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Debito Paesi poveri, la Santa Sede mette i puntini sulle i

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Il debito estero sta schiacciando un numero crescente di Paesi nel Sud del mondo, ma una responsabilità importante ricade anche sulle mancanze dei governi dei Paesi debitori. Gli importanti rilievi dell'Osservatore permanente della Santa Sede all'Onu.

Editoriali 09_03_2026

Si sta svolgendo a Ginevra, dal 23 febbraio al 31 marzo, la 61esima sessione ordinaria del Consiglio Onu dei diritti Umani. I rapporti esaminati e in discussione sono 84, presentati da gruppi di lavoro e da relatori speciali, ovvero esperti nominati dal Consiglio per monitorare e riferire sulla situazione di singoli Paesi e su questioni specifiche relative ai diritti umani.  

Il 4 marzo, in tema di assistenza e cooperazione internazionale, è stato presentato il rapporto di Attiya Waris, docente kenyana di diritto e politica fiscale ed esperto indipendente Onu, sugli effetti del debito estero e di altri impegni finanziari internazionali sul pieno godimento dei diritti umani, in particolare dei diritti economici, sociali e culturali. Il suo rapporto si interrogava su come il principio di cooperazione e assistenza possa essere applicato in materia di debito per assistere gli stati in difficoltà in un’epoca in cui si profilano delle inadempienze sul debito.

Il giorno successivo, a questo proposito, è intervenuto sull’argomento monsignor Ettore Balestrero, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu (nella foto). «In troppe nazioni – ha esordito – in particolare nel Sud del mondo, il servizio del debito consuma risorse che dovrebbero alimentare il bene comune: fondi urgentemente necessari per beni di prima necessità come cibo, acqua potabile, salute, alloggio e protezione sociale. Quando il peso del debito diventa schiacciante, gli Stati si trovano di fronte a scelte impossibili: rimborsare i creditori o adempiere agli obblighi fondamentali nei confronti dei propri cittadini. Questo non è solo un dilemma economico; è una profonda crisi morale e dei diritti umani. Un debito eccessivo dirotta lo spazio fiscale, impone misure di austerità regressive e perpetua cicli di povertà e disuguaglianza, ostacolando direttamente la progressiva realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali».

Questo è drammaticamente vero per un numero crescente di Paesi, in particolare in Africa. Le Nazioni Unite stimano che 24 dei 35 Paesi africani a basso reddito siano a elevato rischio di default. Tre lo hanno già dichiarato: per primo lo Zambia, alla fine del 2020, seguito dal Ghana nel 2022 e dall’Etiopia alla fine del 2023. Altri Stati, tra cui il Kenya e la Nigeria, hanno evitato di dichiarare default solo ricorrendo a nuovi, onerosi prestiti e ottenendo di rinegoziare più e più volte i debiti contratti con i maggiori istituti di credito internazionali. Quest’anno, a fine febbraio, il ministro delle finanze del Malawi, Joseph Mwanamvekha, nel suo discorso annuale sul bilancio, ha rivelato che il debito pubblico del Paese ha raggiunto livelli insostenibili, superiori al 90% del Prodotto interno lordo, che questo costituisce una grave minaccia alla stabilità economica e che quindi spera di poter concordare con il Fondo monetario internazionale un programma di sostegno a breve e medio termine.

Per una volta, invece di incolpare dell’indebitamento insostenibile enti di credito internazionali e Paesi stranieri, come quasi sempre si fa in contesti internazionali e specialmente alle Nazioni Unite, l’osservatore della Santa Sede si è rivolto ai governi dei Paesi indebitati.

«I Paesi debitori – ha detto – dovrebbero impegnarsi ad adottare un sistema fiscale che aderisca ai principi di buona governance, trasparenza, rendicontazione e responsabilità. La finanza pubblica dovrebbe basarsi su un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Quando la tassazione e la spesa pubblica sono percepite come eque e orientate al bene comune, si promuove la coesione sociale e l'adempimento volontario, ampliando così la capacità dello Stato di mobilitare risorse».

Ma in Africa non è quasi mai così. Nel giugno del 2024 in Kenya, ad esempio, la legge finanziaria che introduceva nuove tasse per stabilizzare l'economia ed evitare un ulteriore indebitamento e in Nigeria, con lo stesso scopo, la rimozione dei sussidi statali sul carburante e su altri prodotti di base, hanno scatenato la rabbia popolare. I giovani della generazione Z hanno organizzato proteste in entrambi i Paesi giustamente incentrate sulla denuncia della corruzione come causa del debito insostenibile, dell’aumento, anch’esso insostenibile, del costo della vita e dei tagli alla spesa pubblica a scapito dei servizi di base.
Il presidente del Kenya, Williamo Ruto, invano aveva provato a spiegare che per ogni dollaro ricavato dalle imposte 61 centesimi servono a pagare i debiti esteri contratti. Lo scorso ottobre in Madagascar le proteste della generazione Z contro il governo hanno dato all’esercito il pretesto per prendere il potere con un colpo di stato.   

«Inoltre – ha concluso monsignor Balestrero, richiamando quindi anche i creditori al dovere morale di tutelare i diritti umani – quando sorgono conflitti, gli obblighi in materia di diritti umani devono avere la precedenza sul rimborso del debito. I creditori bilaterali, multilaterali e privati ​​devono garantire che le pratiche di prestito rispettino la dignità umana e non aggravino povertà e difficoltà». A maggior ragione occorre, ha detto, denunciare «i debiti illeciti, la concorrenza fiscale e i prestiti predatori che erodono il contratto sociale e ostacolano la capacità degli Stati di adempiere agli obblighi fondamentali».

L’augurio con cui monsignor Balestrero ha infine terminato il suo intervento è che, come ha raccomandato Papa Leone XIV, sia fatto «ogni sforzo per superare le disuguaglianze globali [...] che stanno scavando profonde divisioni tra continenti, Paesi e persino all'interno delle singole società».