Senso della crisi e desiderio di eternità nel Gattopardo
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Sfugge alle etichette e trascende la sua epoca il romanzo di Tomasi di Lampedusa, primo grande best seller italiano, che non ha smesso di parlare alle nuove generazioni suscitando la domanda sulla transitorietà della vita e su ciò che davvero rimane.
Il 2025 ha riportato al centro della scena culturale un romanzo che sembrava destinato a vivere soltanto nella memoria dei lettori più fedeli: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La nuova serie Netflix diretta da Tom Shankland, con Kim Rossi Stuart nei panni di don Fabrizio e Saul Nanni in quelli di Tancredi, ha riaperto un dialogo con un classico che continua a interrogare il nostro presente. Non è un caso che proprio quell’anno agli Esami di Stato sia stata assegnata una prova scritta tratta dal romanzo: segno che la voce di Lampedusa, lontana e insieme attualissima, non ha smesso di parlare alle generazioni che si affacciano alla vita adulta.
Pubblicato postumo nel 1958, vincitore del Premio Strega nel 1959 e capace di diventare il primo grande best seller italiano, Il Gattopardo trovò subito un’ulteriore consacrazione nella splendida trasposizione cinematografica che Luchino Visconti realizzò nel 1963, avvalendosi di un cast memorabile in cui brillavano Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale (nella foto). Il suo straordinario successo segnò la fine dell'egemonia del Neorealismo e inaugurò l'era moderna dei grandi casi editoriali capaci di unire le vendite elevate a un'altissima qualità letteraria.
Romanzo che sfugge alle etichette, «ottocentesco» per ambientazione e «decadente» per la tonalità elegiaca e per il senso di crisi che lo attraversa, riuscì tuttavia a conquistare un pubblico che, nel decennio precedente, aveva amato il rigore morale e la concretezza del Neorealismo. In quella frizione tra aspettative e ricezione si rivela la sua forza: la capacità di raccontare la fine di un mondo e l’inizio di un altro con una lucidità che continua a inquietare e affascinare.
Strutturato in otto parti e ambientato in Sicilia tra il 1860 e il 1910, Il Gattopardo attraversa mezzo secolo di storia italiana, dal tramonto dei Borboni all’alba del nuovo Regno, fino alle soglie della Grande guerra. Ma ciò che conquista il lettore non è tanto la cronaca degli eventi, quanto lo sguardo di chi li attraversa. Don Fabrizio, principe di Salina, aristocratico conservatore e insieme lucidissimo interprete della fine del proprio mondo, osserva il mutamento con la consapevolezza che l’anima profonda della sua terra non cambierà mai, nonostante l’energia e il desiderio dei giovani di modificarla.
Nel celebre colloquio con Chevalley, Don Fabrizio risponde con parole che uniscono insieme lucidità e amarezza: «In Sicilia non importa far bene o far male: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare». È la confessione di un popolo che porta sulle spalle «venticinque secoli» di civiltà venute da fuori, e che per questo si sente «stanco e svuotato».
Accanto a lui, Tancredi – il nipote prediletto – incarna la generazione che crede di poter cavalcare la storia: prima garibaldino, poi arruolato nell’esercito piemontese, convinto che i cambiamenti siano occasioni da afferrare con intelligenza e rapidità.
Leggere Il Gattopardo significa entrare in questa tensione: tra ciò che cambia e ciò che resiste, tra la storia che avanza e l’identità che rimane.
Ma la storia, per quanto presenza pervasiva e costante, non è la vera protagonista. A dominare sono le vicende private, gli amori e le gelosie, le ambizioni e le delusioni: Tancredi che prima corteggia Concetta e poi sposa la splendida Angelica; i tradimenti furtivi del Gattopardo e i sensi di colpa che li seguono; l’atmosfera decadente della villa di Donnafugata; la gelosia silenziosa di Concetta.
Ogni personaggio palpita, desidera, soffre. Mirabili sono le pagine in cui l’autore presenta e descrive i personaggi: dal Principe Fabrizio al nipote Tancredi, dal ricchissimo don Calogero all’affascinante figlia Angelica.
La descrizione dell’ingresso di Angelica al ricevimento è un esempio di grazia espressiva difficilmente eguagliabile: «La prima impressione fu di abbagliata sorpresa». La sua figura – «la carnagione come crema fresca», «gli occhi verdi immoti e un po’ crudeli» – è scolpita con una sensualità che non scade mai nel compiacimento. La lingua di Tomasi di Lampedusa ha il dono di trasformare ogni scena in un’esperienza sensoriale, ogni gesto in un simbolo, ogni emozione in una verità condivisibile e immortalata per sempre.
Ogni scena è attraversata da un senso di crisi, di disgregazione, di malinconica consapevolezza della caducità delle cose. Il Gattopardo si rivela non tanto come il manifesto di un’aristocrazia morente, ma come una meditazione universale sull’uomo che vede svanire la giovinezza, le tradizioni, i legami, e che vorrebbe fermare il tempo o ritrovare un tempo mitico in cui tutto possa permanere.
È il romanzo del desiderio di eternità e della sua inevitabile sconfitta. Non a caso apertura e chiusura dell’opera si rispecchiano in una struttura perfettamente circolare. Il romanzo si apre con la conclusione della recita del rosario: «Nunc et in hora mortis nostrae. Amen». La voce del Principe ha appena terminato la recita dei Misteri dolorosi. L’alano Bendicò, escluso dalla preghiera, può finalmente rientrare dalla porta. Non sfuggirà che la conclusione del romanzo presenta lo stesso tema della morte e del destino dell’apertura e la medesima figura del cane: Concetta si libera del cane impagliato Bendicò, i cui occhi di vetro la fissano «con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare».
Siamo di fronte ad una delle immagini più potenti della letteratura italiana. La memoria si sgretola, il passato non può più essere trattenuto: «Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi […]. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di povere livida».
L’autore affida alla parola letteraria il compito più difficile: fissare sulla pagina le memorie del passato e opporsi, almeno per un istante, al fluire del tempo. La parola letteraria ha il potere di tramandare alla memoria, di conservare, di rendere immortale ciò che il tempo dilava e corrompe. Leggere Il Gattopardo significa entrare in questa lotta: sentire la bellezza che resiste, la malinconia che accompagna ogni vita, la nostalgia che ci attraversa quando comprendiamo che nulla rimane davvero. È un romanzo che non consola, ma illumina; che non celebra, ma interroga; che non racconta solo la Sicilia, ma ciascuno di noi.
La domanda che il romanzo suscita, nella sua rievocazione così intensa della transitorietà della vita, riguarda ciò che davvero rimane e per cosa valga la pena faticare.
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