San Giuseppe: molto presente nell’arte, poco nella letteratura
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Lo sposo di Maria Santissima è una delle figure più presenti nell’arte figurativa occidentale, ma molto meno nella letteratura. L’arte visiva valorizza il suo silenzio e la sua funzione protettiva. Romanzi e poesie invece lo hanno raccontato poco. Il caso Dante.
La scelta del 19 marzo come data per celebrare la festa del papà in Italia e in molti Paesi cattolici affonda le sue radici nel culto di san Giuseppe, secondo la tradizione morto proprio quel giorno. Sposo di Maria e padre putativo di Gesù, Giuseppe incarna l’archetipo del genitore: protettivo, umile, silenziosamente dedito alla famiglia. La sua venerazione è antichissima, ma fu papa Sisto IV, nel 1479, a inserire ufficialmente la sua festa nel calendario romano. Un dettaglio spesso dimenticato: fino al 1977, in Italia, il 19 marzo era festività nazionale. Oggi non lo è più, ma resta una ricorrenza civile molto sentita, capace di unire il sacro del santo alla celebrazione universale della paternità.
San Giuseppe è anche il falegname per eccellenza della tradizione cristiana. Nei Vangeli è definito téktōn, termine greco che indica non solo il falegname, ma l’artigiano dell’edilizia, il carpentiere, lo scalpellino. Qualunque fosse la sua specializzazione, la tradizione lo ha consegnato alla storia come «il falegname», patrono di chi lavora il legno.
La presenza di san Giuseppe nell’arte e nella letteratura
San Giuseppe è una delle figure più presenti nell’arte figurativa occidentale, ma sorprendentemente molto meno nella letteratura. Fin dai cicli medievali, pittori e scultori lo collocano stabilmente nelle scene della Natività, della Fuga in Egitto, dei sogni e della Sacra Famiglia, rendendolo un elemento iconografico quasi obbligato. L’arte visiva, infatti, valorizza la sua postura silenziosa, la gestualità discreta, la funzione protettiva: qualità che si esprimono con immediatezza attraverso l’immagine.
La letteratura, al contrario, lo ha spesso lasciato ai margini. Nei Vangeli canonici la sua voce non compare, e gli apocrifi, pur ampliandone e per certi aspetti distorcendone la figura, non hanno generato una tradizione narrativa altrettanto ricca. Giuseppe è l’uomo del silenzio, della custodia, dell’azione più che della parola: l’arte figurativa può trasformare quel silenzio in presenza, mentre la letteratura, fondata sulla voce e sul conflitto, fatica a farne un protagonista. Così, paradossalmente, uno dei personaggi più rappresentati nella storia dell’arte rimane uno dei meno raccontati nei romanzi e nelle poesie.
San Giuseppe nella Divina Commedia
Nella Divina Commedia san Giuseppe non compare mai: non attraversa l’Inferno, non illumina il Purgatorio, non appare nel Paradiso, neppure accanto a Maria Santissima, la figura più celebrata del poema. Dante incontra patriarchi, apostoli, santi fondatori, ma non lo sposo di Maria, che resta fuori scena. La sua assenza non è una dimenticanza: riflette la sensibilità teologica del Medioevo, quando il culto giuseppino era ancora marginale e la sua figura non aveva un ruolo dottrinale definito. Giuseppe, uomo del silenzio e della custodia, non offriva a Dante quella centralità simbolica che il poeta riserva ai protagonisti del suo itinerario ultraterreno. Eppure, in filigrana, la sua presenza è implicita ogni volta che la Commedia evoca la Natività, la Sacra Famiglia o la genealogia di Cristo.
Geppetto e Maestro Ciliegia: due falegnami, due sguardi sul mondo
Nella letteratura italiana, il falegname più celebre è Geppetto, protagonista – insieme al suo burattino – del romanzo italiano più tradotto al mondo: Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Pubblicato nel 1883, divenne subito un best seller e poi un long seller internazionale, tradotto in oltre duecentosessanta lingue. La storia è nota, così come l’interpretazione che ne diede il cardinale Giacomo Biffi nel saggio Contro Maestro Ciliegia.
Collodi affida a due falegnami due visioni opposte della realtà. Maestro Ciliegia riceve un pezzo di legno capitato lì, e quando quel legno parla, non crede ai suoi sensi. Per lui esiste solo ciò che è concepibile dalla ragione. È il simbolo della riduzione razionalistica del reale: niente mistero, niente imprevisto, niente apertura al soprannaturale. Una visione che restringe il mondo proprio nell’epoca in cui scoperte scientifiche e astronomiche ne ampliavano gli orizzonti. Il Novecento letterario lo ha raccontato bene: il mondo come ragnatela (Pirandello), come carcere (Sartre), come spazio sempre più angusto nonostante miliardi di stelle.
Geppetto, al contrario, è un artigiano creativo. Vuole costruire «un burattino meraviglioso» per girare il mondo e guadagnarsi da vivere. Chiede a Maestro Ciliegia un pezzo di legno, e quel legno – destinato a diventare Pinocchio – si rivela subito ribelle, insolente, indomabile. Geppetto lo plasma, gli dà un nome, gli scolpisce occhi, bocca, mani. E già il burattino lo canzona, gli ruba la parrucca, scappa appena impara a camminare.
Biffi legge in questa dinamica la parabola della creazione: Geppetto è figura di Dio, Pinocchio è l’uomo, libero di scegliere, capace di allontanarsi dal Padre. L’intagliatura è il gesto creativo, la libertà è il dono che permette all’uomo di amare, ma anche di disobbedire.
L’analogia tra artigiano e Creatore non è nuova. Torquato Tasso, nei Discorsi dell’arte poetica, paragonava il poeta a Dio: come Dio crea il mondo, così il poeta crea l’opera. L’artista, come il falegname, dà forma a ciò che prima non esisteva.
Il legnaiuolo di Leopardi: lavoro, attesa e disillusione
Anche Leopardi, nel celebre idillio Il sabato del villaggio, sceglie un falegname per rappresentare l’età adulta. Mentre il paese si prepara alla festa, tra la «donzelletta» e la «vecchierella», tra campane e giochi di bambini, una figura resta al lavoro: «Odi il martel picchiare, odi la sega/ del legnaiuol, che veglia/ nella chiusa bottega alla lucerna». Il falegname leopardiano è l’uomo maturo: responsabile, affaticato, privo della spensieratezza infantile e dell’entusiasmo dell’attesa. Lavora fino a notte per «fornir l’opra» prima dell’alba. La festa – la domenica – non è promessa di gioia, ma solo sospensione della fatica.
Leopardi affida ai giovani un monito discreto: non desiderare troppo presto l’età adulta, perché quando l’attesa non è seguita dal compimento, subentra la delusione. La realtà delude quando non accade nulla o quando non sappiamo più vedere.
Un mestiere che parla ancora
Il falegname, oggi quasi scomparso come figura artigianale, continua però a parlare alla nostra immaginazione. È simbolo di creazione, di responsabilità, di libertà. È il lavoratore che plasma la materia, ma anche l’uomo che affronta il mistero del reale. E così, nella stessa data in cui celebriamo i padri, ricordiamo anche il falegname più celebre della storia e i suoi eredi letterari: figure che, con mani pazienti, ci insegnano che creare significa sempre amare, attendere, rischiare.
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