• REGNO UNITO

Tafida, 2 documenti gettano nuove ombre sui medici

I genitori della bambina inglese a cui il Royal London Hospital vuole staccare il supporto vitale, negando il trasferimento al Gaslini, pubblicano due documenti sui suoi primi giorni di ricovero. E denunciano il comportamento dei medici, che già il 14 febbraio indicavano Tafida come potenziale donatrice di organi, spingendo per l’interruzione delle cure.

I lettori ricorderanno la vicenda di Tafida Raqeeb, la bambina inglese di 5 anni che dopo un’emorragia cerebrale patita il 9 febbraio si trova in uno stato di semi-coscienza ed è attualmente in cura al Royal London Hospital, che vorrebbe staccarle il supporto vitale e nega ai genitori la libertà di trasferire la figlia al Gaslini di Genova, il noto ospedale pediatrico che si è già offerto di accogliere la piccola.

In questi giorni d’agosto stanno emergendo altri importanti particolari, che gettano nuove ombre sul comportamento tenuto dai medici del servizio sanitario britannico. Mentre si approssima l’udienza davanti all’Alta Corte prevista per settembre, i genitori della bambina - Mohammed e Shelina Begum, di origini bengalesi - hanno pubblicato sulla pagina Facebook «Save Tafida» due documenti riguardanti la storia medica della figlia nei primissimi giorni di ricovero. Fin da allora si erano avuti scontri di vedute tra la famiglia, decisa a fare il possibile per la sopravvivenza di Tafida, e lo staff medico, convinto (a torto) che la bambina fosse in una condizione di «morte cerebrale» e orientato a ottenerne la relativa diagnosi per poter così poi, legalmente, staccarle il ventilatore che la aiuta a vivere.

Il primo documento reso pubblico dai genitori porta la data del 14 febbraio e riguarda una comunicazione interna al personale sanitario, che coinvolge l’unità per la donazione degli organi. «Grazie per aver segnalato Tafida come potenziale donatrice di organi», si legge nel file, che continua così: «Noto la mancanza della passata storia medica della paziente e che la diagnosi è di emorragia intracerebrale [ICH]. Non sono note particolari controindicazioni alla donazione. Poiché la famiglia non sta al momento accettando il nostro distacco [del supporto vitale, ndr] e noi stiamo aspettando una risonanza magnetica [MRI] per un’ulteriore previsione, non ho ancora approcciato la famiglia per la donazione degli organi. Domani qualcuno del team contatterà l’unità per un aggiornamento, altrimenti per favore contattateci se il piano cambia». Secondo la famiglia, come scritto nel post che ha accompagnato il documento su Facebook, queste parole mostrano che «la morte della povera Tafida era già pianificata».

Il secondo documento svelato da Mohammed e Shelina riguarda un parere reso verosimilmente al King’s College Hospital (dove all’inizio era in cura Tafida) dal Great Ormond Street Hospital (Gosh, lo stesso ospedale responsabile dell’uccisione di Charlie Gard) mercoledì 13 febbraio. Vi si legge: «Abbiamo esaminato questo caso nella nostra riunione mattutina al Gosh. […] Noi non riteniamo che un ulteriore intervento neurochirurgico sia indicato in questa fase e siamo d’accordo con la vostra opinione che con questa lesione sia improbabile sopravvivere. Se lei non rientra nei criteri per la morte del tronco cerebrale, allora una risonanza magnetica può essere utile per la prognosi e per guidare l’ulteriore processo decisionale».

E così commenta la famiglia: «La povera Tafida non ha avuto una possibilità di recupero perché la fine della sua vita era tutta programmata. Notate la data dell’opinione del Gosh, prima del test sul tronco cerebrale [eseguito, nonostante il suo carattere invasivo e l’opposizione dei genitori, giovedì 14 febbraio, ndr]. Dice chiaramente che se lei non soddisfa i criteri per la morte del tronco encefalico, una risonanza magnetica può essere utile per convincere i genitori a dare il consenso affinché la sua vita finisca».

Intanto, questi due documenti, presi insieme, danno modo di ricordare la visione utilitaristica che sta dietro il paradigma della «morte cerebrale», ideato nel 1968, dopo il primo trapianto di cuore, per ottenere organi funzionanti da pazienti vivi, come la Nuova Bussola ha ricostruito in un’inchiesta sul tema (vedi qui, qui, qui e qui).

Come detto, inoltre, l’idea che Tafida fosse «cerebralmente morta» si è rivelata sbagliata e, anzi, la piccola, sebbene permanga in una condizione di grave disabilità, ha mostrato segni di recupero, riuscendo ad aprire gli occhi e a fare altri movimenti con la testa e gli arti. Ma ciononostante i medici del National Health Service hanno continuato a fare pressioni sulla famiglia per rimuovere il supporto vitale a Tafida, che è chiaramente una cura di base e che quindi moralmente non è lecito togliere, fin quando assolve la sua funzione propria, ossia quella di mantenere in vita il paziente.

Per Mohammed, consulente nel settore edilizio, e Shelina, avvocato, si prefigura dunque una battaglia legale in tutto simile a quella che hanno dovuto affrontare i genitori di Charlie Gard prima e Alfie Evans poi, con i rappresentanti dell’NHS ostinatamente determinati a far morire Tafida nel suo - dicono - «miglior interesse», che riduce la dignità infinita dell’essere umano, creato con un corpo e un’anima immortale, a quella di un oggetto qualsiasi che si può buttare via quando è poco ‘funzionante’.

La prima tappa, come accennato, sarà all’Alta Corte e il nome del giudice che la presiede, Alistair MacDonald, non lascia presagire nulla di buono, almeno stando a un precedente del 2018: è lo stesso giudice che ha dato l’autorizzazione a interrompere le cure del piccolo Isaiah Haastrup. I genitori di Tafida, nel frattempo, hanno avviato una raccolta fondi per sostenere le spese legali e i costi sanitari, compresi quelli di un eventuale trasferimento in Italia.