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Avvenire appoggia la transessualità dei minori. Nel solco della Cei

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Il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, in linea con i vertici della stessa Cei, pubblica un nuovo articolo a favore della transessualità, addirittura dei minori. La tattica è sempre quella della fenomenologia etica: ciò che succede è buono. Ignorati gli argomenti contrari: gli studi scientifici, i principi morali, la Bibbia e il Magistero.

Vita e bioetica 14_01_2026

Ci risiamo. Avvenire scrive nuovamente a favore della transessualità, addirittura della transessualità dei minori. Lo fa affidandosi come di consueto alla penna di Luciano Moia, da anni assegnato d’ufficio alle questioni arcobaleno.

Nell’articolo Come si cresce un figlio che non riesce a riconoscersi nel proprio corpo, Avvenire racconta due casi di minori con disturbi nello spettro dell’identità psicologica sessuale, che il giornale chiama “identità di genere”, espressione che è di carattere ideologico. In un caso la minore ha deciso di non “cambiare” sesso. Moia usa il termine “desistenza” per indicare tale scelta, quasi ad alludere ad una resa dal sapore negativo di fronte al richiamo naturale a vivere secondo il proprio sesso biologico. Un deporre le armi obtorto collo nei confronti del nemico natura. Il secondo caso riguarda un ragazzo che poi è diventato all’anagrafe Chanel, ma che Avvenire indica sempre al femminile quasi che la sua condizione attuale sia quella autentica. La narrazione di questo caso è descrittiva, senza aggiunte, che sarebbero doverose, di rilievi critici. Chanel «ha imboccato serenamente la strada dell’affermazione di genere e ora è una adolescente che vive con maggior serenità la propria».

L’articolo è un compendio del manuale del bravo rivoluzionario in casa cattolica. Infatti in esso sono presenti alcune strategie comunicative abbastanza diffuse in certi ambienti di casa nostra per inoculare il virus dell’omo e transeresia nel cattolico medio. In primo luogo non si citano mai gli argomenti contra. Tali argomenti sono di tre tipologie. La prima: gli studi scientifici che si oppongono alla transessualità (clicca qui e qui). C’è da dire che alcuni studi nel pezzo di Avvenire vengono citati, ma sembrano quasi essere validi solo per chi decide di non voler “cambiare” sesso. Seconda tipologia: i principi di carattere etico che provano che il tentativo di “cambiare” sesso è contrario alla morale naturale (clicca qui). Terza tipologia: la Bibbia e il Magistero che condannano tale scelta e che pongono chi è a favore della transessualità fuori dalla dottrina cattolica (clicca qui). In breve, chi sostiene la bontà del “cambio” di sesso non può dirsi cattolico. La strategia è furba e iniqua: non si illustrano le obiezioni che il lettore non conosce e così si ha più agio nel perorare la propria tesi.

Eliminati i principi morali, i riferimenti scritturistici, il Magistero e pure la scienza, non rimane che, per sostenere la validità morale della transessualità, l’esperienza concreta. Si chiama fenomenologia etica: il reale in quanto reale si autogiustifica eticamente. Tutto quello che succede, per il fatto stesso che succede, è buono. «È con questo atteggiamento, lontano dalle contrapposizioni ideologiche e attento alla concretezza delle vite…». Questa frase di Moia è in tal senso illuminante: non vi sono principi morali che possano regolare le singole circostanze di vita, ma ogni circostanza ha valore morale a sé. Scriveva il Nostro in un precedente articolo sempre sulla transessualità: «questioni che […] sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze». Dunque, ciò che non è prassi, fenomeno, concretezza è astrazione, ideologia. Conta solo il particolare esistenziale: l’esperienza a posteriori vince sulla norma che è sempre un a priori. Non c’è un fatto che possa trovare soluzione alla luce di valori previ, ma esiste solo il fatto stesso che si autoassolve o si autocondanna.

