Impasse. Usa impantanati nel Golfo. L'Ue non esce dalla logica di guerra in Ucraina
Il negoziato con l'Iran non si sblocca. Usa e Israele non hanno raggiunto i loro obiettivi. Ad ogni tentativo di raggiungere un accordo, Trump rilancia condizioni sempre più inaccettabili per la controparte. Contemporaneamente anche l'Ue non riesce ad uscire dalla logica di guerra in Ucraina. Ad ogni tentativo di negoziato, ritira fuori la minaccia dei droni.
- Lo scempio del Libano di Elisa Gestri
Dallo Stretto di Hormuz ai fronti ucraini, Stati Uniti ed Europa sono all’impasse prigionieri dell’incapacità di accettare e gestire il fallimento delle loro iniziative politiche e militari e dell’esigenza esasperata di proteggere le posizioni (e le rendite di posizione) delle loro classi dirigenti.
Il negoziato con l’Iran non si sblocca e prima è chiaro a tutti, anche ai negoziatori pakistani, che appare insuperabile il limite posto da Donald Trump di imporre diktat all’Iran che non si sente e non è a tutti gli effetti unna nazione sconfitta. Nella Guerra dei 40 giorni sono Usa e Israele ad aver perso perché non hanno conseguito nessuno degli obiettivi che si erano posti circa il disarmo strategico di Teheran e la caduta del suo regime. Anzi, oggi la situazione è ancor più grave del 28 febbraio, quando prese il via l’attacco israelo-americano, poiché oggi l’Iran attua un controllo diretto dello Stretto di Hormuz e pretende di incassare le riparazioni di guerra che né Washington né Tel Aviv intendono pagare.
Ogni volta che un’intesa sembra vicina, Trump rilancia con richieste non accettabili e del tutto impraticabili, come l’adesione di tutti i paesi arabi più Iran, Turchia e Pakistan agli Accordi di Abramo che normalizzerebbero i rapporti con Israele. Anche sul piano militare come può essere presa in considerazione la buona fede di Washington se da un lato la bozza di accordo prevede la fine dell’invasione israeliana del Libano meridionale e dall’altro gli Usa hanno dato il via libera alle truppe di Netanyahu per colpire duramente persino la capitale Beirut?
La comunità internazionale e soprattutto l’economia globale quanto tempo potranno ancora tollerare che il super ego di Trump e il prestigio degli Stati Uniti tengano in ostaggio lo Stretto di Hormuz e gli interessi del mondo? La risposta a questa domanda indicherà la possibile durata di una crisi che minaccia di trasformarsi in un disastro politico e strategico senza precedenti per Trump e soprattutto per gli Stati Uniti.
Non va meglio all’Europa, oggi in ginocchio sul piano energetico in seguito alla combinazione tra rinuncia suicida all’economico e abbondante gas russo e il disastro combinato dalla guerra di Usa e Israele nel Golfo Persico, ma incapace di gestire un negoziato che permetta di ristabilire relazioni più distese con la Federazione Russa.
Ue e Nato stanno infatti usando l’arma propagandistica dei droni (russi e ucraini) per far fallire il dialogo con la Russia. Lo scorso anno la presunta minaccia mai dimostrata dei droni russi, segnalati in diverse nazioni del Nord Europa, ma mai né fotografati né abbattuti, ebbe l’obiettivo di indebolire i tentativi dell’Amministrazione Trump di trovare una soluzione negoziata alla guerra in Ucraina (che avrebbe comportato rinunce territoriali per Kiev) e indurre l’opinione pubblica europea a preoccuparsi seriamente della minaccia russa. Oggi invece i fautori europei della guerra ad oltranza fino all’ultimo ucraino utilizzano lo spauracchio dei droni per far fallire l’iniziativa varata un mese or sono dal presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, che ha aperto a inizio maggio a negoziati diretti con la Russia. Proposta che e Putin ha subito accolto indicando persino un negoziatore, l’ex cancelliere tedesco Schroeder che la Ue ha considerato troppo vicino a Mosca senza però aver ancora indicato nessuna altra figura idonea a questo incarico. L’immancabile Alto Commissario per la Politica Estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha liquidato la questione dichiarando che la Ue non può guidare negoziati con la Russia perché è schierata con l’Ucraina.
Eppure c’è differenza tra mediare la pace tra Mosca e Kiev e aprire un dialogo tra Ue e Russia per migliorare (e ci vorrebbe poco) le relazioni bilaterali e forse un giorno normalizzare le relazioni diplomatiche, energetiche e di sicurezza. Anche perché molti segnali indicano come la crisi economica ed energetica stia inducendo molte nazioni a tagliare spese militari e aiuti all’Ucraina. I droni si sono così rivelati ancora una volta un’arma decisiva, non per vincere la guerra ma per scongiurare la pace.
Il primo atto della nuova commedia è rappresentato dagli allarmismi e dalla immancabile solidarietà espressa dai vertici della Ue alle tre Repubbliche Baltiche (von der Leyen il commissario alla Difesa Kubilius sono persino andati in Lituania a incontrare i tre capi di governo baltici) contro le “minacce ibride russe” rappresentate da una fitta presenza di droni sul loro spazio aereo….che però sono ucraini. Kiev si è persino scusata attribuendo la colpa alle contromisure elettroniche russe che li devierebbero sui cieli baltici. Per Mosca invece, i baltici ospitano basi segrete ucraine da cui decollano i droni che attaccano obiettivi nella regione baltica di San Pietroburgo.
