Dopo il Venezuela, il Libano teme l'invasione da Israele
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Aria di guerra in Libano: il raid deciso da Trump in Venezuela distrae dal Medio Oriente, ma fino a un certo punto, perché il regime di Maduro era strettamente alleato di Hezbollah e Teheran. Contro Hezbollah, Israele può lanciare un nuovo attacco.
Nel corso del loro recente incontro a Mar a Lago, Benjamin Netanyahu e Donald Trump hanno parlato della possibilità di attaccare nuovamente l’Iran nel 2026, dopo la “guerra dei dodici giorni” del giugno scorso. Secondo fonti americane vicine alla Presidenza il Premier isrealiano spingerebbe per un secondo attacco, motivato dalla presunta ricostruzione iraniana dei siti nucleari distrutti a giugno, mentre per Trump la via negoziale non sarebbe ancora del tutto esclusa; secondo la fonte, in ogni caso nei colloqui non sarebbe stato definito nulla di concreto.
Donald Trump è poi tornato sull’argomento con un post sul social Truth: riferendosi alle proteste che stanno agitando l’Iran e che sono già costate la vita a dieci persone tra manifestanti e forze dell’ordine, il Presidente USA ha dichiarato che l’America "è carica e pronta a intervenire “in soccorso dei manifestanti pacifici” se il governo iraniano "com’è suo costume li ucciderà”. Secondo gli analisti la frase, al di là della retorica, conterrebbe un preciso messaggio politico e militare che potrebbe segnalare la determinazione di un attacco, stavolta giustificato vieppiù dal “salvataggio” dei manifestanti minacciati dai mullah.
Riguardo alla questione libanese, strettamente legata alla iraniana per via di Hezbollah - che Usa e Israele potrebbero voler eliminare definitivamente, assieme agli Houthi dello Yemen, prima di attaccare Teheran - Trump ha sottolineato che gli sforzi americani sono volti al disarmo della milizia sciita “che non si è comportata bene” e che gli Usa continuano a discutere della questione con il governo di Beirut. Il Presidente americano ha dichiarato che la presenza e le attività militari di Hezbollah “nuocciono alla stabilità della regione” in una situazione politica del Libano “sempre più fragile”, mentre Netanyahu ha messo sul piatto la necessità di un nuovo attacco aperto al Libano motivandolo con l'indisponibilità di Hezbollah a cedere le armi.
Il 2 gennaio, giorno del rientro di Netanyahu in patria dal suo viaggio negli Usa, numerosi raid israeliani hanno interessato il sud del Libano - nei distretti di Jezzine, Nabatiyeh e Saida - e la valle della Bekaa occidentale. Una seconda ondata di attacchi ha colpito nella stessa giornata Ansar, Tebna e Baissariye, sempre nel sud. Idf ha reso noto di aver colpito uomini e strutture di Hezbollah, che l’esercito libanese avrebbe dovuto disarmare entro la fine dell’anno - scadenza decisamente irrealistica - come da richieste israelo-americane.
È ormai chiaro, però, che lo Stato Ebraico non si accontenterà più dei raid aerei quotidiani sul Paese dei Cedri, né del già avvenuto allontanamento della milizia sciita dalla zona di confine a sud del fiume Litani, come da accordi del 27 novembre 2024; Israele mira piuttosto a cancellare tout court Hezbollah dall’intera regione mediorientale e per farlo ha necessità di muovere nuovamente guerra aperta al Libano. Nel pomeriggio del 2 gennaio i media israeliani hanno diffuso la notizia secondo cui a Mar a Lago Trump non si sarebbe opposto ad una nuova operazione militare israeliana in Libano, ma avrebbe domandato a Netanyahu di attendere la fine delle trattative americane col governo libanese. A quanto si apprende, il consiglio di sicurezza israeliano si riunirà giovedì prossimo per decidere un'eventuale operazione di terra.
Con il blitz in Venezuela del 3 gennaio gli Usa hanno apparentemente distolto l’attenzione dal medio oriente; in realtà la Repubblica Bolivariana intrattiene da tempo rapporti importanti con Teheran, sia a livello politico-ideologico che economico e commerciale, ed ospita da almeno vent’anni sul proprio territorio presenze, traffici ed attività finanziarie ascrivibili alla milizia sciita libanese.
Non è un caso che sia Teheran che Hezbollah abbiano immediatamente protestato contro l’attacco americano al Venezuela e la deportazione del Presidente Maduro negli Usa, sottolineando la “violazione della sovranità territoriale del Paese” compiuta dagli Stati Uniti in spregio al diritto internazionale.
Letto in quest’ottica, il raid su Caracas potrebbe far parte di una strategia atta a facilitare gli interventi in medio oriente. L’Iran è rimasto improvvisamente privo di un partner di peso, il principale in America Latina; e se gli Usa confermeranno l’intenzione di controllare direttamente il Venezuela c’è da credere che i traffici internazionali di Hezbollah nella Repubblica Bolivariana verranno immediatamente interrotti.


