• LETTURE PER L’ESTATE/4

Tutto chiede salvezza, per rialzarsi dagli abissi di dolore

Una settimana di Tso, una settimana in un reparto dove tutto viene trattato come malattia. Altri cinque pazzi con cui condividere le giornate, parlando del tempo e della bellezza, di Dio e della morte. Comprendendo che da un semplice gesto di umanità può riprendere a battere il cuore. Un tuffo nel romanzo “Tutto chiede salvezza”, di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega Giovani 2020.

Una settimana all’Inferno. Una settimana di discesa negli abissi del male, del dolore, della sofferenza di creature che sono troppo spesso, se non sempre, dimenticate e messe da parte, come fossero un fastidio indesiderato di una società che vorrebbe essere perfetta e presentare all’esterno solo quello che ritiene l’abito migliore da indossare. Una settimana di Tso (trattamento sanitario obbligatorio) del protagonista Daniele che è il narratore della storia.

In maniera curiosa dura una settimana anche il viaggio di Dante nei tre regni, dall’Inferno al Paradiso. L’esperienza di Daniele si presenta come una catabasi moderna, una discesa ai cerchi più profondi dell’Inferno, che sembra coinvolgere, però, solo persone più sfortunate di altre. Eppure, per usare le parole del Sommo Poeta, nella selva oscura anche Daniele troverà del bene, potrà vedere una luce e una via di salvezza. Quel reparto psichiatrico non sarà solo Inferno, ma anche Purgatorio e Paradiso, possibilità di riscatto e di redenzione.

Di fronte alle diverse umanità straziate e addolorate, Daniele prova ad immaginarsi il loro passato, «cosa lo abbia determinato, scatenato, quali le cause, i torti, le giustificazioni». Lì, nel reparto, tutto viene trattato come malattia, il desiderio di amare, di poter sperare, di essere felice («Pe’ lei fa tutto parte della malattia, tutto»).

Da un rapporto avvenuto nel reparto di psichiatria è nato un bambino. La notizia sconcerta Daniele e lo mette ulteriormente in crisi.

Un bambino concepito dentro un girone infernale, per usare le parole di Pino. […] Un figlio nato da madre instabile e padre suicida viaggia per il mondo. […] Un errore generato dalla pazzia, intollerabile. Vita che non merita di vivere. Perché da due malati altro non può nascere che male maggiore.

Proprio la nascita di un bambino nella struttura «dimostra all’umanità intera che dagli ultimi, i reietti, nascono miracoli».

Ricoverato nella struttura psichiatrica c’è un uomo che è chiuso totalmente nel suo mondo, magrissimo, quasi pelato. In nessun modo è in grado di rivelare la sua identità. Mai nessuno si reca nel centro e chiede di lui, per vederlo, avere notizie, sapere se stia meglio.

Perché nessuno viene a trovare Madonnina? Possibile che non ci sia sulla faccia della terra un uomo che si porti nelle vene il suo stesso sangue? Uno, uno solo che ne reclami il bene, e che gliene voglia dare, anche solo un’ora a settimana.

Che senso ha vivere, se nessuno si ricorda di te e sa che tu stai calpestando questa terra, preso dai tuoi dolori, consumato da tristezze che non trovano più nemmeno lo spazio di tradursi in lacrime? Un bambino gioca con piacere perché sa che qualcuno lo guarda e gli vuole bene, può fare i capricci, litigare, piangere, perché sa che la mamma lo abbraccerà e gli asciugherà le lacrime. Ma quando si cresce c’è ancora qualcuno che ci fa rialzare quando cadiamo, che conosce la nostra miseria e pochezza e ci vuole bene così come siamo? O c’è qualcuno che si preoccupa per la nostra malattia? Oppure persino il disagio psichico e la malattia fisica non sono altro che un caso clinico per lo stesso dottore che dovrebbe curarmi e desiderare la guarigione?

Il protagonista comprende che per entrambi i medici che l’hanno visitato lui non è nemmeno «un ragazzo degno di entrare nella […] memoria con nome e cognome, un viso»; è «un modesto meccanismo da rimettere in sesto, un meccanismo di fabbrica, di quelli commerciali, sfornati un poco storti dalla catena di produzione». Daniele non risulta nemmeno un caso clinico di interesse, degno di essere ascoltato con attenzione.

Da semplici gesti di umanità può riprendere a battere il cuore di questi ricoverati che non sono chiamati neanche per nome, ma che sono di solito catalogati, analizzati, classificati in un disturbo psichico che deve essere curato con medicine.