Il secondo atto vede sfruttare a fini allarmistici la caduta di un drone russo Geran-2 su un edificio residenziale a Galati, in Romania, a due passi dal confine ucraino, dove ha ferito lievemente due civili. Nonostante le accuse a Mosca di voler colpire nazioni Nato e provocare un’escalation, giunte da tutta Europa e pure dal governo italiano, al netto della propaganda dei contendenti, quello di Galati è un classico incidente provocato da uno sconfinamento accidentale dovuto alla difesa aerea, a un guasto del velivolo o a errore di programmazione della rotta. Proprio le autorità rumene hanno fornito versioni più tranquillizzanti che escluderebbero la “provocazione” russa.
Il ministero della Difesa rumena ha reso noto che “nella notte tra il 28 e il 29 maggio, la Federazione russa ha ripreso i suoi attacchi con droni contro obiettivi civili e infrastrutture in Ucraina, vicino al confine fluviale con la Romania. Uno di questi droni è penetrato nello spazio aereo romeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati, poi si è schiantato sul tetto di un edificio residenziale, provocando un incendio al momento dell’impatto”. Il capo di Stato Maggiore della difesa rumena, il generale Gheorghiță Vlad, ha sottolineato che la Romania non era il bersaglio previsto dell’attacco.
Il presidente romeno Nicușor Dan ha definito «l'incidente del drone russo a Galati - come - il più grave sul suolo romeno dall'inizio dell'aggressione su larga scala della Russia contro l'Ucraina». Secondo il presidente, «Mosca dimostra un totale disprezzo per il diritto internazionale e per le vite dei civile innocenti e tutto ciò deve finire attraverso un dialogo costruttivo per una pace giusta e duratura in Ucraina». In conferenza stampa il presidente ha però attribuito l'incidente al fuoco della difesa aerea ucraina che ha aperto il fuoco contro uno stormo di droni russi. «Si trattava di un gruppo di 43 droni, che sono arrivati da est, hanno attraversato il territorio ucraino a una distanza di 20-30 chilometri dal Danubio, da est a ovest. Parte di essi è stata abbattuta sul territorio ucraino, e uno di loro è stato probabilmente abbattuto sopra la città di Reni, con la conseguente possibile modifica della sua traiettoria di volo verso Galati». Le due città distano in linea d’aria meno di 20 chilometri.
Ci sono quindi tutti gli elementi per considerare lo sconfinamento del Geran-2 russo del tutto accidentale, simile a tanti incidenti simili che hanno coinvolto i territori di confine polacchi, moldavi, rumeni e baltici vedendo come protagonisti ordigni russi e ucraini. Del resto se Putin avesse voluto lanciare un segnale inequivocabile di escalation contro la Romania o un altro stato membro di Ue e Nato, avrebbe probabilmente utilizzato un missile ipersonico, non intercettabile, facendolo esplodere ben all’interno del territorio rumeno, in modo da non lasciare spazio a dubbi circa la volontarietà di quell’atto.
Anche alla luce di questa valutazione, a mettere le carte in tavola circa il motivo del polverone sollevato intorno al drone di Galati, ha provveduto il ministro degli Esteri estone, Margus Tsahkna, che in un’intervista al Corriere della Sera sostiene che Putin «vuole metterci alla prova, sta cercando di dividerci. Dobbiamo essere uniti e fare in modo che nessuno faccia pressione sull'Ucraina affinché interrompa i raid nel territorio russo».
Insomma, la ricetta dei baltici resta sempre la stessa: nessun dialogo e avanti col supporto militare a Kiev. Del resto pochi giorni fa il ministro degli Esteri lituano ha chiesto alla Nato di annientare Kaliningrad, regione russa situata tra Polonia e Lituania. Operazione a cui Mosca potrebbe rispondere col ricorso alle armi nucleari. La russofobia dei baltici non sorprende, ma stupisce che l’intera Europa sembri pronta a farsi trascinare in guerra dai partner più piccoli di Nato e Ue.
Resta poi la considerazione che non tutti i droni sono uguali. Se la vicenda del drone russo sulla Romania pare quindi ingigantita, come del resto la segnalazione di droni (anch’essi russi?) nei pressi dell’aeroporto tedesco di Monaco, del tutto ignorato è stato l’attacco, potenzialmente ben più pericoloso, di un drone ucraino contro la centrale atomica di Energodar, nella regione di Zaporizhzhia e controllata dai russi dalle prime fasi del conflitto.
Il drone ucraino ha colpito l'edificio che ospita una turbina della centrale nucleare esplodendo senza provocare vittime o danni critici in quello che l’amministratore delegato di Rosatom, l'agenzia russa per l'energia nucleare, Aleksei Likhachev, ha denunciato come "il primo attacco deliberato" con droni sull'impianto atomico.
Un evento che in Europa non è stato quasi per nulla coperto dai media né commentato dalla politica. Anche per l’Europa, come per gli Usa, occorre chiedersi per quanto tempo l’approccio suicida alla guerra verrà tollerato dall’economia e dall’opinione pubblica tenuto conto dello stato di profonda crisi di molti governi europei proprio a causa della guerra, delle politiche di riarmo e del costoso supporto all’Ucraina.

