Gaza, tre anni dopo: il compito della comunità internazionale
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Dopo tre anni, il compito della politica e della comunità internazionale non può essere soltanto stabilire chi abbia ragione, ma favorire le condizioni affinché le armi non tornino a parlare. Israele deve poter vivere senza il terrore di un nuovo 7 ottobre; i palestinesi devono poter vivere senza essere condannati a un’esistenza di guerra e distruzione.
Era il 7 ottobre 2023, l'orologio si fermò alle 6.30. In Israele si celebrava la Simchat Torah a conclusione delle festività del Sukkot. Il Paese si svegliò sotto il suono assordante delle sirene: una pioggia di razzi, poi l'incursione di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi che varcarono il confine tra Gaza e Israele per raggiungere i kibbutz, le case e il festival nel deserto.
Circa 1.200 persone furono uccise e 251 ostaggi vennero trascinati nella Striscia. In un baleno, Israele scoprì nel modo più brutale che la propria sicurezza poteva essere violata e la protezione tanto ostentata ai suoi cittadini era svanita in un attimo. Per centinaia di famiglie, quel giorno non è mai finito: sono passati tre anni, ma il tempo è rimasto fermo a quella tragica mattina. Il 7 ottobre non ha bisogno di giustificazioni e non può essere trasformato in ciò che non è stato, ovvero un atto di legittima resistenza. Nessuna causa politica può avvallare un pari massacro di civili, il rapimento di persone inermi e la trasformazione degli ostaggi in strumenti di guerra. Comprendere le ragioni di un conflitto è necessario, ma confondere la comprensione con la giustificazione dei crimini significa cancellare la distinzione fondamentale tra le ragioni di una causa e i mezzi con cui viene perseguita. La colpa di Hamas per il 7 ottobre è pesante e gravissima.
Ma quella responsabilità non può diventare un alibi per tutto ciò che è avvenuto dopo. Israele ha il diritto di difendere i propri cittadini e di combattere Hamas, ma questo diritto non lo esime dagli obblighi imposti dal diritto internazionale, né può sottrarsi al giudizio circa le modalità con cui ha condotto la guerra a Gaza e le conseguenze che essa ha avuto sulla popolazione palestinese. In questi tre anni, decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi, tra cui un numero sproporzionato di bambini, donne e anziani. La popolazione civile è stata travolta dai bombardamenti, dalla distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture, dal collasso dei servizi essenziali e da una crisi umanitaria di proporzioni enormi. Ma il problema non è soltanto umanitario. È politico.
Uno stato che dispone di un esercito tra i più potenti del mondo non può essere giudicato soltanto sulle intenzioni che dichiara, ma anche sugli effetti delle proprie azioni. Israele deve poter impedire che un altro 7 ottobre accada. È su questo punto che il dibattito occidentale ha mostrato, troppo spesso, uno squilibrio: si è riconosciuto il diritto ad Israele a difendersi, mentre molto meno si è discusso dei limiti di questo diritto rispetto ai civili coinvolti. Allo stesso modo, la condanna della guerra e delle sue conseguenze non può trasformarsi nella rimozione dei crimini commessi contro i civili israeliani.
Le due verità devono rimanere unite: il 7 ottobre è stato un crimine e la responsabilità di Hamas è inequivocabile; ugualmente la sofferenza dei civili palestinesi e la condotta della guerra israeliana devono essere valutate secondo gli stessi principi. Le vittime non si compensano e non si possono porre in competizione.
Il diritto di Israele alla sicurezza non cancella gli obblighi al rispetto delle leggi internazionali, così come la presenza di Hamas a Gaza non trasforma la popolazione palestinese in un bersaglio bellico. Allo stesso modo, i crimini di Hamas non rendono complici tutti i palestinesi e le decisioni del governo israeliano non rendono corresponsabili tutti gli israeliani. Quando queste distinzioni vengono cancellate, la colpa di alcuni diventa la colpa di un intero popolo e la guerra contro un'organizzazione armata rischia di trasformarsi in una guerra contro una popolazione. Del resto, la morte di un bambino palestinese non vale meno di quella di un bambino israeliano. La dignità umana non conosce frontiere.
