Sovversione compiuta, Avvenire attesta il trapasso della morale
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Evitare toni divisivi sui temi etici e costruire «spazi di libertà per la coscienza», naturalmente lasciando da parte la dottrina: una trasformazione in atto da tempo che oggi è dichiarata apertamente sul quotidiano dei vescovi dai vertici dell'Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale. Persino i comandamenti risultano troppo ideologici e oltranzisti.
Il 25 agosto il quotidiano Avvenire ha pubblicato una intervista di Luciano Moia ai nuovi presidente e vicepresidente dell’Atism, l’Associazione Teologica Italiana per lo Studio della Morale, padre Martin M. Lintner e Gaia De Vecchi. Le parole dei due intervistati hanno sancito in modo molto chiaro la trasfigurazione compiuta della teologia morale cattolica da ieri, e ancor di più dall’altro ieri, fino ad oggi.
Si tratta di un cambiamento radicale del quale risulta impossibile riconoscere qualche forma di continuità tra il prima e il poi. Intendiamoci, non c’era bisogno di questa intervista per attestare il trapasso, solo che i due teologi moralisti hanno avuto il merito di dirlo con parole semplici, di presentarlo come un processo definito e ormai concluso, e di averlo fatto sul quotidiano dei vescovi italiani. Nessun pontefice fino a Benedetto XVI avrebbe accettato tale trasformazione, ma intanto essa è andata avanti ed ora sembra essere arrivata al capolinea.
I due teologi fanno questa proposta: la teologia morale intende superare le rigide contrapposizioni ideologiche su aborto, gender, fine vita e simili tematiche, per dedicarsi piuttosto a formare le coscienze e costruire spazi di confronto. Il dibattito va riportato nell’ambito di un dialogo civile e non di uno scontro ideologico. Bisogna lasciare da parte la dottrina e portare la riflessione sull’umano, evitando la logica delle forze contrapposte. Ciò vale anche sul piano ecclesiale, perché metterebbe in relazione «il magistero e la vita ordinaria delle persone, i loro bisogni, le loro speranze, le loro esperienze di coscienza». Su temi come il suicidio assistito e il transgenderismo la teologia morale induce a chiedersi «come far progredire il dibattito e venire incontro alle esigenze esistenziali di ogni persona». Sono da evitare «toni aspri, divisivi», bisogna superare gli «oltranzismi» e costruire «spazi di libertà per la coscienza».
Leggendo queste parole pare di capire che la teologia morale non dovrebbe più appellarsi a delle norme morali astratte e universali, come sono per esempio i comandamenti, che sarebbero frutto di un razionalismo che si allontana dalla concretezza dell’esistenza. Secondo i due intervistati parlare di norme di questo tipo vorrebbe dire entrare nel campo dell’ideologia, i dieci comandamenti sarebbero ideologici. Pare anche di capire che lasciare libertà alla coscienza significa che essa, per essere libera, non ha bisogno di essere illuminata da un punto di vista indipendente dalla situazione, a questa precedente e superiore, ma interno alla situazione esistenziale. I dieci comandamenti, quindi, ostacolerebbero la libertà della coscienza e non rispetterebbero la dignità della persona. Pare infine di capire che la teologia morale non dovrebbe più fornire principi etici e indicazioni per la politica, per l’educazione pubblica, per la legge, perché scavalcherebbe e non rispetterebbe la coscienza delle persone, trasferendo alcune norme morali sul piano istituzionale pubblico. A questo proposito rimane difficile da garantire un futuro per la Dottrina sociale della Chiesa, che pure appartiene alla teologia morale.
A conferma di tutto ciò arriva la facile constatazione che oggi i pastori, davanti ad ogni grande problema morale personale e pubblico, si limitano solo a chiedere che se ne discuta, evitando di schierarsi per non sembrare divisivi e ideologici. Il cardinale Zuppi, in un dialogo televisivo con il direttore del quotidiano Domani, a proposito dell’aborto si è limitato a chiedere che non si faccia come gli Orazi e i Curiazi.
La teologia morale è arrivata a questi esiti attraverso decenni di lavoro dei teologi, processo al quale qui non si può nemmeno accennare di sfuggita. Un punto, almeno, va però indicato. Il piano dell’esistenza, della storia e della esperienza della coscienza ad un certo punto ha fatto il suo trionfale ingresso nella teologia morale. Come la goccia sulla roccia, esso ha provocato grandi trasformazioni, dato che ha assegnato potere normativo non solo alle norme della dottrina morale naturale e rivelata, ma anche, appunto, all’esistenza, alla storia e alla esperienza della coscienza. Le strade percorse sono state tante e diverse, ma convergenti: il rifiuto del realismo metafisico, l’idea che l’esistenza costituisca l’essere della persona, l’assolutizzazione dell’ermeneutica come unico e integrale modo di pensare (e si sa che la prospettiva ermeneutica assegna alla situazione un ruolo attivo nella conoscenza), la deellenizzazione del cristianesimo, ossia del suo bisogno non casuale di avvalersi di una ragione naturale (da cui il rifiuto del giusnaturalismo cattolico), una esaltazione smisurata del ruolo della coscienza che, da creativa applicazione della norma tramite la prudenza, pretende oggi di essere essa stessa co-produttiva della norma stessa. Dietro a tutto la protestantizzazione della teologia morale cattolica.
L’esistenza e la storia sono l’ambito della libertà, ma la persona per essere libera deve essere qualcosa, non può essere libera se non è. C’è quindi una essenza che precede e fa da criterio alla sua libertà, indicando una norma di vita non contingente e relativa al tempo, ma capace di liberare il tempo da se stesso (e la coscienza da se stessa, e l’esistenza da se stessa). Niente di meno astratto, niente di meno ideologico, niente di meno divisivo.
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