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La tragedia alle Maldive

I sub, il valore della vita e quello del corpo dei defunti

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Dopo il recupero, ieri, dei cadaveri di Monica Montefalcone e Federico Gualtieri, restano da riportare in superficie le salme di Giorgia Sommacal e Muriel Oddenino. L’insegnamento dentro il dramma: il valore della vita e la dignità del corpo dei defunti.

Attualità 20_05_2026
Operazioni di recupero dei corpi dei sub italiani morti alle Maldive, 19/05/2026 (Maldives President Media Division via AP via LaPresse)

Proseguiranno anche oggi le operazioni per completare il recupero dei corpi dei cinque subacquei italiani morti lo scorso 14 maggio a seguito di un’immersione nei pressi di Alimathà, isola dell’arcipelago delle Maldive. Fatale per loro una famosa grotta sottomarina, il cui ingresso si trova tra i 55 e i 58 metri di profondità. Dopo il corpo dell’istruttore subacqueo Gianluca Benedetti, distante dagli altri compagni di spedizione e recuperato (con la bombola di ossigeno scarica) già il 15 maggio, ieri sono stati riportati in superficie anche i cadaveri di Federico Gualtieri e della professoressa Monica Montefalcone. Nel momento in cui scriviamo restano da recuperare i corpi di Giorgia Sommacal (figlia di Monica) e Muriel Oddenino, anch’essi già individuati nel terzo settore della grotta.

Nelle operazioni di recupero, com’è noto, sono stati coinvolti anche tre sommozzatori finlandesi (Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist) dell'organizzazione Dan Europe, specializzata in emergenze subacquee. Sommozzatori con grande esperienza e, altro particolare rilevante, attrezzature molto avanzate. Ma neanche questo basta per azzerare il rischio di un’immersione che presenta numerose insidie. Non a caso, le operazioni di recupero prevedono un grande lavoro di squadra, che coinvolge non solo i tre finlandesi (due uomini e una donna) assurti agli onori delle cronache, bensì decine di sub. Come ha spiegato a Rainews24 il portavoce del governo delle Maldive, Mohammed Hussain Sharif, gli esperti della Dan Europe hanno il compito di tirare i cadaveri fuori dalle grotte come prima fase dell’operazione di recupero: «A quel punto i sub della Guardia Costiera li porteranno dai 30 metri ai 7 metri e dopo questa fase ci saranno le ultime operazioni e verranno portati completamente in superficie».

Le indagini delle autorità cercheranno di chiarire come sono andati i fatti, se sono state commesse imprudenze e da parte di chi, se le attrezzature dei sub italiani erano sufficienti, se erano stati accordati i permessi necessari per l’immersione a quelle profondità, eccetera. «Il permesso di cui si parla in questi giorni non è per le immersioni, ma per l’attività scientifica: viene da sé dunque che ad averlo dovessero essere i ricercatori e non le guide. Così come è scontato che i ricercatori non si immergessero senza guide», ha affermato Orietta Stella, istruttrice subacquea e legale del tour operator Albatros Top Boat che ha venduto il pacchetto per la crociera scientifica alle Maldive. «Il permesso per le varie attività sui fondali – ha aggiunto Stella – era stato rilasciato dal governo maldiviano al gruppo scientifico. È un’autorizzazione amministrativa e resta il problema che questo documento non fa riferimento alla profondità e non è esplicitato se potessero fare o meno missioni esplorative. Mi sembra che il governo maldiviano l’abbia interpretato in maniera ampia: dove non si richiama un divieto, c’è la deroga». Di certo, ci sono vari elementi da appurare.

Restano oscure, ad oggi, le cause esatte di questi cinque decessi. È possibile, come ha dichiarato all’Ansa il sub maldiviano Shafraz Naeem, con alle spalle una cinquantina di immersioni nelle grotte di Alimathà, che la morte dei cinque nostri connazionali sia giunta «per una concomitanza di cause perché in quegli ambienti estremi un solo problema ne genera altri a catena e un imprevisto può rapidamente trasformarsi in tragedia».

E qui – «gli ambienti estremi» – sta il punto, che si presta ad almeno un paio di riflessioni. Un’immersione di questo genere significa spingere il corpo ai limiti delle sue possibilità e a dipendere comunque da mezzi sofisticati, giuste miscele di gas et similia. Inutile azzardare ipotesi sull’operato dei cinque italiani deceduti, considerati sub esperti e attenti alla sicurezza, com’è emerso da alcune testimonianze di chi li conosceva. Un imprevisto potrebbe aver complicato tutto. Ma dopo una tragedia di questo tipo giova ricordare in linea generale il valore della vita umana, che è sacra in quanto dono di Dio, e la virtù della temperanza, che è quella virtù che tra l’altro «assicura il dominio della volontà sugli istinti» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1809). Posto che il “rischio zero” non esiste, è chiaro che ci sono attività, come questa in oggetto, di per sé più pericolose di altre.

Un secondo elemento è il valore del corpo di un defunto. Per recuperare le salme dei cinque italiani c’è chi ha rischiato e sta rischiando la propria vita, chi anche l’ha già persa, come il sergente maggiore maldiviano Mohamed Mahudhee, morto a quanto pare per una patologia da decompressione. Nelle operazioni di recupero, come visto, sono coinvolte decine di persone, tra cui appunto gli specialisti della Dan Europe, che operano con tutta una serie di precauzioni. Tutto questo impegno, per un verso, richiede un retto bilanciamento tra i valori in gioco (la preservazione della vita di chi soccorre e la dignità di ciascun cadavere) e per altro verso, collegato al primo, richiama proprio l’importanza del corpo dei defunti. Un’importanza che si fonda su una verità oggettiva, conosciuta già in epoca precristiana: si pensi alla cultura classica e ai miti di Antigone (che sfida il divieto del re Creonte per seppellire il corpo del fratello Polinice) e di Priamo (che supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore); e ancora, guardando invece alla storia della salvezza nell’Antico Testamento, alla pietà di Tobi, sempre verso la sepoltura dei morti (Tb 1,16-18).

L’incarnazione e quindi la vita, passione, morte e risurrezione di Cristo ci hanno poi disvelato pienamente che i nostri corpi risorgeranno nel giorno del giudizio universale (con una risurrezione di gloria per i giusti, di condanna per gli empi). Lungi da certo nichilismo odierno che tratta i corpi dei defunti alla stregua di compost, il Catechismo ci ricorda tutta la loro dignità: «I corpi dei defunti devono essere trattati con rispetto e carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale; rende onore ai figli di Dio, templi dello Spirito Santo» (CCC, 2300). Il dolore per le vite spezzate di Federico, Gianluca, Giorgia, Monica, Muriel e Mohamed rimane. Ma la loro vicenda ci ricorda questa verità salutare.