Iran, aumentano i rischi di coinvolgimento dell'Italia
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«L'Italia non è parte del conflitto e non intende diventare parte del conflitto», ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma l'invio di una fregata a Cipro e l'eventuale fornitura di missili da difesa aerea a Emirati o Qatar, aumenta il rischio di diventare bersaglio dell'Iran.
La guerra di USA e Israele contro l’Iran coinvolge indirettamente anche l’Italia e non solo per le gravi conseguenze energetiche del conflitto che ricadono sulla Penisola. Sul piano militare l’Italia si è infatti impegnata a fornire supporto a Cipro e alle monarchie arabe del Golfo Persico che ospitano basi americane bersagliate da droni e missili iraniani.
Tra le ipotesi in valutazione l’invio negli Emirati Arabi Uniti o in Qatar di una batteria di missili da difesa aerea SAMP/T con un centinaio di militari che dovrebbe però fare i conti con la penuria di missili Aster 30 disponibili (anche a causa delle ampie forniture di queste armi all’Ucraina) da affiancare a missili antiaerei a corto raggio Stinger (anch’essi forniti a Kiev) e a sistemi antidrone di disturbo elettronico.
Inoltre tale schieramento costituirebbe un bersaglio per droni e missili iraniani che hanno già distrutto radar e batterie antiaeree statunitensi e israeliane.
Dal Kuwait, dove nella base di Ali Salem bersagliata dalle armi iraniane perché ospita anche ingenti forze americane, l’Italia schiera 320 militari dell’Aeronautica con una coppia di velivoli da combattimento Typhoon nell’ambito delle operazioni a sostegno del governo iracheno contro lo Stato Islamico, continuano le operazioni di evacuazione del personale italiano ormai ridotto da 320 a poche decine di militari.
A Cipro invece l’Italia invierà una fregata della Marina: «Per garantire la sicurezza dei confini dell'Unione Europea abbiamo anche disposto il dispiegamento di una fregata italiana a Cipro, un atto che è di solidarietà europea, ma soprattutto di prevenzione». Così il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato con un videomessaggio sui social l’invio nelle acque cipriote della fregata lanciamissili Martinengo (FREMM) in seguito all'attacco israelo-statunitense contro l'Iran e agli attacchi iraniani contro le due basi britanniche presenti nell’isola situate in énclaves che sono a tutti gli effetti territorio britannico.
La Meloni ha precisato che «la nostra linea è molto chiara: l'Italia non è parte del conflitto e non intende diventare parte del conflitto. Noi lavoriamo, per quanto possibile, all'obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati».
Del resto i sondaggi mostrano una maggioranza netta dell’opinione pubblica contraria alla guerra Usa-Israele contro l'Iran e timori diffusi per un'escalation internazionale, con percentuali che arrivano fino al 70% (questo emerge in particolare da un sondaggio di Izi per La7). Per Alessandro Amadori, psicologo, docente di Comunicazione Politica all'Università Cattolica di Milano e direttore scientifico di Yoodata, «le paure principali riguardano l'allargamento del conflitto e le conseguenze economiche. In definitiva, le ricerche demoscopiche indicano che gli italiani sono preoccupati, temono un'escalation internazionale, non vogliono il coinvolgimento dell'Italia e chiedono al governo una linea prudente e diplomatica».
La fregata multimissione (FREMM) Martinengo, che ha spiccate capacità di difesa aerea, è salpata il 6 marzo da Taranto diretta a Cipro dove è arrivata ieri per unirsi a un gruppo navale composto da unità fornite anche da Spagna, Francia e Olanda a difesa del partner UE, anche se gli attacchi iraniani sono diretti in realtà contro le basi britanniche che Londra ha offerto agli Stati Uniti per “operazioni difensive” nell’ambito della guerra con l’Iran.
