• IRAN E COREA DEL NORD

Piccole guerre crescono e vengono ignorate dagli Usa

Missili iraniani lanciati su Erbil hanno danneggiato anche la sede del consolato statunitense. La risposta è nulla e i negoziati sul nucleare iraniano continuano come se l'attacco non fosse mai avvenuto. La Corea del Nord riprende i suoi test missilistici a lungo raggio. E nessuno se ne accorge. Gli Usa sono concentrati solo sull'Ucraina. 

Erbil, i danni del bombardamento iraniano

Piccole guerre crescono e non fanno notizia. In un qualsiasi altro periodo storico, si sarebbe parlato di queste crisi come di serie minacce alla pace mondiale. Oggi, con l’invasione russa dell’Ucraina in corso, vengono relegate in fondo ai giornali. Ma non è solo una questione mediatica: anche la politica, statunitense soprattutto, chiude un occhio e passa oltre.

Il 13 marzo, dodici missili balistici, lanciati dal territorio dell’Iran, hanno colpito la città curda irachena di Erbil. Hanno provocato relativamente poche vittime, appena un ferito (dichiarato), ma molti danni alla sede di una televisione locale e soprattutto al consolato degli Stati Uniti. Il lancio è stato rivendicato con un comunicato della Guardia Rivoluzionaria che afferma di aver distrutto un “centro di comando sionista in cui si pianificavano azioni malvage”. Il lancio di missili, che secondo fonti militari irachene, sarebbero stati dei Fateh-110 a corto raggio, è avvenuto come rappresaglia per il raid aereo israeliano in Siria, presso Damasco, del 7 marzo, che ha causato la morte di due ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie. Ma un’emittente sciita irachena, vicina alla causa iraniana, ha anche collegato l’atto ostile con la guerra in Ucraina: “Z e V, siamo con voi!” è stato il proclama, dove per Z e V si intendono le forze russe (sono i segni con cui sono marcati i carri armati e tutti i mezzi impiegati per l’operazione).

In un qualsiasi altro periodo storico, appunto, missili iraniani su una sede diplomatica statunitense, avrebbero provocato un terremoto internazionale, probabilmente anche una risposta militare. Come quella del gennaio 2020, quando l'amministrazione Trump rispose al bombardamento di una base statunitense in Iraq con l'uccisione del generale iraniano Soleimani, della Guardia Rivoluzionaria. Oggi, a cinque giorni dai missili su Erbil, tutto tace. Anche Israele non commenta e non dichiara se suoi cittadini o agenti siano rimasti uccisi. L’Iraq protesta vigorosamente e nega di aver ospitato basi del Mossad sul suo territorio.

La trattativa sul nucleare iraniano procede come se l'attacco non fosse mai avvenuto. Anzi, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price, ieri dichiarava che: “Siamo molto vicini ad un accordo, ma non ci siamo ancora”, mostrando comunque un certo ottimismo. Per l’amministrazione Biden, è prioritario rientrare nel trattato Jcpoa, del 2015, che fissa dei limiti al programma nucleare iraniano in cambio di un allentamento graduale delle sanzioni. Sia Israele che l’Arabia Saudita, oltre all’opposizione repubblicana negli Usa, sono molto preoccupati. Trump, quando si era ritirato dal trattato nel 2018, definendolo “il peggior negoziato di sempre”, riteneva che l’allentamento delle sanzioni permettesse all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Secondo l’amministrazione Biden, invece, se gli Usa rimanessero ancora più a lungo fuori dal Trattato, l’Iran potrebbe procedere al programma nucleare con ancora meno controlli. Anche dopo il lancio dei missili su Erbil, il commento dell’amministrazione Biden è: “Quel che è importante per noi è il fatto che l’Iran ponga una minaccia ai nostri alleati e partner, in alcuni casi anche agli Stati Uniti, in una serie di settori. La sfida più urgente che affronteremo sarà quella di un Iran dotato di armi atomiche, o vicino ad ottenerle”, secondo quanto dichiarato da Price. Quindi anche l’amministrazione Biden riconosce il pericolo, ma intende affrontarlo in modo opposto. Ma negoziare, senza fare una piega, con un regime che ha appena lanciato missili anche contro una sede diplomatica, è una dimostrazione di forza o di debolezza? Come verrà percepito a Teheran?

L’Iran non è l’unica preoccupazione grave. L’altra è la Corea del Nord, che già possiede un suo arsenale nucleare. Il 26 febbraio e il 4 marzo, in piena guerra in Ucraina dunque, ha effettuato due test missilistici. Un terzo è avvenuto ieri, ma è fallito. Secondo la versione ufficiale si sarebbe trattato di esperimenti per il lancio di un satellite per uso civile. Ma la tecnologia per lanciare satelliti in orbita è la stessa che viene impiegata per sviluppare missili balistici intercontinentali, capaci di raggiungere anche gli Stati Uniti. E secondo l’intelligence statunitense, non vi sarebbe alcun dubbio sulla natura militare dei tre test. Un funzionario americano, che ha parlato in condizioni di anonimato alla Bbc, ha dichiarato che siamo di fronte ad una “grave escalation”.

Proteste anche da parte dei vicini del “regno eremita”. Per il Giappone si tratta di “una minaccia alla pace e alla sicurezza che non può essere tollerata”. Per la Corea del Sud, fresca di elezioni presidenziali (ha vinto il candidato conservatore), i test sono sicuramente parte di un programma di sviluppo di nuovi missili balistici intercontinentali, per altro mostrati in pubblico nell’ultima parata militare a Pyongyang, in ottobre.

La risposta? Nuove sanzioni in arrivo, che si aggiungeranno alla lunga lista delle restrizioni economiche internazionali imposte al regime comunista nordcoreano. Nulla di più.

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