• SINODO/L'INTERVISTA

Woodall: «Eco-peccati? Attenzione, qui si rischia l'idolatria»

«Ogni peccato è contro Dio e, in questo caso, è contro la natura umana, contro il prossimo. La natura sub-umana si ripercuote sulla natura umana. Negare, sminuire o offuscare la vera differenza tra l’essere umano e ogni altro elemento della creazione non è solo un grosso errore, ma è anche una violazione della fede». Il moralista George Woodall spiega alla Nuova BQ che i cosiddetti "peccati ecologici" «devono essere intesi in modo giusto». Ecco quale. 
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Nel corso dei briefing del Sinodo sull’Amazzonia di questi giorni, alcuni interventi hanno chiesto di porre maggiore attenzione ai cosiddetti “peccati ecologici”. Abbiamo domandato a don George J. Woodall, Ordinario di Teologia Morale al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, qualche delucidazione in merito.

Professor Woodall, tradizionalmente i peccati vengono distinti in peccati contro Dio, la prima tavola del Decalogo, e peccati contro il prossimo, la seconda tavola del Decalogo. Ironicamente: i “peccati ecologici” sono una terza tavola della legge?
Le due tavole del Decalogo, precetti di amore che ci dicono come vivere l’Alleanza con Dio, rimangono quelle e sono sufficienti. Il settimo ed il decimo precetto aveva in origine il significato di non sequestrare le persone, ma presto divenne un problema di beni terreni, perché chi non ha da vivere rischia di morire, o di vivere al di sotto di un livello degno, a causa della trascuratezza e dell’egoismo degli altri. Ho fatto questa precisazione per dire che i due comandamenti che riguardano “le cose”, devono sempre essere considerati in relazione al prossimo e sono lo specchio del nostro amore verso Dio. Mi pare che i cosiddetti “peccati ecologici” devono essere intesi in modo giusto: se noi sfruttiamo i beni della terra, sprecando le risorse destinate per il bene di tutti, allora facciamo un torto al prossimo, sia per quanto riguarda il presente che il futuro: è il concetto di “giustizia intergenerazionale”, presente nella Caritas in Veritate.

Da quanto lei dice, emerge un primo aspetto: il discorso ecologico lo si comprende eticamente solo se centrato sull’uomo. Nel Messaggio della Giornata mondiale per la Pace del 2010, Benedetto XVI metteva in evidenza il rischio di fraintendimento di un ecologismo che elimina la differenza tra l’uomo e la natura. Intendere il peccato ecologico come un peccato contro la natura e non contro il prossimo, non comporta proprio questo rischio?
Ogni peccato è primariamente contro Dio e, in questo caso, è contro la natura umana, contro il prossimo. La natura sub-umana si ripercuote sulla natura umana. Negare, sminuire o offuscare la vera differenza tra l’essere umano e ogni altro elemento della creazione non è solo un grosso errore, ma è anche una violazione della fede. La Bibbia è chiarissima su questa distinzione. Anche San Tommaso si chiede se sia lecito uccidere qualsiasi essere vivente e risponde chiaramente che il mondo sub-umano è dato all’uomo per i suoi bisogni; non deve sfruttarlo irresponsabilmente, non deve essere crudele verso gli animali, ma può servirsene. Negare questo è una violazione della fede.

Il discorso sull’ecologia all’interno della Dottrina sociale della Chiesa inevitabilmente deve fare i conti con una mentalità che considera l’uomo come frutto del caso o di un determinismo evolutivo. Non si rischia di creare un cortocircuito quando, per custodire il creato, si avallano posizioni di personaggi e movimenti che partono da presupposti di questo tipo?
Questo è un grosso rischio, a diversi livelli. Diversi filosofi sostengono la pretesa che l’essere umano non sia altro che un animale così come attribuiscono il concetto di persona agli animali, attribuendo loro dei diritti. Dall’altra parte sostengono la liceità dell’eliminazione dell’essere umano, tramite, per esempio, l’aborto. Non stiamo parlando di un pensiero marginale, ma di una posizione ormai sempre più diffusa, esplicita ed influente. Gli animali non hanno diritti, bisogna dirlo chiaramente. E nel contempo si deve affermare che noi abbiamo delle responsabilità verso gli animali, perché parte della creazione di Dio. Gli animali, per esempio, sono esseri senzienti, che sentono piacere e dolore; riconoscendo questa loro natura, data dal Creatore, non ci è consentito essere crudeli o sfruttarli in modo insensato. Possiamo invece servircene nella misura del  necessario.

