• IL LATINO SERVE A TUTTI/XLVIII

Petronio, il Vangelo spunta a Roma come parodia

Il Satyricon è considerato il primo romanzo antico latino. Scritto da Petronio contiene anche diversi riferimenti al Vangelo di Marco che fa il suo primo ingresso nel mondo romano. Anche se sotto forma di parodia. 

Chi era davvero quel Petronio che compare con il nome di «Petronius arbiter» nei Codices che tramandano il Satyricon? Coincide con il «Petronius arbiter elegantiae» di cui ci racconta Tacito negli Annales, un personaggio di cui Nerone si fidava per avere consigli di raffinatezza sul cibo, sugli abiti, sulle feste? 

Nel XVI libro degli Annales (capp. 18-19) Tacito presenta così il personaggio:
Passava le giornate dormendo, la notte la riservava agli affari e ai piaceri della vita e, se altri erano arrivati alla fama con l’operosità, egli vi era giunto per il suo rallentato distacco. Non passava per un volgare crapulone e uno scialacquatore, bensì per un raffinato uomo di mondo. Le sue parole e i suoi gesti, quanto più liberi e all’insegna di una trascurata noncuranza, tanto più incontravano favore per la loro apparenza di semplicità. Peraltro, come proconsole in Bitinia e più tardi come console, si rivelò energico e all’altezza dei compiti. Tornato poi ai suoi vizi, o meglio alla loro ostentazione, fu ammesso nella ristretta cerchia degli intimi di Nerone, come arbitro di eleganza, al punto che il principe, in quel turbine di piaceri, trovava amabile e raffinato solo ciò che ricevesse approvazione da Petronio.

Il Petronio di Tacito non era, dunque, un semplice gaudente, ma una persona raffinata e dalle distinte abilità anche politiche, che suscitò ben presto anche l’invidia del famigerato e potente prefetto del Petronio Tigellino che lo fece cadere in disgrazia presso l’imperatore. Petronio venne accusato di aver preso parte alla congiura pisoniana del 65 d. C. e fu costretto al suicidio, come Seneca, Lucano e altre figure eminenti di quegli anni. Le sue ultime ore sembrano una parodia della morte di Seneca. Petronio si aprì le vene e se le richiuse più volte, parlò ai presenti non dell’immortalità dell’anima, ma recitò poesie leggere e versi giocosi. Distribuì doni ad alcuni servi, ad altri frustrate. Banchettò attendendo la morte. Nell’ultima lettera che scrisse e che sigillò non adulò l’imperatore o il prefetto del pretorio. Al contrario, denunciò tutte le infamie di Nerone, indicò con precisione gli amanti e le sue amanti. Infine, ruppe l’anello del sigillo «perché non servisse in seguito a danneggiare altre persone». 

Quasi certamente l’identità del Petronius autore del primo romanzo antico a noi conosciuto della letteratura latina e quella del consigliere dell’imperatore in ambito estetico coincidono. Tacito non fa menzione del romanzo scritto da Petronio, ma questo è tipico di quello storico latino che non adduce mai riferimenti ad opere letterarie. Molte sono, però, le prove che permetterebbero di ascrivere quest’opera all’età neroniana: il riferimento ad un poemetto sulla distruzione di Troia (chiaro richiamo al Troiae halosis di Nerone), l’allusione al Bellum civile di Lucano, le discussioni sulla crisi dell’eloquenza (tipiche del I secolo d. C.), la presenza di nomi di gladiatori dell’epoca neroniana, etc. Non approfondiremo qui le ragioni di questa tesi unionista contrapposta a quella separatista, che sostiene che le due figure siano due personaggi differenti.

Il Satyricon è considerato il primo romanzo antico latino, genere che deve essere rigorosamente distinto dal romanzo medioevale (in versi o in prosa, incentrato sulle avventure cavalleresche) come pure dal romanzo moderno (che nasce in Spagna nel Cinquecento con le storie picaresche).

Il romanzo petroniano è, in realtà, una commistione di differenti generi letterari. È un prosimetro costituito principalmente di prosa, ma incastonato anche d’inserti poetici, come i versi declamati da Eumolpo di fronte ad un quadro che descrive la presa di Troia o quelli da lui recitati sul bellum civile tra Cesare e Pompeo. Vi compaiono anche fabule milesie (novelle spesso di natura erotica e piccante), come il racconto della «Matrona di Efeso».

Senz’altro il Satyricon è una parodia del romanzo antico, che prevedeva amori eterosessuali, serietà e fedeltà dei personaggi, nessuna indulgenza all’erotismo e lieto fine, aspetti tutti scardinati da Petronio. È anche una parodia del poema epico, perché il narratore Encolpio, Gitone e Ascilto (sostituito nel corso della narrazione da Eumolpo) vagano da una città all’altra come Ulisse nell’Odissea, perseguitati da Priapo, il dio della sessualità. 

