di Covid-19 risalgano all’ottobre 2019, nella Cina centrale, se non proprio a Wuhan. Secondo la tesi ufficiale di Pechino, invece, il primo caso di Covid-19 registrato a Wuhan risale alla prima settimana di dicembre 2019. Perché è importante questo scarto di 2 mesi? Perché in altri Paesi, fra cui l’Italia, si può retrospettivamente identificare un inizio di diffusione del Covid anche a novembre. A Milano, ad esempio, è stato scoperto un residuo di virus in un bambino di 4 anni, curato per problemi respiratori e vomito il 21 novembre 2019. La Cina si fa forte di queste scoperte per attribuire l’origine del virus ad altri Paesi. Secondo il regime comunista, insomma, i cinesi sarebbero vittime di un contagio importato dall’estero e le responsabilità per silenzi e ritardi nel contenimento dell’epidemia andrebbero attribuite all’Italia o agli Stati Uniti, o a Paesi vicini nel Sudest asiatico.

L’ipotesi dell’inizio dell’epidemia a ottobre 2019 deriva dai dati raccolti dall’Oms su 92 pazienti in 233 ospedali della Cina centrale che presentavano, allora, sintomi analoghi a quello che poi si sarebbe chiamato Covid-19. Tuttavia non è stato possibile dimostrare che fosse veramente quello il virus, perché è passato molto tempo, un terzo dei pazienti è morto o non si è sottoposto al test sierologico e nel sangue dei circa sessanta rimasti non sono stati trovati gli anticorpi. Ma a distanza di più di un anno è anche difficile che se ne trovino. L’Oms sta dunque sollecitando le autorità sanitarie cinesi a esaminare molti più campioni di sangue raccolti allora e conservati nelle banche del sangue. L’autorizzazione non è ancora stata concessa, ma anche in questo caso sarebbe comunque difficile trovare la “pistola fumante”, considerando sempre il fattore tempo e anche il fatto che una buona percentuale del sangue conservato è quello di bambini, meno affetti.

Il problema vero, dunque, è che le autorità cinesi hanno preso tutto il tempo che volevano o prima di dare all’Oms luce verde per la prima ispezione. Dopo un anno di rinvii e rifiuti, è difficile pensar che sia rimasta qualche “pistola fumante” che dimostri una tesi in grado di ribaltare la versione ufficiale di Pechino. Se veramente il regime comunista avesse avuto interesse ad ospitare esperti internazionali ad indagare sull’origine del virus, quanto meno l’estate scorsa non avrebbe imposto le sanzioni all’Australia, colpevole solo di aver chiesto un’indagine internazionale indipendente.

Anche le modalità dell’ispezione non fanno ben sperare. Ai 17 esperti dell’agenzia Onu si affiancano altri 17 scienziati cinesi, guidati dal dottor Liang Wannian. Quest’ultimo, nella prima conferenza stampa congiunta con il capo delegazione dell’Oms, Peter Ben Embarek, ha tratto le solite conclusioni di Pechino: una fuga dal laboratorio è da considerarsi “altamente improbabile”, mentre viene considerata “possibile” la trasmissione del virus da prodotti surgelati (leggasi: viene dall’estero), la tesi più corroborata è quella della trasmissione da animale a uomo tramite una specie intermedia (pangolino?).

Eppure: la trasmissione tramite prodotti surgelati è una tesi diffusa solo nell’ambiente scientifico cinese. “Sappiamo che il virus può sopravvivere nei cibi surgelati, ma al momento non sappiamo ancora se da questi cibi può trasmettersi all’uomo. A questo proposito servono maggiori ricerche”, ha spiegato Embarek, che tuttavia non l’ha esclusa. La reazione nel mondo accademico non cinese, specialmente negli Usa, non si è fatta attendere: “Io non darei credito, soprattutto in questo stadio, alla versione cinese su quanta responsabilità vorrebbe attribuire al resto del mondo – ha commentato al Wall Street Journal Lawrence Gostin, docente di Diritto della salute globale alla Georgetown University – L’Oms si era messa su quella strada in passato e non dovrebbe rimettercisi di nuovo. Si deve anche ricordare che (l’ispezione, ndr) viene condotta più di un anno dopo. E’ come andare sulla scena del delitto un anno dopo, quando è stato tutto ripulito. E’ un caso veramente difficile da risolvere”.

Quanto alla tesi più piccante, quella della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan, anche qui il passare di così tanto tempo non è indifferente. L’ipotesi è stata quasi completamente scartata dall’Oms (resta solo come possibilità teorica) perché i laboratori visitati rispettano alti standard di sicurezza (Bsl-4) e incidenti sono considerati “molto rari”. Ma in un anno può essere cambiato tutto. E potrebbe anche esserci un piccolo conflitto di interessi: Peter Daszak, membro della squadra di esperti dell’Oms collabora da tempo con l’Istituto di Virologia di Wuhan e in particolar modo con la dottoressa Shi Zhengli, la maggior studiosa dei coronavirus dei pipistrelli.