C’è anche l’altro problema, messo in evidenza da Caritas in Veritate, il panteismo.
Esatto. Il creato non è sacro, se non nel senso di una realtà creata da Dio. Noi non possiamo adorare ciò che non è Dio, non possiamo pregare qualcosa che non è Dio. Questo è l’idolatria. Nella lettera ai Romani, Paolo afferma di essere stato “prescelto per annunziare il vangelo di Dio, […] riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore”. E denuncia coloro che “si dichiaravano sapienti”, ma sono invece stolti, perché “hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili”. E poi ai Corinzi dice che se la nostra fede riguarda solo questo mondo, allora la nostra predicazione è senza valore e siamo degli ingannatori. Non dobbiamo cadere né nell’idolatria, fosse anche velatamente, né nel sincretismo, che sono errori gravissimi. Altro discorso è rispettare quanti non sono ancora cristiani, dialogando con loro, ma in base a ciò che è vero, non a ciò che è falso.

Esiste la tentazione di sostituire l’evangelizzazione con un’azione per corrispondere ai bisogni intramondani dell’uomo.
Non sono un esperto, però mi pare che in qualche parte del mondo l’orizzontalismo abbia preso il sopravvento rispetto alla dimensione trascendente. E non mi sorprende che in queste zone vengano a mancare le vocazioni sacerdotali, mentre invece alcune sette pentecostaliste riescono a realizzare alcuni progressi. Se non si parla della vita dello spirito, della trascendenza di Dio, delle realtà escatologiche, perché rinunciare ad una vita “normale” per vivere il sacerdozio?

Qualche giorno fa, l’Huffington Post ha pubblicato alcune annotazioni che Benedetto XVI aveva scritto in preparazione all’enciclica Caritas in Veritate, mettendo in evidenza che l’insegnamento della Chiesa sulla giustizia sociale “è etico (normativo)”. È chiaro che nella misura in cui la Dottrina sociale si pronuncia sul giusto (e quindi anche sull’ingiusto) rapporto dell’uomo con Dio e con il prossimo, essa risulta normativa. Però bisogna anche ricordare che lo stesso Benedetto XVI, sempre nel Messaggio per la Giornata per la Pace del 2010, aveva nel contempo chiesto di evitare “di entrare nel merito di specifiche soluzioni tecniche”.
La competenza del Magistero riguarda la fede, per scongiurare qualsiasi animismo, sincretismo e idolatria, e poi la sfera morale. Il criterio fondamentale, che Giovanni Paolo II aveva già messo in luce, soprattutto nella Centesimus Annus (1991), è che la prima responsabilità ecologica è quella che riguarda la vita umana e la famiglia. Benedetto XVI lo ha ribadito nella Caritas in Veritate. Mi dispiace molto che più recentemente si sia utilizzata l’espressione “sviluppo sostenibile” di Jeffrey Sachs, che sostiene un’ideologia neomalthusiana, secondo la quale occorre ridurre le nascite, anche con la contraccezione, perché il sovrappopolamento è la prima minaccia. La Chiesa deve aprire gli occhi e percepire queste minacce ideologiche, per non compromettere le proprie affermazioni.
Per quanto riguarda, l’uso della plastica, l’inquinamento degli oceani, etc., dobbiamo dire che ci sono delle minacce evidenti all’ambiente e quindi all’essere umano. La Chiesa ha in questo senso tutto il diritto di alzare la voce; ma le soluzioni tecniche non spettano al Magistero, anche se ci fosse un papa eminente scienziato. Altra è la norma morale positiva (prendersi cura dell’ambiente per il bene dell’uomo) e quella negativa (non sprecare le risorse, non inquinare), e altra la modalità concreta con cui questo deve avvenire, che dipende da concrete variabili tecniche, economiche, etc. Alla luce delle norme morali del Magistero, queste ultime spettano ai laici, secondo la loro vocazione, e le loro capacità e competenze specifiche.

