Assalto a Pro Vita, non è giustizia lasciare impunita la violenza
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La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento sull’assalto, nel novembre 2023, di gruppi transfemministi alla sede di Pro Vita & Famiglia. Una richiesta preoccupante, perché alimenta un clima di impunità e dà l’impressione di una giustizia doppiopesista.
Ricordate l’assalto del 25 novembre 2023, quando gruppi transfemministi, andando contro un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa, devastarono saracinesche e vetrine della sede romana di Pro Vita & Famiglia, tentando pure di incendiarla? Il giorno dopo l’assalto, avvenuto nel corso di una manifestazione per la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”, era stato rinvenuto anche un piccolo ordigno dentro gli uffici dell’associazione, provvidenzialmente non esploso.
Ebbene, a tre anni da questi fatti, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del relativo procedimento. A darne notizia è la stessa Pro Vita con un comunicato stampa diffuso ieri, 6 ottobre, in cui l’associazione fa presente che «la stessa DIGOS ha parlato di azioni delittuose premeditate per costringere le forze dell’ordine ad abbandonare la protezione della sede, eppure la richiesta di archiviazione, di una sola pagina, non menziona né l’ordigno né l’istigazione né la rivendicazione. Inoltre, come se non bastasse, è mancata l’identificazione di promotrici e organizzatrici dell’evento, nonostante ci siano delle responsabilità ben precise, visto che alcuni gruppi transfemministi – tra cui “Non Una Di Meno” – hanno pubblicamente, sui social, rivendicato l’assalto poche ore dopo averlo compiuto».
Tra gli episodi più surreali della rivendicazione, ricordiamo quello di una militante Lgbt e femminista, a volto scoperto, che davanti a una telecamera di Local Team lamentava il fatto che le forze dell’ordine avessero protetto la sede di un’associazione «che fa propaganda contro il diritto all’aborto» e che perciò meritava di essere «sanzionata», cioè punita con un assalto di quel tipo. A volto scoperto erano anche diversi degli assalitori ripresi dalle telecamere su viale Manzoni: se da un lato questo è segno che tali attivisti credevano di poter agire nell’impunità, dall’altro ci si chiede perché non siano stati identificati e quindi perché siano stati lasciati effettivamente impuniti.
Pro Vita ha comunicato di aver «depositato l’atto di opposizione all’archiviazione, chiedendo al GIP [giudice per le indagini preliminari, ndr] di disporre ulteriori indagini. Chiediamo anche al ministro Piantedosi – ha concluso l’associazione – di affrontare seriamente il clima di intimidazione e odio che oggi grava in Italia su chi, come noi, esprime semplicemente il proprio pensiero pro life, che però dà fastidio perché diverso dal pensiero unico dominante».
La richiesta al ministro dell’Interno è del tutto comprensibile, visto che la violenza verbale in stile Anni di Piombo, le minacce di morte e anche le aggressioni fisiche da parte di certi collettivi transfemministi non possono lasciare tranquilli. In più, se non si puniscono quelli che sono già veri e propri atti terroristici, coloro che li hanno commessi si sentiranno sempre più liberi di alzare l’asticella della violenza. La richiesta di archiviazione da parte della Procura di Roma preoccupa non solo per l’intrinseca gravità dell’assalto ma anche perché quello stesso assalto non è un episodio “isolato”, ma si aggiunge ad altre aggressioni ai danni della stessa associazione e di altri attivisti pro vita italiani. Aggressioni a loro volta almeno indirettamente legittimate da un contesto politico-culturale che censura (vedi i manifesti di Pro Vita) e attacca ogni idea o iniziativa a difesa della vita fin dal concepimento e della famiglia naturale.
In questo contesto gioca il suo ruolo anche una giustizia a corrente alternata. Basti un esempio a mo’ di paragone. Si ricorderà l’assalto del 9 ottobre 2021 alla sede nazionale della Cgil, a Roma, compiuto da militanti di estrema destra staccatisi da una generale manifestazione di protesta contro il green pass. Dopo quell’assalto ci sono stati, giustamente, dei processi – con più filoni – che hanno portato a diverse condanne, alcune già definitive. Anche la condanna da parte della politica fu allora pressoché trasversale – cosa che non si può dire per i fatti del 25 novembre 2023, su cui non abbiamo sentito una parola né da Elly Schlein né da diversi altri esponenti della sinistra né dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – e sui media si parlò della vicenda per giorni. Se nel caso dell’assalto alla Cgil la giustizia ha fatto e sta facendo il suo corso, perché si dovrebbe archiviare il procedimento sull’assalto a Pro Vita? Sarebbe come usare due pesi e due misure.
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