• HONG KONG

Cardinale Zen condannato, una vergogna per la Santa Sede

La prima condanna inflitta al cardinale Zen dal tribunale di Hong Kong è lieve ma con un grande significato politico e religioso. E a breve ci sarà un secondo processo per "cospirazione" che metterà ancora più in imbarazzo una Santa Sede che continua a mantenere un ingiustificabile silenzio per salvare l'Accordo con Pechino.
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Il cardinale Zen arriva in tribunale

Come previsto il cardinale Joseph Zen, insieme ad altri cinque imputati, è stato condannato dal tribunale di Hong Kong al pagamento di una sanzione per non aver registrato in modo corretto un fondo umanitario che ha assistito i protagonisti delle manifestazioni pro-democrazia del 2019. La pena è, tutto sommato lieve, 4mila dollari di Hong Kong (poco meno di 500 euro), quando il massimo della pena sarebbe stato quattro volte più salato, ma ha ovviamente un forte significato simbolico.

Ed è solo l’antipasto, perché il cardinale Zen dovrà a breve affrontare un processo ben più pesante, quello di “collusione” con forze straniere, sempre relativo al sostegno delle manifestazioni pro-democrazia, che la contestata Legge sulla sicurezza del 2020 considera reato molto grave. Anche qui, sebbene sarebbe assai improbabile la carcerazione del cardinale Zen data la sua età avanzata (quasi 91 anni), una eventuale condanna avrebbe comunque un significato politico e religioso enorme.

La vicenda è nota: il cardinale Zen, insieme agli altri imputati, aveva creato nel giugno 2019 il Fondo Umanitario 612 per fornire assistenza economica, psicologica, sanitaria alle persone arrestate o ferite durante le manifestazioni pro-democrazia. Le autorità di Hong Kong, con la Legge sulla sicurezza, hanno giudicato questo Fondo a carattere politico e non umanitario, contestando quindi la modalità di registrazione.  

Il processo e la condanna del cardinale Zen sarebbe già un gesto grave in tempi normali, ma il fatto che a fare da contorno ci sia l’accordo segreto tra Cina e Santa Sede per la nomina dei vescovi, rinnovato appena un mese fa, rende tutta la vicenda uno scandalo enorme. Anzitutto per la Chiesa, che appare sottomessa al regime cinese, Chiesa che è disposta a barattare la propria libertà con il classico piatto di lenticchie di promesse nomine di vescovi, peraltro con il contagocce e fedeli al Partito comunista cinese. E infatti anche davanti a un clamoroso quanto iniquo processo a un cardinale, la Segreteria di Stato vaticana continua a mantenere un ingiustificabile silenzio. Oltretutto dando ragione a chi ritiene che a Roma non siano così tanto dispiaciuti visto che il cardinale Zen – molto critico sull’Accordo Cina-Santa Sede – è personaggio indigesto tanto a Pechino quanto in Vaticano.

Del resto, l’aumento della persecuzione contro i cattolici in Cina non frena in alcun modo il processo di apertura della Santa Sede a Pechino (apertura che appare evidente sia in una sola direzione) ed è difficile dare credito alla Segreteria di Stato vaticana quando continua a sostenere che si tratti soltanto di un accordo religioso: «Siamo stati rassicurati, e rassicurati, e rassicurati che il dialogo tra Vaticano e Cina riguarda solo questioni di tipo religioso, non politico», ha detto nei giorni scorsi alla Bussola il ministro degli Esteri taiwanese Jaushie Joseph Wu.

Ma malgrado la buona volontà di Taipei - con cui la Santa Sede mantiene le relazioni diplomatiche - che vuole collaborare con il Vaticano per favorire la libertà religiosa in Cina, appare abbastanza chiaro che il tema della libertà religiosa è passato in secondo piano a Roma, ed è inevitabile che l’accordo con Pechino abbia immediate ripercussioni politiche. Anche se in luglio la Santa Sede ha nominato un nuovo incaricato d’affari ad interim a Taipei (dal 1972 non risiede più un nunzio nell’isola) nella persona di monsignor Stefano Mazzotti, la mossa è stata controbilanciata dal rafforzamento della “missione di studio” a Hong Kong, che è diventata il vero punto di osservazione e consulenza sulla Cina.
E altri segnali hanno mostrato la progressiva presa di distanza della Santa Sede da Taiwan, come ha documentato Marinellys Tremamunno sulla Bussola, compresa l’imbarazzata e imbarazzante presenza di monsignor Paul Richard Gallagher (numero 2 della Segreteria di Stato) alla celebrazione a Roma per gli 80 anni delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Cina (Taiwan).

Tutti segnali inviati a Pechino per dimostrare che la Santa Sede è pronta a trasferire la sua rappresentanza diplomatica non appena il regime comunista lo desideri. E forse in Vaticano si spera che il silenzio a cui è costretto il cardinale Zen faciliti l’operazione. Probabilmente l’inciampo di questa prima condanna, lieve nella sanzione, può essere superato senza troppi danni, visto che le voci di protesta nella Chiesa non sono troppo alte; ma una nuova, prevedibile, condanna per “cospirazione” con forze straniere sarebbe ben più difficile da spiegare al mondo cattolico, per quanto addormentato esso sia.

Il cardinale Zen è una figura limpida, un pastore che non ha un approccio politico, ma si è sempre battuto per la libertà della Chiesa e in soccorso ai cattolici perseguitati; un pastore che sta dando la vita per la Chiesa cinese come tanti suoi santi predecessori in Cina. Farlo passare per un vecchio rompiscatole, che non capisce le esigenze dei cattolici cinesi, è solo l’ultima ignominia di una Cupola vaticana di cui, forse non a caso, sta emergendo tutto il marcio in un processo intentato all’interno dello stesso Vaticano.

 

 

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