A Gaza questa cancellazione delle distinzioni ha prodotto una devastazione che non può essere rimossa dal giudizio sulla guerra: città e infrastrutture distrutte, famiglie spezzate, sfollamenti ripetuti e servizi essenziali al collasso. Sono conseguenze che non depennano i crimini del 7 ottobre, ma che devono essere valutate senza sconti. La stessa misura deve valere per tutti: chi ha ucciso civili, catturato gli ostaggi o commesso altri crimini deve risponderne, così come devono essere accertate e perseguite le eventuali violazioni commesse nella conduzione delle operazioni militari. Solo una giustizia capace di distinguere le responsabilità individuali dalla colpa collettiva può sottrarre il futuro alla logica della vendetta.
Ma proprio qui si apre la sfida più difficile: ricostruire il futuro. Anche quando le armi taceranno, la guerra non sarà davvero finita. Resteranno le macerie, i lutti, i prigionieri, le famiglie distrutte, le città da ricostruire e una generazione cresciuta nella paura e nella convinzione, maturata da entrambe le parti, che l'altro rappresenti una minaccia permanente. Fermare i combattimenti sarà indispensabile, ma non basterà. La pace comincerà davvero quando il nemico tornerà ad avere un volto umano, quando il dolore dell'uno non sarà più usato per negare quello dell'altro e quando la sicurezza di un popolo non verrà più percepita come una minaccia alla sopravvivenza dell'altro.
È questa la sfida indicata da Leone XIV che, di fronte alle guerre, ha richiamato i responsabili dei popoli alla necessità di incontrarsi, dialogare e negoziare, ricordando che l'altro non può essere ridotto alla figura del nemico e che ai popoli deve essere restituita la dignità della pace. È un richiamo che assume un significato particolare in Terra Santa: nessuna sicurezza duratura può nascere dalla permanente insicurezza dell'altra parte e nessuna vittoria militare può sostituire un accordo politico capace di garantire futuro e dignità. Nella stessa direzione si colloca la riflessione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, che ha denunciato il circolo nel quale la violenza genera altro odio e l'odio produce nuova violenza. Spezzarlo significa non soltanto fermare le armi, ma ricostruire il linguaggio, la fiducia e le relazioni umane. Significa, in altre parole, liberarsi progressivamente dell'odio che impedisce di vedere nell'altro un essere umano e non soltanto il rappresentante di una minaccia.
Ma c’è il destino di stare insieme. Non insieme per dimenticare, né per cancellare le responsabilità o chiedere alle vittime di rinunciare alla memoria e alla giustizia, ma insieme perché israeliani e palestinesi possano smettere di essere definiti esclusivamente attraverso il dolore che hanno subito o quello che hanno inflitto. Due popoli non sono due eserciti o due blocchi contrapposti di vittime e colpevoli. Sono milioni di persone che hanno diritto a vivere, a ricordare i propri morti, a crescere i propri figli senza paura, ad avere una casa, libertà e futuro. Per questo la pace non può essere la vittoria di un popolo sull'altro, né la resa di una parte davanti alla forza dell'altra. Deve essere la costruzione paziente di condizioni politiche e umane perché entrambi possano riconoscere reciprocamente la propria dignità e il proprio diritto a vivere in sicurezza e libertà.
La strada è difficile e oggi può apparire lontana, ma l'alternativa è lasciare che il 7 ottobre diventi l'inizio di una nuova generazione asserragliata nell’odio, nella quale ogni lutto alimenta una vendetta e ogni paura prepara un'altra guerra. Dopo tre anni, il compito della politica e della comunità internazionale non può essere soltanto stabilire chi abbia ragione, ma favorire le condizioni affinché le armi non tornino a parlare. Israele deve poter vivere senza il terrore di un nuovo 7 ottobre; i palestinesi devono poter vivere senza essere condannati a un’esistenza di guerra e distruzione; i civili devono essere protetti, i responsabili dei crimini chiamati a rispondere delle loro azioni. Ma soprattutto è necessario avere il coraggio di distruggere l'odio, senza cancellare la memoria, perché dimenticare sarebbe un'ingiustizia verso le vittime, mentre trasformare il ricordo in odio sarebbe una nuova condanna per i sopravvissuti.