Daniele è ancora capace di gesti buoni: riesce a far sorgere un sorriso sul viso di Giorgio, quando gli tiene la mano; rimane come presenza di fronte a Mario che ha il coraggio di piangere davanti a lui per gli incubi che attanagliano la sua notte quando la paura di impazzire (peggio della pazzia stessa) cresce sempre più fino a tramutarsi in angoscia. Le circostanze porteranno, però, Daniele a dover prendere coscienza del grave male che ha compiuto alcuni anni prima di cui una paziente ricoverata nella struttura porta ancora i segni. Le nostre azioni, che ne siamo o no consapevoli, sono foriere di conseguenze che possono essere esiziali per altri: se un sorriso può risollevare la giornata triste di una persona, un atto compiuto con leggerezza può portare anche a danni perenni nella psiche dell’altro di cui noi potremmo anche non giungere mai a conoscenza. I nostri atti ci seguono, come recita un bellissimo libro di Paul Borges.

In quel luogo di sofferenza e di inconfessabili paure Daniele trova amici che non ha trovato altrove, persone a cui è possibile raccontare tutto il male e il dolore che lacerano il cuore. Il gigantesco Giorgio, il generoso Mario, Gianluca, Alessandro e Madonnina diventano suoi compagni di vita, anche se solo per una settimana. Scrive Daniele:

Sono i cinque pazzi con cui ho condiviso la stanza e questa settimana della mia vita. Con loro non ho avuto la possibilità di mentire, di recitare la parte del perfetto, mi hanno accolto per quello che sono, per la mia natura così simile alla loro. Con loro ho parlato di malattia, di Dio e di morte, del tempo e della bellezza, senza dovermi sentire giudicato, analizzato. Come mai avevo fatto prima. Quei cinque pazzi sono la cosa più simile all’amicizia che abbia mai incontrato, di più, sono fratelli offerti dalla vita, trovati sulla stessa barca, in mezzo alla medesima tempesta, tra pazzia e qualche altra cosa che un giorno saprò nominare. […] I miei fratelli.

Per tutta la settimana del Tso, per sette giorni intensi e condivisi come non mai, la tensione può tradursi in tragedia anche in momenti impensabili. Mentre Mario sta dando da mangiare ad un passerotto, casualmente cade dal balcone. La situazione è grave.

Giorgio chiede di pregare per lui: «Gesù, Giuseppe e Maria, aiutate Mario, nun fatelo mori’, fate la grazia a lui e a noi, che je volemo bene perché è bòno. Amen». Alla notizia del miglioramento di Mario vorrebbe recarsi a trovarlo, ma il permesso non viene concesso. Una reazione incontrollata (uno scatto d’ira spropositato e violento) porta Giorgio in un carcere psichiatrico. Mario è in terapia intensiva, finalmente fuori pericolo. Quel gruppo di cinque malati, che necessitano di cure, si disgrega.

La sensibilità di quel Daniele che racconta e si racconta, che sente in forma esasperata il passaggio della vita e delle persone, la fugacità del tempo e delle esperienze, una volta ancora sperimenta la fine. Eppure, tutto è occasione che può tradursi in scoperta. Scoperta e nuova consapevolezza. Scrive Daniele:

Oggi so che non sono io a vedere grandi le cose, ma sono loro ad esserlo, io mi limito a guardarle nella loro reale dimensione. E la dimensione reale delle cose è gigantesca. Ogni singola giornata è costellata di azioni, visioni, degne di un’epoca straordinaria. Ogni persona incontrata, ogni scorcio di realtà inedito.

Più tardi, questa consapevolezza diventerà opaca, passerà, «tornerà ad essere sintomo di un male ancora senza nome». Lui, Daniele, verrà trattato come tutti gli altri malati non come un uomo che merita di essere ascoltato, perché «i matti, i malati, vanno curati, mentre le parole, il dialogo, è merce riservata ai sani». Invece, la scienza spesso si abbruttisce, non si apre alla pietà, ma svuota l’uomo «sino a farlo diventare un ingranaggio di carne». La scienza vuol sentirsi padrona di tutte le risposte. «È questa la normalità? La salute mentale?».

Ciascuno di noi è nato per la felicità e per il compimento.

Tutto mi chiede salvezza. Per i vivi e per i morti, salvezza. Salvezza per Mario, Gianluca, Giorgio, Alessandro e Madonnina. Per i pazzi, di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia.

Siamo tutti alla ricerca e in attesa di un luogo in cui il desiderio di felicità e di salvezza di ciascuno si possa compiere. Di un luogo in cui il grido cosmico della sofferenza innocente, che così tanto ci ferisce e ci scandalizza, possa finalmente essere placato in un abbraccio amorevole che ci accolga così come siamo. Con le nostre debolezze e le nostre domande.