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Attacco a New York, il terrore diventa quotidiano

Un altro tentativo di attentato nel centro di Manhattan, cuore di New York. Un uomo originario del Bangladesh rischia di morire saltando con la propria bomba, alla stazione dei bus più affollata del mondo. Dice di agire per conto dello Stato Islamico. E' il 101mo attentato negli Usa dal 2001. Il rischio è quello dell'assuefazione.

New York, polizia sulla scena dell'attentato

Alle 7,30 del mattino (le 13,30 in Italia), nella affollatissima stazione dei bus di Port Authority, New York, è esplosa una bomba artigianale. Tantissima paura, cinque feriti. Fra questi, il più grave di tutti è un uomo, un ventisettenne originario del Bangladesh, attualmente in arresto. Il bilancio poteva essere molto peggiore. Port Authority, dove arrivano e partono bus per tutte le destinazioni della costa orientale statunitensi, è anche a due passi da Times Square, una delle prime mete turistiche del mondo. Ogni giorno vi transitano 230mila persone. L’ora del fallito attentato era proprio quella di punta.

L’attentato è fallito perché la bomba è scoppiata prematuramente, in modo accidentale, ferendo grevemente il possibile attentatore. Secondo una prima ricostruzione della polizia, l’uomo teneva nascosto nei vestiti un tubo di esplosivo. Quando si trovava nella galleria di collegamento fra la stazione dei bus e la fermata della metropolitana di Times Square, l’ordigno è esploso ferendo gravemente chi lo trasportava e più leggermente altre quattro persone. Fortunatamente per tutti, la potenza della bomba non era tale da risultare letale, nemmeno per chi l’ha subita sul proprio corpo. Soccorso, trasportato in ospedale d’urgenza, arrestato e interrogato, l’uomo risulta essere Akayed Ullah, originario del Bangladesh, e avrebbe agito nel nome dello Stato Islamico. Vive negli Usa da sette anni, residente a Brooklyn (New York), dunque agiva letteralmente in casa. Ha detto di aver costruito la bomba artigianale nell’azienda elettrica per cui lavora. Secondo le prime indagini avrebbe agito da solo. Anche se, nel pomeriggio, un secondo uomo, un presunto complice, è stato arrestato. Dopo che sono stati compiuti tutti gli accertamenti del caso, scartata ogni altra ragionevole ipotesi, la polizia e le autorità (il sindaco De Blasio e il governatore Cuomo) hanno dichiarato che il gesto di Ullah è stato un attacco terroristico. “I terroristi non vinceranno”, è stato il discorso di rito di De Blasio.

L’attentato di ieri è la conferma che gli attacchi a New York, più ancora che nel resto degli Stati Uniti, si stanno intensificando a ritmo crescente. Dall’inizio dell’anno, questo è il secondo attacco nella metropoli della “grande mela”. Il 31 ottobre un altro immigrato, Sayfullo Saipov, di origine uzbeca quella volta, ha usato un furgone noleggiato per travolgere e uccidere otto persone su una pista ciclabile sul lungo fiume dell’Hudson, non lontano dal World Trade Center. L’attacco di ieri è avvenuto quando il terrore per l’attacco precedente. Nel settembre del 2016, un altro terrorista di origine afgana aveva cercato di ripetere la strage della Maratona di Boston, piazzando pentole a pressione piene di esplosivo lungo il percorso della maratona dei Marine, al confine fra New York e lo stato del New Jersey. Era stato ferito e arrestato prima che potesse far vittime. Nell’ottobre del 2014, un convertito all’islam che successivamente si era radicalizzato, aveva aggredito a colpi d’ascia agenti della polizia, in una fermata della metropolitana. L’attacco più grave, fortunatamente sventato, fu quello del maggio 2010, quando un’autobomba venne scoperta e neutralizzata in Times Square.

Se si misura la frequenza degli attentati di matrice islamica in tutti gli Stati Uniti, il quadro è ancora più preoccupante. Dal 2001 (l’anno delle Torri Gemelle) ad oggi, si contano infatti ben 101. Nella stragrande maggioranza dei casi sono stati sventati o sono falliti (come nel caso dell’attacco di ieri), ma sono comunque attacchi terroristici pianificati per uccidere americani sul suolo statunitense. E vanno tenuti in conto. Perché siamo soliti pensare che, dopo l’11 settembre, gli Usa si siano resi invulnerabili al terrorismo. Oppure che, soprattutto dopo il crescendo di attacchi in Europa, abbiano trovato il modo di stornare sul Vecchio Continente l’offensiva jihadista. Non è così. Gli Usa continuano ad essere un bersaglio privilegiato per le reti del terrorismo islamico.

La continua tentazione degli analisti è quella di legare gli attentati a eventi politici ritenuti anti-islamici. Le azioni dei jihadisti sono dunque lette come risposte ad altrettante offese subite dal mondo arabo e musulmano in generale. Il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte del presidente Trump, sarà dunque letta come “causa” di quest’ultimo attacco. Ma le date dei tentativi di attentati dimostrano che questi non sono legati ad alcun episodio politico. Sono infatti continui, ma registrano un incremento dopo i primi anni di relativa quiete seguiti all’11 settembre. Contrariamente ad altri luoghi comuni, il terrorismo ha ricominciato a colpire più frequentemente proprio sotto l’amministrazione Obama, quella considerata più vicina, moralmente e culturalmente, al mondo arabo e islamico.

La reazione di George W. Bush all’11 settembre fu quella di promulgare leggi speciali (Patriot Act) e di aprire centri di detenzione extra-territoriali per interrogare i sospetti jihadisti. Tuttora questa politica è vissuta come una vergogna nazionale. La reazione di Trump, che pure è considerato “islamofobo” è finora molto più blanda: visto sospeso, neppure negato del tutto, a chi proviene da paesi a rischio terrorismo, musulmani e non. Il cosiddetto “muslim ban” che la magistratura ha bloccato ripetutamente fino alla sentenza della Corte Suprema della settimana scorsa. E il rischio è proprio questo: l’assuefazione alla minaccia del terrorismo. Se il “muslim ban” suscita infinitamente più scandalo del terrorismo che si propone di combattere, vuol dire che qualcosa si è incrinato anche nella cultura politica americana.

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