Vittorio, cosa resta
«Mi hai insegnato a non vergognarmi di una fede vissuta e gridata sui tetti, a stupirmi del miracoloso che irrompe nella vita». Un ricordo di Vittorio Messori. Grati per la sua eredità.
"Il cristiano non è un cretino". Non so perché di tutte le parole che Vittorio Messori ha scritto nella sua lunga e fruttuosa carriera di apologeta, stamattina mi affiora alla mente questa in particolare, che mi ripeteva spesso quando al telefono mi dava le correzioni del Vivaio.
Forse perché sei morto di venerdì santo e oggi che è sabato è un tempo sospeso nell'incerto e nell'attesa e pensare di esserci ingenuamente sbagliati come i discepoli di Emmaus è davvero un attimo. Ma è il tuo modo per continuare a dirmi che lo scandalo della croce non è roba per stupidotti e boccaloni, ma una grazia per cuori pronti alla battaglia. Certi di una Risurrezione che non tarderà ad arrivare.
Se c'è un giornalista al quale mi sento debitore per formazione e libertà questi è proprio Vittorio. Lo cercavo da giovane praticante e una volta mi confidò che il suo sogno era quello di fare l'eremita, ma poi come avremmo potuto avere i capolavori che ci hai lasciato?
E quando lo conobbi mi sembrava di aver raggiunto un traguardo e come sempre accade quando il mito incontra la realtà, la prima cosa che mi chiedesti fu: "Mi scusi, dov'è il bagno?".
Lo frequentai quando entrai nella famiglia della Bussola che è stata la tua ultima casa. Onorati e grati di aver sostenuto questo progetto che oggi ti piange e promette di continuare a guardare i fatti per la verità.
Tu hai insegnato a me e a tanti colleghi apologeti - possiamo dirlo adesso, finalmente, senza complessi di inferiorità? - che la fede non è una questione marginale nella vita, ma ne è il cuore pulsante. Difenderla dagli attacchi, raccontarla senza mistificazioni, liberarla dalle incrostazioni è roba per cuori pronti, non per cretini, appunto.
Mi resterà l'incipit di "Ipotesi su Gesù" quel «di Gesù non si parla tra persone perbene» che è il manifesto di tutta la tua straordinaria chiamata e che mi ha spinto in questo mestieraccio a non accontentarmi di relegare il messaggio cristiano nella comfort zone di una fede addomesticata e impantanata nella palude del mondo.
Mi hai insegnato a guardare il divino nella realtà, ad analizzarlo, ma anche a non farsi travolgere dai sensazionalismi o dalle emozioni che portano fuori strada.
Mi hai insegnato a non vergognarmi di una fede vissuta e gridata sui tetti, a stupirmi del miracoloso che irrompe nella vita. E a raccontarlo come un bambino puro. Non dimenticherò una delle ultime telefonate nell'annunciarmi le sconvolgenti "dioincidenze" che ti avevano spinto a scrivere del Beato Faà di Bruno.
Restano le visite a Maguzzano, il tuo buen retiro, restano i pranzi a Desenzano con la tua Rosanna e con noi. Resta la tua eredità che è continuare a cercare quel Gesù che ci ha chiamati tutti a qualcosa di grande. Resta ancora tanto, come vedi.
A Dio, Vittorio.

