• BARCELLONA

Catalogna accogliente, una politica suicida

Barcellona, con il suo sindaco Ada Colau, si distingue ancora come "città dell'accoglienza", stavolta degli emigranti dalla Libia che non approdano più in Italia. La politica catalana dell'accoglienza incontrollata, però, negli anni porta jihadismo e criminalità. E causa una perdita di identità.

Manifestazione pro-immigrazione a Barcellona

A inizio luglio succedeva che una nave con 60 immigrati salvati al largo delle coste della Libia, arrivava a Barcellona dopo essere stata respinta dall'Italia e da Malta. Quando dopo giorni la nave ha attraccato sulle coste spagnole, il sindaco Ada Colau ha deciso di rilasciare poche battute alla stampa, ma abbastanza esplicative: "ho realizzato il mio sogno di fare di Barcellona una città dei rifugiati", e un po' di musica celebrativa in sottofondo e dietro uno striscione recante la scritta "Barcellona, approdo sicuro", hanno fatto della Colau la paladina dell'immigrazione, l'unica capace di combattere "la politica della morte e la crudeltà degli stati europei che rifiutano di accettare i migranti". 

Dati delle Nazioni Unite rivelano che giugno 2018, per la Spagna, è stato il mese da record per l' "immigrazione da regolarizzare". Almeno 7142 immigrati sono arrivati sulle coste spagnole, più del doppio degli arrivi in Italia - 3101 - e tre volte quelli sbarcati in Grecia - 2157. Solo un anno fa in Spagna, durante lo stesso mese, ne sono arrivati 2682. Era del resto inizio luglio quando la Commissione europea annunciava 25,6 milioni di euro (30 milioni di dollari) di aiuti alla Spagna per l'immigrazione. Una cifra, che, sommandosi al resto degli aiuti al Paese dal 2014, raggiunge oggi la quota di 692 milioni di euro elargiti per la gestione dei flussi migratori.

Le coste spagnole sono state prese letteralmente d'assalto, ultimamente, il che ha costretto una importante mobilitazione dei soccorsi mai, prima di allora, così impegnati. Basti pensare che solo nei primi sei mesi del 2018 sono stati salvati 13394 immigrati africani nello stretto di Gibilterra e nella parte più occidentale del Mediterraneo, nota come il Mare di Alboràn. Tra il 6 e il 10 luglio, in soli cinque giorni, sono stati prelevati dal mare 975 immigrati, poi trasferiti nei centri di accoglienza del sud della Spagna. 

Sono proprio il sud della Spagna e la Catalogna, da tempo, le zone del Paese maggiormente coinvolte nella gestione dei flussi migratori. Del resto si sa che la Catalogna, nell'odio contro Madrid - incarnatosi nel famoso adagio "il tuo nemico è mio amico" -, ha deciso di attuare una politica folle sull'immigrazione, che ha proiettato il Paese, ma soprattutto la regione, in uno stato di ‘jihad continua’. 

La storia recente racconta di una Catalogna che già negli anni ’80 inseguiva l’immigrazione di massa dai paesi musulmani al punto da indurre gli Usa a proporre l’istituzione di un centro di intelligence presso il Consolato degli Stati Uniti a Barcellona per contrastare la crescente minaccia. E’ un rapporto diplomatico diffuso dall’ambasciata di Madrid, e datato 2 ottobre 2007, a descrivere nei dettagli il legame tra immigrazione di massa in Catalogna e l’ascesa dell’islamismo radicale nella regione. 

"Non c’è dubbio che la regione autonoma della Catalogna sia diventata una base fondamentale per le attività terroristiche: le autorità spagnole dicono che temono la minaccia di queste comunità di immigrati inclini al radicalismo. […] Trafficanti di droga, riciclaggio di denaro e tratta di prostitute gravitano nella regione. La minaccia in Catalogna è chiara. Barcellona è diventata un crocevia di attività preoccupanti, un punto d’incontro naturale e punto di transito di persone e merci che si spostano verso e attraverso la regione da tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo occidentale", si leggeva nel rapporto pubblicato dieci anni fa. 

E allora non ha fatto troppo scalpore la storia dell' immigrato marocchino, salvato dallo Stretto di Gibilterra a inizio luglio, poi individuato dalla polizia di Algeciras nella lista dei più ricercati della Spagna. Un sondaggio Sigma Dos pubblicato dal quotidiano El Mundo, a metà luglio, ha rilevato che il 40% degli spagnoli ritiene che la migrazione di massa sia "un serio problema" per il Paese, ma notano che le autorità di competenza non intendeno fermarlo. Un altro 37% ha dichiarato che la migrazione di massa è "un problema, ma non grave". E il medesimo sondaggio ha poi rilevato che il 66% degli spagnoli si è detto contrario all'approccio italiano all'immigrazione di massa. E poco male se, il giorno dopo la pubblicazione del sondaggio, la polizia è stata costretta a chiudere il valico di frontiera Farhana a Melilla dopo che un marocchino con un coltello ha attaccato una guardia di frontiera spagnola che gli aveva negato l'accesso al territorio spagnolo. Un rappresentante per l'Unione Federale di Polizia (UFP) di Melilla, Antonio García, ha dichiarato alla stampa che aggressioni di questo tipo sono "una costante" ai valichi di frontiera.