È questione di prudenza, di sobrietà.
Certo. Il discorso è complesso. Per esempio, dei genitori che hanno risorse limitate, devono prima di tutto badare ai bisogni dei propri bambini e questo può significare dover acquistare prodotti che hanno un prezzo più contenuto ma non sempre sono “ecologici”. Occorre la prudenza, che valuta le circostanze concrete. Di certo, il Magistero non ha competenza scientifica e tecnologica; esso deve aiutarci a comprendere che siamo custodi del creato e darci indicazioni generali in questo senso.

A volte si ha l’impressione che il problema dello sfruttamento delle risorse, del rispetto della natura debba essere risolto con una “marcia indietro” o una frenata dello sviluppo.
Non dobbiamo fare una retromarcia, ma capire il concetto di sviluppo integrale, che Benedetto XVI ha approfondito e che papa Francesco ha ripreso. È nel Vaticano II che è stata messa a fuoco la distinzione tra ciò che un uomo ha e ciò che un uomo è: l’essere precede l’avere ed è gerarchicamente superiore all’avere. Di per sé, avere di più, pur essendo necessario per lo sviluppo integrale, non garantisce un autentico sviluppo umano.

Neanche avere di meno…
Neanche avere di meno. Il punto è lo sviluppo di tutte le dimensioni dell’essere umano, compresa quella spirituale, anzitutto all’interno della famiglia in cui le persone nascono e crescono.

La cultura è un elemento chiave per lo sviluppo umano. Quanto più la cultura dell’uomo avanza e si libera da deviazioni ed errori, tanto più il suo rapporto con l’economia e l’ambiente diventa sano.
Giovanni Paolo II ha fatto delle importanti differenze. C’è cultura e cultura; c’è la cultura della vita e la cultura della morte. Nelle diverse culture non tutto è buono; è assolutamente vero che bisogna vedere i pregi presenti nelle diverse culture, senza pregiudizi, però bisogna anche criticare quegli aspetti mancanti o peccaminosi, che esistono dappertutto.

È quanto la Chiesa ha sempre cercato di fare.
Evangelizzare la cultura significa purificarla. Giovanni Paolo II, nella Sollicitudo Rei Socialis, scrisse con chiarezza che la questione dello sviluppo è fondamentalmente culturale e morale. Per esempio, le persone analfabete sono sprovviste delle possibilità concrete per promuovere il proprio sviluppo e dipendono radicalmente dagli altri per ogni cosa. E qui c’è un rischio di sfruttamento. Ecco l’importanza dell’educazione, dell’accesso alla cultura, ma sempre tenendo presente il divario tra la cultura buona, valida, moralmente giusta e quella della morte e del peccato.

E qui si comprende ancora di più l’importanza dell’evangelizzazione, senza la quale mancano un “punto di osservazione” e i criteri per giudicare una cultura.
Esattamente. Questo è il perno di tutto il discorso. In tutte queste questioni il criterio del bene e del male è decisivo, e lo comprendiamo sempre più profondamente alla luce della Rivelazione. Lo sviluppo che ignora o scarta la dimensione trascendente dell’uomo è un falso sviluppo.

Chiaramente l’uomo ha bisogno dell’ambiente, però è anche vero che l’ambiente ha bisogno dell’uomo; la natura non è in sé perfetta.
Purtroppo c’è questa ideologia, ma è del tutto insensata. La natura in se stessa può essere terribile; quando gli scienziati danno il meglio di sé, si può arrivare ad un controllo della natura che permette di prevenire inondazioni, limitare i danni di un terremoto, impedire epidemie. Senza questa attività dell’uomo la natura può diventare matrigna e noi non avremmo la possibilità di tutelarci. Non esistono paradisi su questa terra, nemmeno paradisi ecologici.