La base aerea di Akrotiri (che ospita un centro d’intelligence per l’intercettazione e l’ascolto delle comunicazioni in tutto il Medio Oriente gestito congiuntamente da britannici e statunitensi e dove sono schierati aerei da combattimento della RAF che hanno già intercettato droni iraniani sui cieli giordani), è già stata colpita almeno da un drone, lanciato dal vicino Libano, a quanto sembra dalle milizie filo-iraniane Hezbollah, mentre un altro drone è stato abbattuto e alcuni missili iraniani non avrebbero raggiunto l’obiettivo.
Londra, che inizialmente aveva negato agli Stati Uniti l’uso delle sue basi per le operazioni contro l’Iran, ha poi ceduto alle pressioni di Washington consentendo agli Stati Uniti di utilizzare le basi militari britanniche per «specifiche operazioni difensive» al fine di impedire il lancio di missili iraniani nella regione, come ha riferito il ministero della Difesa di Londra.
Operazioni definite “difensive” ma che in realtà riflettono una partecipazione diretta di Londra alla guerra, non per colpire il territorio iraniano ma per difendere le nazioni arabe e le basi britanniche a Cipro dalla risposta di Teheran all’aggressione subita. Non a caso Londra sta affrontando le crescenti richieste di chiusura delle basi ben espresse dalle proteste popolari cipriote contro le strutture considerate una minaccia per la loro sicurezza.
A minare la già debole credibilità di Londra contribuisce poi l’imbarazzante gaffe del vicepremier David Lammy che in un'intervista televisiva ha definito Cipro «membro della NATO». Lo stato insulare del Mediterraneo Orientale, peraltro ex possedimento britannico, pur facendo parte dell'Ue è uno stato neutrale e non ha mai aderito all'Alleanza Atlantica anche se il governo cipriota vedrebbe con favore tale adesione, respinta invece dalla Turchia che controlla la parte nord orientale dell’isola.
Lammy (già ministro degli Esteri) non ha escluso che Londra possa rivedere il rifiuto a partecipare direttamente ai raid: «È chiaro che, in risposta a un attacco, possiamo colpire i siti che lo hanno lanciato e rappresentano una minaccia». A tal proposito il ministero della Difesa del Regno Unito ha confermato che una delle due portaerei, la HMS Prince of Wales, è stata posta in stato di allerta avanzata, alimentando le speculazioni sul suo possibile dispiegamento in Medio Oriente.
Nel complesso quindi, in attesa di comprendere se gli Stati Uniti chiederanno a Roma di poter impiegare le loro basi nella Penisola per le operazioni contro l’Iran nonostante il gran numero di basi statunitensi situate a ridosso del Golfo, il rischio di coinvolgimento dell’Italia nel conflitto dipende dall’impiego della fregata inviata a Cipro.
Se dovesse difendere il territorio della Repubblica di Cipro (che in questo semestre detiene la presidenza di turno della UE) da droni o missili iraniani andati fuori rotta non vi sarebbero rischi ma se contribuisse a difendere le basi britanniche, a maggior ragione dopo l’impiego diretto di aerei della RAF contro i droni iraniani sui cieli giordani o eventualmente negli attacchi all’Iran, allora anche l’Italia potrebbe venire considerata ostile da Teheran.
Il 6 marzo Mohammad Reza Sabouri, ambasciatore iraniano a Roma, ha dichiarato che «la risposta dell'Iran al crimine di aggressione è un diritto pienamente legittimo sulla base dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che consente ai Paesi di difendersi in caso di attacco. Gli Stati Uniti stanno sfruttando alcuni Paesi europei, per ampliare il raggio di questo conflitto. Qualsiasi cooperazione o sostegno di terze parti agli attacchi sarà considerata come un atto di assistenza e ostilità e riceverà una risposta proporzionata», ha spiegato.
Di fatto quindi anche un eventuale invio di armi o militari italiani nelle nazioni arabe del Golfo esposte agli attacchi dell’Iran perché ospitano basi statunitensi aumenterebbe sensibilmente i rischi per l’Italia.
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