Secondo tale visione, sono i casi concreti che ci indicano il bene e il male. Bene equivarrà all’utile, al piacere e dunque, tornando al nostro caso, alla soddisfazione di aver intrapreso un certo percorso. Il giudizio etico in definitiva è demandato alla percezione del singolo. Solo chi abita il fatto è giudice del fatto stesso. Gli altri sono incompetenti proprio perché estranei a quell’esperienza particolare: «Ascoltando le due mamme, con il rispetto necessario per ogni situazione familiare segnata dalla complessità, è facile convincersi che esiste un limite oltre il quale chi guarda dall’esterno non ha il diritto di andare», scrive Moia, che così conclude: «Non si tratta di stabilire chi ha vinto e chi perso [tra le due scelte]. Non siamo a una gara sportiva. E neppure decidere chi ha fatto bene e chi ha fatto male». Non c’è sospensione di giudizio morale per mancanza di informazioni fattuali, ma divieto di giudizio morale, giudizio demandato solo ai diretti interessati. Ecco allora che bisogna tuffarsi nell’infinita varietà delle biografie di questi ragazzi per discernere caso per caso, alla luce dei percepiti soggettivi, se la scelta è stata eticamente valida o no.

E dunque, sempre secondo Avvenire, «la questione dell’identità di genere […] non consente semplificazioni. È un terreno complesso». Parimenti, sulla vicenda della ragazzina tredicenne a cui il tribunale di La Spezia ha dato il benestare per “cambiare” sesso non possiamo appellarci a principi morali né tantomeno alla Rivelazione e al Magistero, ma la “verità” etica è nascosta nelle pieghe della vicenda stessa. Chi riuscirà ad analizzare con pazienza questo articolato vissuto potrà alla fine arrivare ad una sicura determinazione morale: «Nessuno di noi ha letto i referti degli specialisti – una documentazione amplissima – che hanno convinto i giudici a fare quella scelta», commenta Moia.

Ma proseguiamo. Oltre alla comodità di non citare i giudizi contrari – Magistero compreso – oltre alla fenomenologia etica che tappa la bocca a chi non è coinvolto direttamente nel vissuto di questi ragazzi, un’altra tattica è quella dell’etica pietista: chi soffre ha sempre ragione. L’immediato corollario è il seguente: chi contesta chi soffre non solo ha torto, ma è senza cuore. Cioè, se tu sei contrario alla transessualità hai un cuore di pietra perché non conosci la sofferenza patita da questi ragazzi e dalle loro famiglie. Così Avvenire: «Nessuno ha assistito al lungo e certamente tormentato percorso di due genitori. […] L’altra [ragazza], dopo verifiche e interrogativi la cui drammaticità è impossibile da sintetizzare in poche righe […]; [il percorso] non ha risparmiato a Chanel momenti amari, sia nel rapporto con i compagni di scuola, sia con la comunità parrocchiale della diocesi di Padova dove la famiglia vive. A parole tanti attestati di vicinanza e di solidarietà, nella realtà una presa di distanza che di fatto ha spesso confinato la famiglia in una condizione di solitudine. [Occorre andare] oltre le polemiche. Perché chi ancora vorrebbe ridurre le questioni di genere a una lotta tra fazioni – pro o contro il mondo trans – mostra di non comprendere il dramma vissuto da questi ragazzi, da queste ragazze, e dalle loro famiglie. Ascoltiamoli prima di giudicare».

Facciamo il caso di un ragazzino che per drammi familiari, per ambiente sociale degradato dove è cresciuto soffrendo molto si sia dato al furto. La sofferenza del ragazzo, assai comprensibile, dovrebbe giustificare il furto? Dovrebbe trattenerci dal giudicare il furto come atto malvagio? No, di certo. L’amore per il prossimo, che secondo Moia manca a chi critica la transessualità, non esclude da una parte vicinanza a chi soffre e su altro versante chiarezza nell’indicare a chi soffre il motivo per cui soffre e quindi la via di uscita per non soffrire più: via di uscita che non è mai confermare la persona sofferente nella sua scelta di “cambiare” sesso, perché, come gli studi attestano, questa scelta non farà altro che peggiorare la sua situazione. La realtà sessuata non è mai sbagliata, semmai è la mente che può errare.

Ultima considerazione. Avvenire è quotidiano della Conferenza episcopale italiana e questo articolo rispecchia fedelmente il suo orientamento in tema, così come ha ricordato lo stesso Moia citando uno stralcio del documento finale dell’assemblea sinodale della Chiesa italiana: «Le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana». Come avevamo già appuntato a suo tempo, la Cei chiede non solo vicinanza alle persone omosessuali e transessuali, ma di riconoscere come valido il loro orientamento. Dunque, è inutile chiedere al capo di riprendere un suo dipendente, dato che questi non ha fatto altro che obbedire ai suoi ordini.



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