Petronio doveva, però, conoscere anche il Vangelo. Da quanto racconta Eusebio di Cesarea nella Historia Ecclesiastica il Vangelo di Marco era nato a Roma all’inizio del regno di Claudio e precisamente nel 42 d. C. durante la predicazione di Pietro, quando i Romani che avevano ascoltato l’apostolo chiesero che venisse messo per iscritto. Fu Marco a realizzare la stesura e nacque così il primo Vangelo.

Eusebio riporta questa notizia adducendo come fonte principale Clemente e il sesto libro dell’Ipotiposi (il commento alla Prima lettera di san Pietro). La data (42 d. C.) corrisponde al momento in cui l’apostolo Pietro si allontanò da Gerusalemme secondo gli Atti degli Apostoli durante il Regno di Erode Agrippa (quindi tra il 41 d. C. e il 44 d. C.). Negli Annales Tacito conferma la conversione al cristianesimo di molti Romani proprio in quegli anni, perché Pomponia Grecina si convertì ad una  «superstitio externa» nel 42 d. C.- 43 d. C. Nelle catacombe è stato ritrovato il nome di un certo Pomponius Grecinus (nome certo non diffuso). Pomponia venne processata nel 57 d. C., ma, come racconta Tacito, la sua conversione risaliva al 42. Una donna esponente dell’alta aristocrazia si era convertita ad una religione straniera. In quell’anno (o l’anno precedente) doveva essere successo qualcosa d’importante a Roma che suscitò l’interesse e lo stupore di molti.

Eusebio afferma che furono cesariani ed equites, quindi rappresentanti della classe dirigente romana, a chiedere la stesura del Vangelo di Marco, perché volevano ricordare. Nel capitolo XVI della Lettera di san Paolo ai Romani l’apostolo delle genti saluta i cristiani della casa di Narcisso (il più potente dei liberti di Claudio). Il cristianesimo si diffuse, quindi, a Roma tra gli anni Quaranta e Cinquanta anche tra le classi sociali più elevate e colte. 

La grande studiosa dell’antichità Marta Sordi dimostra come Seneca e san Paolo si conobbero e vi sono segni certi delle lettere del santo nell’opera del filosofo latino. Del resto, i cristiani del II secolo, come Tertulliano, apostrofavano Seneca come «saepe noster». Si legga al proposito l’interessante libro della studiosa Roma e il cristianesimo.

Rifacendosi anche agli studi della dott.ssa Ramelli, Marta Sordi rivela come Petronio conoscesse il Vangelo di Marco e fosse apertamente ostile allo stesso.

Nella cena di Trimalchione, l’episodio più importante e lungo che ci sia rimasto, il padrone di casa spiega che in base all’oroscopo che gli hanno fatto vivrà ancora trent’anni e asperge i vicini con un unguento di nardo che causa nausea. Nel Vangelo di Marco si racconta dell’aspersione di Gesù con un unguento a base di nardo per anticiparne la sepoltura. Come dimostrato dalla Ramelli, gli elementi di contatto sono tanti: Petronio parla di un unguento di nardo, della prefigurazione di un’unione funebre da parte di Trimalchione, del canto del gallo come profezia di sventura e accusatore. Conclude Marta Sordi:
Se Petronio conosce il testo di Marco e intende parodiarlo, anche gli altri accenni di Petronio che sembrano implicare la conoscenza del cristianesimo diventano importanti. La parodia di Petronio appare dunque la miglior conferma delle notizie della tradizione cristiana del II secolo sull'antichità del Vangelo di Marco. 

A quali altri accenni si riferisce la studiosa? Alla famosa fabula milesia della «Matrona di Efeso» in cui si racconta di un crocefisso tolto dalla croce e deposto in un sepolcro oppure ancora la vicenda dei cacciatori di eredità a Crotone in cui Eumolpo promette le sue ricchezze solo a chi si ciberà del suo corpo. Lo sberleffo e la parodia delle vicende di Cristo sono evidenti. Basta leggere i due episodi. 

Ritengo, però, che la Matrona di Efeso non sia solo una parodia della crocefissione di Cristo e della pudicizia della matrona romana (simboleggiata nella tradizione dalla figura di Lucrezia che si suicida nel 509 a. C., dopo aver subito la violenza da parte del figlio di Tarquinio il Superbo), ma anche un irridente sberleffo alla figura della Madonna che visse gli ultimi anni della sua vita ad Efeso. 

Tutte queste considerazioni permettono di corroborare la tesi che il Vangelo di Marco fosse già diffuso a Roma all’epoca in cui Petronio scriveva, prima, quindi, del 65 a. C., anno della congiura pisoniana.