Francia, ancora sommosse nel grande malato d'Europa
Gli studenti scendono di nuovo in piazza in Francia, a centinaia di migliaia. Ma chiedono l'impossibile: un ulteriore aumento della spesa pubblica, in un paese in cui i conti sono già disastrati. Chi fa le riforme destabilizza, chi non le fa va in bancarotta in una Francia irriformabile.
La Francia entra nell’undicesimo giorno della protesta studentesca. Che ormai non è più solo studentesca, ma coinvolge anche i sindacati e i genitori, viene promossa dal partito di estrema sinistra La France Insoumise, di Jean Luc Mélenchon e coinvolge moltissimi immigrati di terza generazione delle Banlieues. Il carattere violento delle manifestazioni non si smentisce mai. Anche ieri, 6 ottobre, ci sono state barricate a Strasburgo e scontri con la polizia a Parigi. Il numero dei licei chiusi per ragioni di sicurezza è salito a 1800, un “record”, come vantano i sindacati Usl e Ue, protagonisti della mobilitazione.
Le persone in piazza erano circa 450mila (di cui 100mila nella sola capitale) secondo gli organizzatori, per la polizia “solo” 265mila. Le perdite sono gravi. Dall’inizio della protesta, secondo le cifre fornite ieri dal governo, i feriti sono 215 studenti e 85 membri del personale scolastico, fra cui 34 fra presidi e vicepresidi, evidentemente in prima linea. Ma dall’altra parte, i feriti fra i poliziotti sono molto di più: più di 700, dunque più del doppio. Circa 6.100 persone sono state arrestate.
Il governo Lecornu risponde alla solita vecchia maniera: aprendo un “cahier de doléances”, una bacheca per esporre le lamentele, stavolta virtuale, uno spazio in cui studenti e insegnanti possano esporre liberamente i loro problemi e chiedere soluzioni. Ufficialmente la protesta è nata dai sindacati studenteschi che protestavano contro la mala gestione e la povertà di risorse della scuola pubblica: troppo pochi insegnanti, scarsa manutenzione degli edifici. La rivolta, come abbiamo visto la settimana scorsa, si è politicizzata subito ed è diventata una sfida lanciata contro il sistema da La France Insoumise.
Però anche la richiesta all’origine della protesta è irrealizzabile. Gli studenti e tutti i loro sostenitori chiedono letteralmente l’impossibile: aumentare la spesa pubblica per l’istruzione statale. E la scintilla è stata la discussione della manovra finanziaria per definire il bilancio del 2027. Alla notizia che ci sarebbero stati tagli multi-miliardari, in tutti i settori pubblici, sono iniziate le occupazioni dei licei e le proteste di piazza, sempre più violente, in tutte le città francesi. Ma il governo non ha la possibilità materiale di fare troppe concessioni. Altrimenti la Francia va in bancarotta.
Proprio mentre la ribellione studentesca si estendeva a tutte le città di Francia, il 1° ottobre i mercati finanziari entravano in fibrillazione: il rendimento decennale dei titoli di Stato francesi aveva toccato il 5%, il massimo dal 2002. Nel corso di tutta la settimana precedente gli analisti finanziari avevano rilevato una lenta ma costante vendita dei titoli di Stato francesi. La sfiducia del mercato nel prossimo bilancio è giustificata, non solo dal cattivo stato dei conti pubblici, ma dalla certezza che la Francia non è politicamente in grado di fare le riforme necessarie a uscire dalla crisi. Manca la maggioranza politica per farle, manca la volontà. E la rivolta di piazza di queste settimane è la dimostrazione che, chi prova a toccare la spesa pubblica muore (almeno politicamente).
Il rapporto fra debito pubblico e Pil è del 119% e in costante crescita, anche perché il deficit annuale, almeno dal 2023 è stabilmente superiore al 5%. Anno dopo anno va ad aggiungersi al debito. La crescita globale dei tassi di interesse, quest’anno, sta provocando un aumento del debito, anche solo per il pagamento degli interessi. Chiedere denaro in prestito, da parte del governo, è diventato molto più costoso. Il presidente Emmanuel Macron, dal 2017, doveva essere l’uomo della stabilità economica. Dopo la crisi provocata dal suo predecessore, il socialista Hollande, era stato eletto proprio in forza della sua esperienza bancaria e di ispettore generale delle finanze. Non ha mantenuto le promesse e la sua politica è stata dirottata da una serie di smottamenti, sempre più verso il baratro dei conti pubblici attuali.
Secondo la ricostruzione di analisti francesi, sentiti dal Wall Street Journal, la prima eccezione alla politica del rigore sono stati i 10 miliardi di spesa pubblica stanziati da Macron per rabbonire la protesta dei Gilet Gialli (2018-19). Poi è arrivato il Covid e lo Stato ha erogato tutte le risorse necessarie (registrando un 8,9% di deficit nel 2020) per sostenere le aziende e i salari dei loro dipendenti nei lunghi periodi di chiusura forzata. Molti dei programmi avviati durante il Covid sono rimasti anche dopo la fine dell’emergenza, più o meno all’insaputa del governo. Il 7 dicembre 2023 un rapporto tecnico riservato ricevuto dal ministro delle Finanze Bruno Le Maire, avvertiva che i conti sarebbero saltati (un buco da 9,2 miliardi di euro, un deficit superiore al 5%), se non fossero stati introdotti tagli drastici alla spesa pubblica. Si era ormai in fase di approvazione della manovra e il governo, allora guidato da Élisabeth Borne, non volle fare alcuna modifica. A gennaio 2024 aveva rassegnato le dimissioni.
Nel 2024, la patata bollente venne passata al successore Gabriel Attal, il più giovane primo ministro della storia repubblicana francese. Ma anche Attal, benché di impostazione rigorista, non riuscì a fare i tagli ormai necessari, mentre i conti peggioravano, perché la crescita rallentava, di conseguenza entrava in cassa meno gettito fiscale e i debiti aumentavano. Si era in un anno elettorale e Macron non voleva perdere le europee. Le perse comunque. Per riottenere la legittimità necessaria a fare politiche anche dolorose, Macron compì l’errore politico di sciogliere le camere e tornare ad elezioni anticipate. Perse anche quelle. Con un parlamento diviso, dove la sinistra ha la maggioranza ma non governa e il singolo più grande partito è quello della Le Pen, la formazione di un nuovo governo è stata molto più difficile.
Sébastien Lecornu è l’ultimo, in ordine di tempo, a prendere il cerino in mano di conti pubblici incontrollabili. La sinistra di Mélenchon, che si sente vincitrice delle ultime elezioni, ma è esclusa dal governo, ha tutto l’interesse politico a manipolare e infiammare la piazza. E non si fa scrupoli a farlo. Quel che resta, però, è un paese irriformabile, ormai il nuovo grande malato d’Europa, dove 6 milioni sono dipendenti statali, pari al 19% degli occupati. Dove i sindacati sono agguerritissimi e pronti a bloccare il paese ogni volta che si parla di liberalizzazioni o di tagli alla spesa pubblica. E dove la violenza di piazza è ormai abituale. Il governo che prova a fare tagli e far rientrare il deficit rischia di destabilizzare il paese. Il governo che non lo fa, rischia di mandarlo in bancarotta. Questo è il dilemma che si presenta in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2027.