E se il clima in fatto di sicurezza è teso e le autorità ormai non sanno più che pesci prendere, è vero anche che l'immigrazione sta cambiando radicalmente usi, costumi e tradizioni di una Spagna dall'identità, un tempo, mai cangiante. E' così che il ministro dell'Istruzione ha reso obbligatori i corsi su "valori civici ed etici", un modo come un altro per parlare di tolleranza e discriminazione. Una misura che non ha fatto contento il mondo dei professori e dei genitori, e che è stata giudicata come un tentativo da parte dello stato di usurpare l'autorità dei genitori sull'educazione morale dei loro figli. Ma non è tutto qui. E' arrivata, poco dopo, anche la proposta di inserire l'islam nei programmi scolastici, le associazioni dei genitori sono andate su tutte le furie. "Ci sentiamo traditi dalla scuola pubblica e non capiamo come il Ministero della Pubblica Istruzione possa favorire l'insegnamento della religione islamica, una religione che denigra le donne e le relega ad uno status di inferiorità". 

Restando ancora nell'ambito scolastico, il 18 luglio entrava, invece, in vigore una nuova legge che impone alle scuole pubbliche spagnole di offrire corsi di arabo e lezioni di cultura e storia marocchine. Si sa che per riformare e rieducare un paese bisogna partire dalle scuole, ma in Spagna stanno andando oltre: è il profilo delle città a cambiare sempre più velocemente. Nella città andalusa di Lucena, per esempio, è stato approvato all'unanimità un progetto per costruire un cimitero musulmano visto che gli islamici, come in un po' tutta Europa, si stanno rifiutando di essere seppelliti insieme ai "non-musulmani". Il progetto costerà ai contribuenti locali € 120.000 ($ 140.000) e la comunità islamica locale ci ha tenuto a far sapere che la decisione finalmente "soddisfa le nostre richieste di vecchia data" e "rispetta i nostri diritti costituzionali". 

A Barcellona invece i soldi dei contribuenti sono stati spesi per celebrare il Ramadan, mentre il Natale è sempre di più una festa da trasformare. Relegato a "solstizio d'inverno", è stato celebrato nel modo più laico possibile. Due pesi e due misure, insomma, quelli adottati dalla Colau che ha inviato membri del suo governo all'inaugurazione di un centro di preghiera islamico nel distretto di Sants, ma si è rifiutata di partecipare alla tradizionale messa cattolica in occasione de La Mercè, la più grande festa di Barcellona in onore della Madonna della Mercede.

Nella Spagna multiculturale ci sono credi che meritano più rispetto di altri. E mentre il governo si sta impegnando per offrire assistenza sanitaria gratuita agli immigrati, l'esperto di terrorismo Fernando Reinares ha stimato che il numero di islamisti in Spagna supera i 5.000. La maggior parte di questi sono musulmani che sono nati o cresciuti in Spagna, "Non stiamo più parlando di un jihadismo associato agli stranieri e proveniente dall'estero", sostiene Reinares. "Ma di un jihadismo strettamente correlato a individui nati o cresciuti in Spagna: in tutta l'Europa occidentale, anche in Spagna, il jihadismo è un fenomeno associato alla cosiddetta seconda generazione, individui nati o cresciuti in Europa, e che sono discendenti di immigrati provenienti da paesi a maggioranza musulmana".

A fine luglio la polizia rivelava che la cellula islamista che ha effettuato gli attacchi a Barcellona il 17 agosto 2017, aveva inizialmente programmato di attaccare la cattedrale della Sagrada Familia, una delle principali attrazioni turistiche della città, e lo stadio del Camp Nou durante una partita del Real Madrid. La polizia ha aggiunto che se l'attentato previsto per il 20 agosto fosse stato eseguito, sarebbe stato il più letale nella storia europea moderna. Il piano è saltato per loro stessa inettitudine: gli esplosivi da utilizzare nell'attacco sono deflagrati accidentalmente nella casa in cui ordivano il piano il 16 agosto, spingendo la cellula a ridimensionare i progetti.

Nonostante tutto questo, però, il ministro degli esteri Josep Borrell, qualche giorno fa, ha affermato che l'Europa ha bisogno di una migrazione di massa per compensare i bassi tassi di natalità: "L'evoluzione demografica in Europa mostra che se non vogliamo diventare un continente di persone anziane, abbiamo bisogno di nuova linfa, e non sembra che questa nuova linfa verrà dalla nostra capacità di procreare". Quindi meglio l'immigrazione che le politiche sulla natalità, e allora occorre farli sentire quanto meglio a proprio agio. E da questo punto di vista, in po' tutta Europa, si stanno comportando alla grande.