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Quando Messori infranse la congiura del silenzio sulla morte

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Con Scommessa sulla morte Messori sfidò il tacito divieto di parlare della fine: senza escatologia non si saprebbe come affrontarla. Eppure essa include la domanda delle domande, quella sul destino eterno di ogni uomo.
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Attualità 10_04_2026

«Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire», scriveva lo storico francese Pierre Chaunu commentando la quasi totale assenza della morte dal panorama editoriale, se non una vera congiura del silenzio, incrinata nel 1982 da quel guastafeste di Vittorio Messori con Scommessa sulla morte. Non a caso il volume si apre con la citazione di Chaunu oltre che con la sottile ed elegantissima ironia di Jorge Luis Borges: «La morte è un'usanza che tutti prima o poi dobbiamo rispettare».

Scommessa sulla morte è forse uno dei “classici messoriani” meno conosciuti, ripubblicato nel 2021 dalle edizioni Ares – che al sottoscritto affidarono la cura editoriale di questo e altri suoi titoli. Quasi quarant'anni prima e sei anni dopo il suo Ipotesi su Gesù Messori aveva infranto il tacito dovere di non parlare della fine, che un’epoca priva di escatologia impone tra persone “bene educate” onde evitare di mettere in imbarazzo l’interlocutore che non saprebbe come affrontare la pur inevitabile prospettiva del proprio e altrui decesso.

Imbarazzo e divieto condivisi ieri e oggi, ad Est come ad Ovest secondo la spartizione del mondo vigente quando uscì il volume, superata però dalla comune incapacità di «fare i conti con la morte». Al di là della cortina di ferro, iI paradiso in terra promesso alle anonime masse lavoratrici non offriva risposte sul destino ultimo del singolo lavoratore: una «falla» nel sistema, da coprire come qualcosa di vergognoso affinché non crollasse l’intero edificio sovietico. Al di qua, il cosiddetto «mondo libero» non era poi tanto libero di fronte alla morte. E non solo perché Cocacola e Playboy erano disarmati quanto il Capitale. Certamente, il morto è necessario per il cinema, purché la sua rimanga «la morte spettacolo», immaginaria. Ma se qualcuno si avventura sul terreno della realtà, magari studiando il moribondo, quello vero? Il suo lavoro sarebbe considerato sadistic, cruel, traumatic, come accadde allo psicologo Herman Feifel, minacciato dai suoi stessi colleghi. Analoghe resistenze incontrò la psichiatra Elisabeth Kübler Ross, la cui ricerca sulle fasi attraversate dal morente fu infine difesa dai pazienti stessi: «Possiamo finalmente parlare del dramma che siamo costretti ad affrontare da soli, in silenzio, perché così vogliono i medici e i nostri parenti, secondo i quali non bisogna parlare di morte. Ogni volta che tentiamo di accennarvi, veniamo zittiti, ci rinviano a speranze che sappiamo illusorie».

Quarant’anni dopo, venuta meno quella divisione geopolitica, non è venuto meno il tabù che assimila la morte a una nuova forma di pornografia, anzi la sola considerata realmente tale, superata qualsiasi altra inibizione e a qualsiasi età. I bambini «devono sapere tutto su come è venuto al mondo il fratellino; ma non devono sapere nulla su come e dove è finita la nonna». L’altra faccia della negazione è la mimetizzazione in nome di un acceptable style of death, che va dal morire lontano dagli sguardi alla presentazione della salma in pose «da vivo», come se fosse al lavoro o in pieno relax. «Cautela, nel ridere», avverte Messori, «non si tratta di macabre pagliacciate yankee, di curiose americanate. Ma piuttosto della disperata difesa di una società che, obbligata a espellere ciò per cui non trova posto, deve arrivare fino alle logiche conseguenze». La stessa «disperata difesa» alla base degli attuali, illusori tentativi di far “rivivere” il caro estinto attraverso l’intelligenza artificiale, facendo dire all’avatar del morto quello che ipoteticamente avrebbe detto da vivo. Piccolo particolare: qualora il defunto sia morto in casa, avete mai notato quanto è difficile far passare la bara per la porta e per le scale di un «alloggio costruito nel presupposto che chi ci vive non dovrà mai morire»? Se proprio si deve morire, infatti, lo si faccia al chiuso di una tendina ospedaliera dove esalare l’ultimo respiro senza destare nei vivi lo scandalo della morte.

Eppure, al di là di quella tendina c’è qualcosa di più che rigor mortis e odore di putrefazione. C’è la domanda delle domande, quella sul destino eterno di ogni uomo. Quei novissimi (morte, giudizio, paradiso e, ahinoi, anche inferno) su cui la predicazione si è affievolita quasi riflettendo la “decolorazione” dei paramenti funebri, passati dal nero al più inoffensivo viola. «L’eternità ovviamente non esiste», sentenziava Alberto Moravia. Ben più realisticamente Messori osservava «che su ciò che c’è o non c’è al di là delle porte della morte nessuno può permettersi alcun “ovviamente”». Anzi, «se volessimo restare fedeli a tutto ciò che sappiamo della storia dell’uomo, dai suoi inizi più oscuri sino a oggi (...) allora l’affermazione dei Moravia potrebbe semmai essere rovesciata: “L’eternità, l’aldilà, ovviamente, esistono”». Ma non volendo rispondere alla sicumera dello scrittore romano con altrettanta sicumera, laddove siamo pur sempre al di qua della soglia del mistero, resta il fatto che «alla radice di ogni società trovi un culto dei morti: cioè la certezza che i defunti in qualche modo ancora vivono, che c’è uno scambio misterioso con loro, che non tutto è terminato con i gas e i liquami della decomposizione».

Dove e come prosegua l’avventura umana oltre quella soglia è oggetto di ulteriore indagine, che conduce l’autore e il lettore a esaminare le risposte offerte dalla fede – e soprattutto da quale fede? La morte è infatti anche la tomba del relativismo, e non è indifferente quale escatologia si trovi al «bazar delle religioni» dove, anche a questo riguardo, si può constatare che l’una non vale l’altra. E che la verità sull’aldilà chiama in causa direttamente la verità su Cristo e sulla Chiesa, che «può respingere, infastidire, magari scandalizzare. Possono non starci simpatici e papi e vescovi e preti», ammette senza problemi Messori, ma quella comunità «è il solo mezzo perché la salvezza del Cristo si renda concreta ed efficace sino a noi».

Fin qui, a grandi linee, la “teoria”. Ma poiché le presenti circostanze consentono di indulgere al ricordo, la portata di quella Scommessa credo di averla colta tra le pietre della chiesetta a cielo aperto di Maguzzano, gli olivi e le rive del Garda nell’unica – indimenticabile – occasione in cui fui a pranzo con la “strana coppia”: Rosanna, espansiva e capace di farti sentire subito a casa, ma soprattutto di far aprire lo schivo Vittorio, che in realtà si dimostrò garbato e ironico. Entrambi così... vivi, malgrado fossero vicini alla morte (che avrebbe portato via Rosanna di lì a pochi mesi) e ben consapevoli di esserlo (più di un'email di Vittorio si apriva citando il salmo 90: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti...»). Eppure, se la Scommessa è vincente, l’affettuoso arrivederci alla fine di quella giornata non fu per una successiva occasione resa poi impossibile dagli eventi, ma per un nuovo incontro tra pietre, rive e olivi che non saranno più sul Garda bensì nella Gerusalemme celeste.



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